roma_requiem_for_pinocchio_350x233.jpgRENZO FRANCABANDERA | È già passato molto tempo dal debutto di Requiem for Pinocchio con cui Leviedelfool ha iniziato a farsi conoscere al pubblico, toscano in primis, alcuni anni fa.

Sono venuti altri spettacoli, altre creazioni, compreso il recentissimo Heretico, che avrà a breve una sua tournée italiana abbastanza interessante, ma Perinelli & C nonostante i buoni riscontri, non era mai sbarcato a Milano. Colpa anche di alcune distorsioni del sistema distributivo introdotto dal regolamentatore, che vincolando il numero di repliche fuori regione delle produzioni dei grandi teatri nazionali, a volte finisce per creare delle vere e proprie prigionie per spettacoli piccoli e deliziosi ma cui non possono essere garantite repliche per quante ne chiede il mercato. Un paradosso che rischia di frenare la qualità e che non poche compagnie stanno sperimentando sulla loro pelle. È sicuramente un tema che va regolamentato. E che citiamo anticipando la riflessione sullo spettacolo perché in fondo ha profondamente a che vedere con le tematiche che Requiem for Pinocchio affronta.

Fin dall’inizio infatti, questo Pinocchio non più burattino si scontra con la durezza dell’essere diventato adulto dove tutto l’universo delle illusioni e della fantasia è alle spalle, schiacciato dalla meccanica routine del nuovo lavoro, del neofordismo tecnologico.

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foto Manuela Giusto

I nuovi criceti, i nuovi Chaplin incastrati nell’ingranaggio, prendono la parola in questa creazione per bocca dell’ex burattino, impegnato in una faticosa recita molto fisica a tratti, come nel caso in cui recita saltando la corda come un boxeur. E se non comprendi, se fai domande, per dirla con Bennato, ecco che il somaro riceve la carezza della frusta. Non la succede in scena ma rimbomba con un audio off il cui suono sferzante viene sporcato come se fosse un disco rotto, introducendo il dolorosissimo tema del colpo dato quasi a prescindere, dell’endemica violenza di un sistema incapace di distinguere, votato ad una violenza interna e sorda, che tratta tutti come bestie da soma.

Invece questo ex burattino rivendica la sua originalità individuale, il diritto a non essere, e se proprio questo non è possibile, a tornare burattino.

E’ solo, in scena, e fin dall’inizio sotto processo: non appena il conto alla rovescia che lo fa passare dallo stato di burattino a quello di umano ha termine eccolo in ginocchio davanti al giudice. Pochi secondi ed è uomo, e in quanto tale subito sotto giudizio.
Inutile ripercorrere tutto il suo passato da burattino, e che ora suona grottesco preludio a quello che lo attende come uomo. È un destino ineluttabile, tragico, lo stesso che attende Amleto da secoli.

Si parlava di Bennato ma in realtà di citazioni di cantautorato, altre e trasposte sotto forma di drammaturgia, o di frammenti di spot pubblicitari, e di tanto altro residuato di un frullato di pop musicale e teatrale, lo spettacolo è pieno: riecheggia Bene nel modo in cui viene offerta la parola, De Andrè, Battiato, e tanta musica che spesso fa da colonna sonora a spettacoli en vogue, quasi a citare la citazione, passando ad un concetto di seconda mano che però, mescolato sapientemente nella drammaturgia, assume il tono di una nuova stoffa. Uguale ma desigual, giusto per restare in tema di marchi e di leggibilità degli stessi, magari con la cucitura al contrario, proprio a farla vedere.

La creazione gode di un’interpretazione notevole affidate a quello che istantaneamente appare un talento cristallino, quello di Simone Perinelli, capace di restituire un ritmo interno alla parola nella sua espressione teatrale, facendosi ora umana marionetta, ora persona, ibridando e meccanizzando l’umano personaggio. Ne risulta un esito dirompente, capace di catalizzare nell’ora di recita l’attenzione e lo sguardo dello spettatore, che quasi mai ha tempo di pensare e pensarsi oltre, altrove. Quello della brevitas è un tema ben affrontato in questo spettacolo, e che rimane monito e indicazione per tante giovani compagnie che spesso tendono alla lunghezza, che invece va sempre proporzionata alla potenza e al contenuto del messaggio, evitando la ridondanza e la didascalia. Qui tutto è al suo posto, misurato, giusto.

Le due date del 18 e il 19 ottobre al Teatro Fontana di Milano, all’interno di una più ampia rassegna di giovani realtà che andrà avanti anche nella prossima setttimana, pongono finalmente fine alla lontananza di questo interessante gruppo di lavoro della nuova scena italiana da una delle maggiori piazze per le arti e il linguaggio dal vivo, e quindi diamo merito alla direzione artistica di aver dato questa possibilità al pubblico milanese, che può e deve conoscere meglio Leviedelfool.

 

 

Leviedelfool
REQUIEM FOR PINOCCHIO
La scoperta dell’Esistenza

di e con Simone Perinelli
con un estratto di “Emporium, poemetto di civile indignazione” di Marco Onofrio
Aiuto Regia e consulenza artistica Isabella Rotolo
Regia Simone Perinelli
Foto Guido Mencari