FRANCESCA GIULIANI | Cosa accade quando un coreografo come Enzo Cosimi incontra un gruppo di performer come CollettivO CineticO e iniziano a interrogarsi su Pentesilea, la controversa opera di Heinrich von Kleist che all’inizio dell’Ottocento ha re-inventato il mito greco della famosa regina delle Amazzoni innamorata di Achille e da lui amata? Accade che la tragica e a tratti convulsa figura tratteggiata dall’autore tedesco, tesa tra follia e desiderio, tra amore cannibale e passione di morte, viene inserita in uno spazio indefinito, in un polifonico sincretismo di stili e generi. In Dialogo due: Pentesilea Ultras – un ultras che rende precisamente l’altrove estremo e glamour dove si innesta la riscrittura scenica – l’eroina parla una lingua nuova intessuta dell’immaginario lisergico di Cosimi e dei tratti ironici di CollettivO CineticO.

Questo è il secondo di una serie di dialoghi che la compagnia ha inaugurato nel 2018 aprendo il nuovo progetto pluriennale con Dialogo uno: Impatiens noli tangere, azione performativa creata insieme al coreografo israeliano Sharon Fridman. CollettivO CineticO ha avviato una nuova modalità di relazione creativa fra compagnia e coreografi, un percorso che vuole essere sia scenico, cioè volto alla produzione di un’opera, che formativo, e quindi volto alla spasmodica ricerca di una struttura e di un codice da apprendere e destrutturare nel loro tipico gioco di messa in scena. Fin dalle sue origini, infatti, CollettivO CineticO si è distinto per una scrittura scenica originale che utilizza la danza per scomporla e creare linguaggi ironici e innovativi, precisi schemi coreografici all’interno dei quali innescano bombe a orologeria come per auto-sabotarsi in una sfida continua con sé stessi alla ricerca di un ordine da ristabilire.

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Foto Enzo Cosimi

Enzo Cosimi, invitato da Francesca Pennini per il secondo dialogo, ha scelto di tornare sulla Pentesilea di Kleist dopo tanto tempo. A fine anni Novanta il coreografo aveva già indagato questa emblematica eroina in opere come Sacrificio ritmico (1996), Super Delux (1997), Eliogabalo – Climax no stop (1998); ma qui, nutrito anche dal processo creativo che ruota intorno all’ultima sua opera, Glitter on my eyes – Agamennone – prima parte di una trilogia sulla vendetta che si ispira all’Orestea –, l’azione teatrale si costruisce, come scrive lo stesso nelle note di regia, «attraverso i codici del desiderio sadomasochista, con un generoso utilizzo di oggetti legati alla scena fetish».
È interessante che il coreografo abbia scelto di guardare con occhi nuovi, rapportandosi con nuove fisicità, a questo testo per varie ragioni. Innanzitutto bisogna sottolineare che, come riportano gli storiografi, la scrittura drammaturgica di Kleist pare sia nata da un intreccio profondo che l’autore ha intessuto tra la mitologica Amazzone greca e la sua autobiografia. Nello stesso modo si muove anche la scrittura coreografica di Cosimi che, come ha precisato durante l’incontro con il pubblico avvenuto al Teatro Comunale di Ferrara subito dopo la prima dello spettacolo, riscrive le parole e i tratti delle sue figure sceniche facendo connettere la storia trattata con le biografie personali degli interpreti. C’è poi il plot vero e proprio con la sua storia d’amore e morte, tematica che fa da sottotraccia alle ricerche coreografiche di Cosimi per il quale la sessualità ha sempre rivestito un ruolo centrale, anzi una possibile cifra attraverso la quale leggere l’oggi. Come ha sottolineato lo studioso Stefano Tomassini durante un incontro avvenuto tempo fa a Milano e riportato da Stratagemmi «il coreografo, come pensatore del corpo, vuole riportare la sessualità al puro e semplice sesso, senza la dimensione politica che ha assunto nel corso degli anni. Per il coreografo romano la sessualità è legata alla pulsione di morte […].» Nella Pentesilea di Kleist si può ritrovare condensata un po’ questa macro tematica che fa da sottofondo al suo vasto immaginario scenico alimentato anche dai pensieri di Nietzsche, Pasolini, Bataille e dagli echi figurativi rintracciabili in Bacon e Wharol, per citarne alcuni.

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Foto Marco Caselli Nirmal

Andando alla messa in scena, nella Pentesilea Ultras di Enzo Cosimi/CollettivO CineticO non c’è un racconto ma una successione di quadri astratti cosparsi di molteplici segni e altrettanti appuntamenti con le tracce della storia. In quattro capitoli scanditi da sopratitoli e da precisi cambi scena si dischiude fino a esplodere questa Pentesilea che si apre su tonalità in bianco e nero. Come due figurine in pose statuarie, vestite in abiti da businessman, Achille/Angelo Pedroni e Pentesilea/Francesca Pennini sono di profilo in fondo al palco e si guardano da lontano. È il primo incontro/scontro tra i due mondi, che portano con sé precise tracce di quegli spiriti nella sintesi dei quali Nietzsche intravedeva l’unica possibilità della tragedia: l’apollineo e il dionisiaco. Questi tratti saranno per tutto lo spettacolo perennemente in contrasto e in sovrapposizione, slittando continuamente dall’una all’altra figura; contrasto che vive anche della scomposizione e continua ricombinazione dei generi, in un maschile e femminile dai tratti ambivalenti e mai perfettamente precisati. Dopo un tempo di immobilità e silenzio entrano i gruppi sostenitori, due Amazzoni e due guerrieri, vestiti anch’essi in smoking nero (sono Carmine Parise, Giulio Santolini, Simone Arganini e Stefano Sardi) e preparano i corpi degli eroi alla battaglia. La vestizione è una spogliazione, i corpi lentamente si denudano e restano vestiti dalle luci puntualmente disegnate da Gianni Staropoli. Il fascio che illumina una linea orizzontale sul fondo proietta le ombre dei corpi che nella battaglia ricompongono improvvisamente immaginari che confondono avatar virtuali con le immagini iconografiche della pittura vascolare greca. Gli eroi cadono a terra. Il coro di Amazzoni si prepara al rito e dopo aver indossato ognuna reciprocamente il suo gagging/ball intona un canto che si tramuta per gradi quasi impercettibili in urla fameliche, echeggiando i latrati delle bande di cagne e cani che popolano l’atto unico di Kleist.

Paradise Now è il quadro successivo: corpi impalpabili in un’atmosfera rarefatta da una luce che lentamente cresce d’intensità proiettandosi da dietro il fondale. I suoni in sottofondo rimandano a un deserto senza tempo sconquassato da un vento ossessivo. Il palco vuoto si popola delle vesti che lentamente i performer si sfilano mentre camminano trasportati dai cambiamenti energetici che “toccano” da dentro i loro corpi e si traducono in un indefinito vortice di umana ferinità. Il quadro si sgretola e si vedono permeare tracce di abisso. La passione furiosa destruttura la scena e i corpi ormai seminudi sottomessi dalla regina delle Amazzoni, una dominatrice munita di frustino, si preparano a una nuova e cruenta sfida. Le parole dette, gridate e sussurrate al microfono tracciano gli spasmodici rituali di un amore così carnale che della stessa carne alla fine si nutrirà generando un corpo ibrido umano-animale.

L’ultimo campo di battaglia è un ring limitato da un tappeto persiano sul quale i corpi, coperti solo da pittoriche tinte rosso sanguigno, si stringono incarnando la tragica e liberatoria scena finale. Pentesilea resta sola in proscenio, la luce si irradia da un lato e illumina il suo corpo contratto in una forma che sembra aver perso ogni minima traccia umana.
È ripensando a quest’ultima metamorfosi scenica di Francesca Pennini che mi torna alla mente una altrettanto drammatica trasmutazione, quella della Vegetariana di Han Kang. Nella stessa tensione tra realtà e sogno si muove quella figura letteraria che, nonostante viva in un corpo ibrido umano-vegetale, racconta con parole precise la sensazione che permea e chiude l’ultimo inteso quadro scenico di Pentesilea Ultras: «Il dolore era come un buco che la inghiottiva, una fonte di paura intensa eppure, al tempo stesso, una strana, silenziosa pace».

 

DIALOGO SECONDO: PENTESILEA ULTRAS

di Enzo Cosimi & CollettivO CineticO
regia, coreografia e costumi Enzo Cosimi
azione e collaborazione alla coreografia Simone Arganini, Carmine Parise, Angelo Pedroni, Francesca Pennini, Giulio Santolini, Stefano Sardi
disegno luci Gianni Straropoli
coproduzione CollettivO CineticO, Festival Aperto / Fondazione I Teatri, Teatro Comunale di Ferrara – residenza artistica Teatro Comunale di Ferrara, ERT Emilia Romagna Teatro – con il sostegno di MIBACT, Regione Emilia Romagna

Teatro Comunale, Ferrara
12 dicembre 2019

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