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Foto tratta dal profilo Fb Alferj e Prestia

PAOLA ABENAVOLI | «Da quando non vedo più, vedo le cose più chiaramente». Partendo da una frase di Borges – in sé molto pirandelliana (tutto torna!) – «noi tutti siamo il teatro, il pubblico, gli attori, la trama, le parole che udiamo», Andrea Camilleri fa propria una verità. Ed è così che, in scena, Camilleri diventa Tiresia, e Tiresia diventa lo scrittore. Quasi senza soluzione di continuità. E insieme diventano tutti gli scrittori che nei secoli hanno parlato di Tiresia, della sua storia, della sua cecità, della sua preveggenza.

Come Camilleri, che ormai non vede, ma vede e legge la realtà forse meglio di tanti altri. Che sa arrivare agli spettatori, unendo i fili del passato con quelli della contemporaneità, parlando come Tiresia, ma anche come Andrea Camilleri. Narrando, affabulando, come un anziano seduto su una poltrona che racconta a un nipote – non a caso un bambino è seduto ai suoi piedi – con lucidità, sapienza della costruzione del racconto, interpretando.

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Foto dal profilo Alferj e Prestia

«Tiresia sono», dichiara in apertura della sua Conversazione su Tiresia: non manca, dunque, all’inizio qualche riferimento al suo “figlio” più famoso, il commissario Montalbano. Ma non tragga in inganno questo particolare: non è una strizzata d’occhio, bensì la costruzione ben precisa di una narrazione, nella sua maniera più antica, ma più felice; una narrazione che guarda anche alla modernità, ma che soprattutto sa essere popolare nel senso proprio, più alto del termine. Come dimostra il luogo nel quale la Conversazione si tiene, il Teatro Greco di Siracusa: quell’arte finissima, che è dei classici, di sapere unire il popolare all’alto, di partire da riferimenti attuali per condurre – come una sorta di pifferaio magico – lo spettatore, senza che nemmeno se ne accorga, in una storia che attraversa i secoli, ricca di riferimenti letterari.

Ed è così, con la maestria dello scrittore e dell’autore teatrale, che Andrea Camilleri fa scoprire il mito e la storia di Tiresia. Il mezzo sono gli autori che di lui hanno scritto, facendolo passare da persona a personaggio (ancora echi pirandelliani); il fine è andare oltre il mito, utilizzarlo per parlare del mondo, di temi che ritornano, dell’universalità e della grandezza della letteratura. Non a caso, Tiresia è presente in poesie, racconti, romanzi, che spaziano dal periodo greco ai giorni nostri.

Dunque, ecco la nascita di quel mito, la trasformazione in donna e poi di nuovo in uomo, i motivi della sua cecità secondo la visione dei vari scrittori, le doti della preveggenza «che non è un dono, ma una condanna»; dai poeti greci si arrivò a Dante, e poi agli autori francesi e inglesi, a Paradiso perduto di Milton. Quindi, calò il silenzio su Tiresia. Poi nel Novecento – un «secolo scettico» nei confronti della cultura precedente, che ha un po’ «irriso parodiandola» – a parlare del personaggio sono Apollinaire, Cocteau, Virginia Woolf, Pavese, Durrenmatt, Ezra Pound, Elliott; il cinema, con Pasolini nel film Edipo re, con Julian Beck nei panni di Tiresia, e Woody Allen, che porta il personaggio nelle vie di Broadway, fino a Primo Levi, che descrive la metamorfosi peggiore che si possa rischiare di subire, quella da uomo a non uomo e dalla quale solo la poesia può salvare.

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Foto dal profilo Alferj e Prestia

L’attualità, le frasi sul contemporaneo che si mescolano alla storia di Tiresia; la narrazione in prima persona dove l’io del mito diventa l’io di Camilleri, che parla di episodi della sua vita, ma soprattutto si fonde con l’uomo che nella cecità vede oltre. Tutto questo attraverso la semplicità e al tempo stesso la difficoltà di un racconto lungo un’ora e mezza, in cui non c’è mai un calo di tensione, bensì la favola della vita che si dipana con un veloce excursus tra mito e realtà.

Un racconto che è anche scenico, attraverso un uso misurato di tutti gli strumenti: dalle proiezioni, alle spalle dello scrittore, brevi, evocative quanto basta, e che, quando si tratta del momento delle citazioni di brani o poesie, riportano parole, a volte in greco, del testo recitato da Camilleri e proposto in voce fuori campo; alle luci, tenui o mai invasive, che abbracciano il protagonista; alla scena, essenziale, in cui si distingue una macchina da scrivere; alle musiche, non sovrastanti e che trasportano in atmosfere lontane, eseguite dal vivo dall’autore, Roberto Fabbriciani. È un percorso preciso in ogni dettaglio, quello costruito dal regista Roberto Andò, che accompagna il racconto, lo sostiene senza sovraccaricare, senza snaturare, lo circonda senza effetti speciali.

La sensazione è quella di una sorta di messaggio, di esortazione alla conoscenza, di purezza di dialogo culturale che Camilleri ha voluto esprimere: per cercare – dichiara poi sul finale, spiegando i motivi che lo hanno portato a creare questo spettacolo –, a 93 anni, di «intuire cosa significhi l’eternità. E ho pensato che venendo qui, fra queste pietre veramente eterne, sarei riuscito ad averne almeno un’intuizione».

 

CONVERSAZIONE SU TIRESIA

scritto e interpretato da Andrea Camilleri
regia Roberto Andò
musiche Roberto Fabbriciani
scene e luci Angelo Linzalata
suono Hubert Westkemper
video Luca Scarzella
progetto a cura di Valentina Alferj
produzione Fondazione Inda

54° Festival del Teatro greco di Siracusa
11 giugno 2018