ombre-wozzeck2.jpg
Ombre Wozzeck

RENZO FRANCABANDERA e MATTEO BRIGHENTI | MB: Chi dice Woyzeck, in Italia, dice soprattutto Claudio Morganti e Rita Frongia. Gli autori/attori frequentano il dramma incompiuto di Georg Büchner almeno da Woyzeck_studio del 2008.

RF: Devo dire di ricordarmene diversi, fra esiti di laboratorio, spettacoli, derivazioni, costole. Un decennio abbondante di vita artistica attraversata dall’ossessione per questo testo ispirato ad una storia vera, e la cui trama racchiusa in due righe è archetipica: il soldato semplice Woyzeck è innamorato di Marie. Con lei, sebbene non siano sposati, ha un figlio. Lei lo tradisce con un ufficiale. Lui li scopre, vuole uccidere lui, ma in preda ad allucinazioni uccide lei. Il testo, scritto in frammenti e mai riordinato, è rimasto poi incompiuto.
Pare avesse una brutta grafia l’autore Georg Büchner, non ebbe nemmeno il tempo di metterlo in bella copia il suo Woyzeck, perché morì a 24 anni, falciato dal tifo. Tanto era brutta che l’editore Emil Franzos alla prima stampa del testo, che risale al 1879, diede titolo Wozzeck proprio perché non riuscì a decifrare la grafia di Büchner. A questa versione fece riferimento il libretto di Alban Berg, che ne conserva il titolo, e che ha ispirato, meno di un decennio fa, una delle tante letture di Morganti e Frongia, Ombre Wozzeck, che univa con la tecnica delle ombre una serie di frammenti e suggestioni del testo.
Ne ricordo la visione con attraversamento di un topo in scena nel vecchio CRT a Milano, all’epoca in quasi abbandono, prima del grande restauro nel progetto Triennale. Fu davvero uno spettacolo in cui la tristezza cosmica e decadente della vicenda umana trasudava nell’ambiente circostante.

MB: Adesso la sorte frammentata del soldato assassino viene messa a giudizio sul palcoscenico del Teatro Fabbricone di Prato con Il caso W. Continua, dunque, il “processo” iniziato più di dieci anni fa: «il processo è il prodotto», come ha detto lo stesso Morganti a Benedetta Pratelli.
Lo svolgimento, l’indagine sul testo diventa una causa in tribunale vera e propria, un dibattimento con tanto di accusa, difesa e testimoni alla sbarra. È il tempo, questo, del teatrino della giustizia, recitato con il tono di leggero disimpegno di chi sa che tutto è già stato scritto. Difatti, il secondo processo al vero Johann Christian Woyzeck, l’ispiratore di Büchner, è terminato con la medesima sentenza del primo: condanna a morte. Determinante la conferma della perizia di sanità mentale del dottor Clarus.
Da qui si sono prese le mosse sulla scena. Le mossette, invece, vengono dai giorni in pretura di imputati come Parolisi e Pacciani, accostati ai reali e immaginati Pierre Rivière, Schmolling, Grigoletto, Enrico IV, Eduardo de Filippo, Vittorio De Sica e ai piccoli casi nei tribunali di provincia. Il caso W. è una sorta di courtroom thriller che incontra dichiaratamente il grottesco e la commedia all’italiana.

Il caso W. - Claudio Morganti_ ph. Ilaria Costanzo (1)
Il caso W. Foto Ilaria Costanzo

RF: Alla fine, anche in questo caso Rita Frongia, che sta vivendo un felice momento creativo, fra produzione drammaturgica e regie dei suoi dialoghi fra piccoli borghesi che naufragano dal sapore vagamente assurdo, si tuffa di nuovo nell’ispirazione che nasce da questa opera, e ci porta dentro il dramma, ma fa passare la vicenda dal momento personale, privato, alla dinamica collettiva.
Il momento del giudizio, elemento base di molte delle culture nate dalle religioni abramitiche, passando per la religione egizia (la psicostasia) e il platonismo. Fino ovviamente al cristianesimo.
Ma fra la morte e il giudizio in che stato vive l’uomo? Può sussistere l’anima senza il corpo? La dottrina del giudizio finale sollevava problemi, su cui si sono accaniti per secoli fior di teologi cristiani, discussioni che avevano a che fare con quesiti raffinatissimi sul fatto che il tempo esista finché si vive, ma che al momento della morte, si arrivi direttamente alla casella della “fine dei tempi”, saltando tutto il resto del tempo. Il cuore della faccenda è la sussistenza o meno fra la morte e il giudizio di uno stadio intermedio. Siamo persino scivolati nel gorgo delle letture propedeutiche a queste poche, e per necessità sintetiche e banalizzanti righe, sul saggio di Tonino Ceravolo intitolato Variazioni sulla Fine del mondo. Per un’antropologia del tempo e del sacro sul numero 5/2017 del Nuovo Giornale di Filosofia della Religione. Forse ha a che fare con l’allestimento e con la regia di questo lavoro, che sembra stare in questo mortifero stato intermedio, fra pre e post mortem. Una cappa.

MB: La scena è spoglia, punteggiata a semicerchio dai tavoli dei legali, del presidente e del cancellerie, e dalla sedia centrale e rialzata per i testimoni. In alto campeggia un’insegna con la scritta «La legge è uguale per tutti». Ai lati sono accatastate alcune quinte messe al contrario, rovesciate. L’ambiente è il retro, il rovescio e il riverbero di qualcosa che è successa altrove, non qui.
Ci troviamo su di un piano d’ascolto nudo, quasi in disfacimento, che ha traslocato, sgomberato ogni possibilità reale di giudicare Woyzeck. Il testo è già stato rappresentato, quanto l’accusato è già stato giustiziato. Infatti, i testimoni non leggono mai, per intero o per davvero, la formula del giuramento. Si avvicenda al banco la svampita, il bellimbusto, il reduce, la portasfiga, caratteri pressoché nello spettro della caricatura.
La giustizia è una barzelletta che si burla tanto dei torti quanto delle ragioni dell’imputato. Il dramma è soltanto suo. Non a caso, è l’unico che parla per bocca del testo, senza essere compreso da nessuno. Va oltre le cose oggettive, oltre il mero dato di fatto, è poesia e tormento umano, mentre tutti gli altri sono spassionati e quindi disumani, alla stregua di medici che non vedono più il paziente, ma solamente il caso statistico.

Il caso W. - Claudio Morganti_ ph. Ilaria Costanzo (2)
Foto Ilaria Costanzo

RF: Esistono due piani nella regia di Morganti (e anche negli spiragli che nel testo vengono favoriti dalla Frongia).
Il primo è una sorta di luogo metafisico, evocato all’inizio e ripreso dal finale, in cui il tempo e lo spazio non esistono. Siamo già in un luogo delle anime, oscuro, di pallori bluastri (luci di Fausto Bonvini). Qui non si immagina la luce perpetua. Anzi, lo spettacolo finisce con gli ultimi respiri e una lampada che si fulmina.
A questo piano, assoluto, immateriale, spirituale, è contrapposto quello miserabile degli ominicchi. Il soldato semplice, pur in vita, è già defunto
in pectore. Sta zitto a testa bassa, mentre davanti a lui si dipana la miseria umana degli avvocatini, del giudice, dello scribacchino da tribunale che si pulisce le unghie e con noia aspetta la pausa caffè per tirare fuori il panino che si è portato da casa.

MB: Succede, allora, che tutto quello che fanno è teatro, quasi cabaret. Gli interventi, le obiezioni, le testimonianze non testimoniano nient’altro che i caratteri dei vari personaggi. Tutti simili, tutti, in qualche modo, fratelli in spirito, infieriscono sul più debole di turno, Woyzeck, che non si rende conto di essere (e coprirsi di) ridicolo.
Il pubblico è la giuria che ascolta le arringhe dei due avvocati. Ci si può riscattare dalla colpa? Contano più le azioni oppure le spiegazioni? Il divario, lo scontro resta comunque sulla forma, non sui contenuti, sulla superficie, invece che nell’abisso dell’uomo, tanto che «ti gira la testa a guardarci dentro», come scrive Büchner.
Le domande restano insolute e Il caso W. torna da zombie nella tomba, con Woyzeck e la sua amata e vittima Marie incamminati su una via di piccoli lumini votivi, tra suoni e lamenti in stile horror di serie B. Una fine posticcia per esistenze che trasciniamo nella farsa di diritti riconosciuti, ma non tutelati. Nemmeno dalla legge.

Il caso W. - Claudio Morganti_ ph. Ilaria Costanzo (5)
Foto Ilaria Costanzo

RF: Diciamo che il triangolo fra morale, razionalità e verità, nella cifra sospesa fra satira sociale, dramma e post-dramma contemporaneo, in questo allestimento fa vivere allo spettatore il contrasto fra gli interpreti del  “miserabile pre-giudizio” universale che Frongia e Morganti raccontano attraverso le attitudini soggettive e le procedure sociali (penose più che penali), e la controdrammaturgia del silenzio, l’oggetto della giustizia  quasi divina, affidata al soldato semplice che tace per tutto il tempo, impassibile spettatore. Prova timidamente ad alzare una mano per dire qualcosa, Woyzeck.
Ma poi, niente.
Sempre a voler vedere cose, è come se la questione della verità (tutta interna e unita al tema del giudizio) fosse qui offerta allo spettatore in doppia chiave. Una parlata, sommatoria dei punti di vista e delle azioni degli uomini, che però non arriva a darci suggestione di nulla, ci trascina nel suo nulla grottesco e annoiante.
E una assoluta, la prospettiva che è quella (metafisica) del punto di vista di Dio. Affidata al silenzio a capo chino del povero Cristo. Dal quale a tratti si vorrebbe essere illuminati, anche solo per un attimo. Lo aspettiamo: potrebbero essere quei passi finali verso il buio, o le rivelazioni iniziali, raccolte nella pallida luce bluastra. Bisognerebbe provare, riuscire a ricordarsele.
Ma poi, niente.

 

IL CASO W.

di Rita Frongia
regia Claudio Morganti
con Isadora Angelini, Gianluca Balducci, Gaetano Colella, Massimiliano Ferrari, Rita Frongia, Claudio Morganti, Francesco Pennacchia, Luca Serrani, Gianluca Stetur, Paola Tintinelli
luce Fausto Bonvini
organizzazione Adriana Vignali
produzione Teatro Metastasio di Prato, TPE-Teatro Piemonte Europa, Armunia-Castiglioncello, Esecutivi per lo spettacolo
Prima Assoluta

Teatro Fabbricone, Prato
12 novembre 2019

1 COMMENT

Comments are closed.