Disegno di Renzo Francabandera

ANTONIO CRETELLA | Nei Saturnalia romani era diffusa la pratica del rovesciamento momentaneo dei ruoli: gli schiavi, normalmente rappresentanti della classe sociale più bassa, potevano temporaneamente considerarsi liberi ed era lecito ogni tipo di sberleffo verso il potere costituito. Il momentaneo rovesciamento non aveva, tuttavia, nessun tipo di conseguenza sulla tenuta delle tradizionali gerarchie del potere: al contrario, esso si configurava come misura strutturale attraverso la quale le classi dominanti incanalavano le tensioni sociali in forme di sberleffo che, per quanto pungenti, rimanevano del tutto innocue e incapaci di tradursi in atti di rivolta propriamente detti.
Lo stesso meccanismo depotenziante è rinvenibile nella contemporaneità nei confronti delle celebrazioni dell’8 Marzo, da tempo vittime della retorica paternalistica sottesa a una società ancora dominata dal divario di genere. Dall’omaggio floreale alla serata a tema con spogliarello maschile, che altro non fa che rovesciare carnascialescamente i termini della reificazione sessuale del corpo, il valore politico della ricorrenza si annacqua in un immaginario ancora legato a un’iconografia sessista, spesso nemmeno riconosciuta come tale dalle donne o dagli uomini che vi ricorrono, e che rispolvera codici comportamentali risalenti alla letteratura cortese: immagini astratte di dolcezza, sensibilità, innato istinto materno e di accudimento. Dall’altro lato l’altrettanto retorica (e offensiva) immagine della donna emancipata declinata al maschile: la donna “con le palle”, la “uoma”, scimmiottamento di ciò che per natura pertiene al sesso maschile. Entrambe le interpretazioni vanificano ogni eventuale uscita dal divario di genere in un orchestrato e illusorio teatro a tempo, effimera eccezione che conferma la regola.

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