ANDREA ZANGARI | La legge Basaglia chiuse i manicomi, o si potrebbe meglio dire che li s-chiuse. Questione di punti di vista, o di soglie, di passaggi aperti o serrati. È la natura liminare di un processo storico e culturale abnorme, del logos che riespanse il suo confine verso ciò che gli era di scandalo, relegato in quei luoghi invisibili ed invivibili, figli di una concezione post-positivista dello spazio urbano. Oltre quel varco, il teatro ha affondato subito il suo sguardo. Basti ricordare la storia di Marco Cavallo, icona equestre in cartapesta costruita nel 1973 presso il nosocomio di Trieste diretto proprio da Franco Basaglia, che vi invitò Giuliano Scabia a tenere attività laboratoriali con i pazienti e gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Venezia. Racconto, scultura e azione teatrale divennero i vettori con cui danzare su quella soglia, momenti di autorappresentazione di una comunità riconciliata – ma di una riconciliazione ancora oggi da compiere.

Non sarà certo compito di queste righe ricordare il legame profondo fra il teatro e il disagio psichico, ben anteriore al Novecento, a Scabia o Artaud (per dire l’ovvio) fino ai miti fondativi. Fino al corpo smembrato di Dioniso e al ditirambo. Ci fu, nel mentre, quel leggendario grido del 1921, sorto dalla platea del Teatro Valle, che sancì, nella voce scandalizzata del pubblico, l’identità dei due luoghi: manicomio, manicomio! Era la prima assoluta di Sei personaggi in cerca d’autore, che poi avrebbe trovato infinite declinazioni sui palcoscenici italiani, fino a dimenticarne l’appartenenza ad un momento di fibrillazione specifica, ancora entro una concezione fortemente letteraria, del rapporto fra autore-attore-regia. Tanto da chiederselo: come può intercettare l’attenzione dello spettatore d’oggi il dramma dei personaggi, senza passare per una riscrittura (se ne parla anche qui)? Può, se più della direzione registica si vede in scena la storia e il lavoro degli attori di Arte e Salute, la compagnia diretta da Nanni Garella con gli attori-pazienti del Dipartimento di Salute Mentale della USL di Bologna. Nata nel 1999, Arte e Salute ha articolato, con l’appoggio di ERT – Emilia Romagna Teatro, un vero e proprio percorso di formazione professionale, tenendo fede alla visione basagliana di presa in carico del paziente psichiatrico a tutto tondo: un accompagnamento curativo, ma anche lavorativo, culturale, artistico.

Personaggi in cerca d'autore (Underground)

Personaggi in cerca d’autore (Underground), diretto da Nanni Garella e prodotto da ERT, sin dall’elisione del numero sei abbraccia la condizione di tutte le vite interrotte, che vogliono farsi storia, che vogliono autodeterminarsi, rompendo il ciclico reinscenarsi delle parti. C’è però un’energia circolare da combattere, che stringe sul palco del piccolo teatro delle Moline il gruppo dei personaggi, rinserrati nonostante il loro dramma oppositivo, come a formare un gruppo scultoreo. Tutt’intorno a loro il vuoto reverenziale per osservare l’opera d’arte, ovvero una creazione inanimata, come Pirandello definiva i suoi personaggi. È lo spazio che ci tiene a distanza dalla sofferenza e che, per converso, contiene la psicosi stigmatizzata nel suo ripetersi. Lo aveva ben detto lo stesso Basaglia, lo aveva intuito anche Foucault, che il manicomio è il “teatro della follia”: entro le sue mura il bios degli internati si ripiega su sé stesso, costringe i gesti della vita a cristallizzarsi in partiture invariabili, sublimazione di una morte onnipresente. In quell’eterotopia la parola si fa sussurro tormentoso, come nella prima scena, quando il pubblico è accolto dall’ipnotico vocìo degli attori, già inchiodati alle sedie, a rimasticare alcuni versi del testo.

La piece, come la storia di Arte e Salute, mette in opera la volontà di frantumare quella coazione a ripetersi – quella dei sei, e quella del teatro della follia. È quindi irrinunciabile strumento di lavoro e concezione scenica la mescolanza dei ruoli personaggi-compagnia, fra gli attori-pazienti di Arte e Salute (Luca Formica, Pamela Giannasi, Iole Mazzetti, Filippo Montorsi e Mirco Nanni) e gli allievi del corso di alta formazione per la figura dell’attore, sempre tenuto da Arte e Salute per formare figure da inserire nell’ambito di teatro e salute mentale. Ma quale è il rapporto profondo fra i due termini? In che modo un testo come Sei personaggi, profezia della disgregazione del principio di realtà nell’arte del Novecento, può corroborare un percorso di cura? Di questo e dello spettacolo abbiamo parlato con il regista Nanni Garella.

Nanni Garella

Cosa la portò ad immaginare il progetto Arte Salute, all’opportunità del lavoro con i pazienti-attori?

Non è un interesse per la psicopatologia in sé che mi ha avvicinato agli attori-sofferenti. Piuttosto si è trattata di una congiuntura di eventi, in particolare dell’amicizia con uno psichiatra, con cui abbiamo immaginato di percorrere questa via basagliana: fare una scuola che aiutasse i pazienti a riiniziare un cammino di vita attraverso una professionalità, un’indipendenza economica. Perché molto spesso i pazienti, a causa della sofferenza psichiatrica, interrompono il loro percorso di inserimento nel tessuto sociale. Ma è importante dire che il lavoro con gli attori di Arte e Salute è pienamente teatrale: lavorare con degli attori è sempre lavorare con degli attori.

Non esiste quindi uno specifico dell’attore psichiatrico?

No. Se non per una connaturata facilità a calarsi nei personaggi, perché spesso queste esistenze dolorose non hanno paura di sondare la loro profondità, anche quando recitano. Sono abituati a lavorare su sé stessi, banalmente perché il percorso psichiatrico li porta in quel solco. Forse c’è anche una difficoltà maggiore a trovare la concentrazione, come una sorta di inerzia. Che però fa anche sì che, una volta entrati nel personaggio, non lo si abbandoni più.

Pirandello è una tappa ricorrente nella sua produzione, sin da prima di Arte e salute. Quale funzione particolare assume la scelta di un testo come Sei personaggi nel lavoro con i pazienti-attori?

La possibilità di interpretare dei personaggi non nati, è la base per il lavoro dell’attore, qualunque attore. Mi è sempre interessato il Pirandello mitico più di quello borghese, il Pirandello visionario di questo testo o di I giganti della montagna. Sono opere che permettono di lavorare su meccanismi di recitazione che valorizzano i percorsi allucinatori come portatori di conoscenza. L’allucinazione è, certo, una patologia delle più gravi. Molti artisti, compreso Pirandello, ne sono stati attraversati. I Sei personaggi stessi sono un’allucinazione. Ovviamente è un crinale a doppio taglio, ce ne siamo assunti il rischio, e abbiamo sperimentato che imparando a convivere con le allucinazioni, si possono sconfiggere. Questa volta la cosa che più ci ha divertito è stato operare una alternanza fra i ruoli. Quando facemmo Sei personaggi nel 2007, gli attori-sofferenti avevano la parte della compagnia, fronteggiavano i personaggi, che invece erano affidati ad attori professionisti. Alle Moline abbiamo mescolato i ruoli, anche alternandoli nelle due serate.

Il lavoro in prova è accompagnato dagli operatori sanitari?

Ad oggi non più, proprio perché gli attori hanno realizzato un percorso positivo. Dobbiamo comunque tenere distinte le pratiche: gli artisti fanno gli artisti e gli psichiatri fanno gli psichiatri. Poi, ovviamente, a margine del lavoro in prova facciamo dei briefing con gli operatori, a tutela del percorso di cura.

C’è dunque un tangibile lenimento del dolore. Si può parlare di catarsi?

La catarsi è uno strumento che ricade nell’estetico. Qui c’è sicuramente la gioia, anche estetica, del potersi esprimere in forme belle, tanto più in un momento storico che tende a produrre forme prive di bellezza. Ma il meccanismo di cura è fondamentalmente legato all’acquisizione della responsabilità del lavoro. Riconoscersi in una professionalità, ed avere anche una piccola remunerazione, aiuta a comprendere il proprio ruolo nella vita della città. Per questo quello che facciamo può definirsi, se vogliamo dare etichette, teatro civile.

Ha mai sofferto pregiudizi da parte della critica?

A volte, specie all’inizio di Arte e Salute, c’è stato un imbarazzo a nominare le categorie del nostro lavoro. Ho letto titoli come ” i matti in scena” etc… Il ruolo della critica potrebbe essere proprio quello di aiutare a combattere i pregiudizi. Che però, va detto, non sussistevano nei grandi critici, quelli dei quotidiani nazionali, che seguivano il mio lavoro anche prima di Arte e Salute. Probabilmente da quando la critica è passata sulle varie testate online, ne è calata l’attenzione, per qualità e quantità, anche verso il lavoro di Arte e Salute. Questione di mancanza di risorse? Ma una cosa devo dire mi manca: il rapporto con certa critica, quella della carta stampata diciamo, di personalità che avevano una formazione ed una statura letterarie, poetiche.

Crede che lo spettatore debba attivare un tipo di sguardo particolare per gli spettacoli di Arte e Salute?

Spesso chi viene a vedere gli spettacoli di Arte e Salute non conosce la storia della compagnia, non sa di vedere sul palco attori psichiatrici. E a volte esce ancora senza saperlo. Ma di sicuro lo spettatore si trova di fronte ad uno stile che ci rende riconoscibili, frutto di una metodologia di lavoro pluriennale che, includendo la malattia e la cura, ci porta in qualche modo oltre l’estetica teatrale. Ma anche oltre la malattia stessa. Ma tutto ciò si può vedere con lo stesso sguardo con cui si guarda ogni spettacolo.

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