Disegno di Renzo Francabandera

ANTONIO CRETELLA | Nel 399 a.C. Socrate venne processato e condannato a morte per aver contribuito con il suo insegnamento alla corruzione dei giovani. Quella che era la pietra angolare del pensiero critico veniva marchiata con la generica accusa di “decadenza morale”, una formula che avrebbe trovato largo impiego nei millenni successivi per bollare cambiamenti epocali nella società, riconosciuti solo a posteriori come motori del progresso sociale dell’Europa e del mondo. Dell’accusa di decadenza morale era armata l’asfittica rete di controllo della Controriforma cattolica, e immorali erano giudicati i libri di Galileo o di Copernico. Segno di decadenza morale era il fatto inaudito che bianchi e neri frequentassero gli stessi luoghi nel Sud Africa dell’apartheid o negli stati schiavisti del sud degli USA; moralmente riprovevole era l’emancipazione femminile.
Ora, addirittura per un noto pseudofilosofo, il “suicidio dell’Occidente” sarebbe rappresentato dall’evirazione forzata dell’uomo causata dai fasciatoi posti nei bagni pubblici dei maschi. Il moralismo, quella “Signora mia” cui si rivolgono tutte le lamentazioni dei regressisti, è l’arma preferita dello status quo, delle gerarchie di potere, uno scudo dai bordi affilati che, fingendo di essere strumento di difesa, è in realtà un’arma di offesa e di distruzione delle rivoluzioni nascenti. Quando poi al moralista ricordi quali sono i veri bisogni etici dell’uomo (equità, pari opportunità, sviluppo sostenibile, integrazione), di colpo la morale diventa buonismo meritevole di sfottò reazionari e auguri di stupro.

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