ELENA SCOLARI | Quando si svuota una casa, da cassettoni e comò, da armadi e angoliere emergono fantasmi, ricordi, improvvisi fuochi di memoria, anche lacrime, sorrisi involontari legati a una foto, a una cartolina, a un biglietto da visita, a un disegno, a un oggetto. I ricordi si appiccicano agli oggetti con una colla che non si scioglie.
Così come restano avvinghiati a certi luoghi, a una stanza della casa, a un angolo di prato, allo spazio delimitato da una siepe. A un giardino, e agli alberi di quel giardino.
All’inizio del secolo scorso un giardino e i suoi ciliegi colorano di rosa e di rosso la provincia russa e custodiscono la giovinezza di una famiglia vissuta per anni nella proprietà Ranevskaja: anni di giochi, di spensieratezza, il tempo succoso di quando si entra nella vita vedendola rotonda, lucida, liscia e luccicante.
Il giardino dei ciliegi di Anton Čechov (1860-1904) è l’ultima opera del drammaturgo russo, che morirà di tubercolosi sei mesi dopo la prima messinscena al Teatro di Mosca, sotto la direzione di Stanislavskij. È un testo in cui si parla del passato, del tempo che scorre, dell’attaccamento sentimentale a ciò che fu, del senso di intimo sgretolamento che si prova dinanzi a un pezzo di vita che viene sottratto e modificato per sempre. C’è però anche una disincantata critica ai cascami dell’aristocrazia dei primi del secolo (il XX) e alla borghesia nascente, si descrive una certa vacuità della prima e uno stato d’animo incerto nella seconda; entrambe saranno squassate dalla Rivoluzione d’Ottobre nel 1917. Il grande e magnifico impero zarista era in crisi già da tempo e – benché non se ne faccia mai cenno nella commedia – è come se quel vento frantumatore spirasse anche tra i rami dei ciliegi.

La versione de Il giardino cechoviano, che Alessandro Serra dirige, affida l’incarnazione dei temi sopra citati all’insieme dei personaggi che popolano il palco; dico all’insieme perché, se è vero che ognuno di essi porge sul vassoio di kvas la propria frazione di significato, è ancor più evidente che è il gruppo nel suo complesso a essere specchio di una società e di una visione che Čechov ha maturato osservando i comportamenti umani. C’è però, tra tutti, una figura bellissima e che compendia pesi e illusioni di tanti e tanti anni trascorsi nella proprietà Ranevskaja: il servo Firs (Bruno Stori), la schiena curva, il passo incerto, il tremolio nelle mani, bofonchia lamentele, inveisce contro la gioventù sconsiderata. Stori si aggira tra gli altri, compare e scompare, porta bicchieri che balbettano il loro tintinnio, trascina un carretto con le cose remote, si piega sotto una gerla di sedie come se reggesse in spalla anche tutti quelli che ci si sono seduti sopra.
Il maggiordomo, quando potè scegliere, rifiutò la libertà per rimanere fedele al suo padrone, rifiutò anche di avere una vita, non manca di ricordarlo. Firs è evanescente, più fantasma degli altri ma in fondo meno spettrale, in giacca nera e gilet bianco porta (sul vassoio) la commedia fino alla fine, dandosi del buono a nulla e affermando «La vita è passata ed è come se non avessi mai vissuto». Qui c’è Čechov.

La sensazione di evaporare come le bollicine di champagne è comune a tutti i personaggi, ognuno di loro tende a qualcosa o qualcuno ma non riesce a tagliare davvero la corda con il passato.
La proprietà sta per essere messa all’asta nel tentativo di ripagarne l’ipoteca e, a sorpresa, sarà Lopachin a comprarla; l’ex contadino arricchito, oggi ribalta lo status quo e diventa padrone della terra che dissodava da giovane. Leonardo Capuano è Lopachin: non così rozzo come si descrive ma giustamente energico, in contrasto con la vitalità impolverata di tutti gli altri, sovrappone la propria origine di lavoratore nella bella scena in cui, dopo l’asta, scaraventa badilate di terra contro la parete di fondo, con un effetto di deflagrazione che fa esplodere una macchia di rivendicazione, istanti di un Pollock terrigno che fanno arrivare l’odore di terra in platea.

Serra imprime al suo Giardino una direzione contraria al sentimentalismo, e gli odori sono forse l’unica componente veramente legata a un senso quasi involontario come l’olfatto: le candele spente, il fumo dei sigari, il borotalco-polvere… C’è molta polvere, sui cappotti, sui lampadari, sulle anime – non ancora morte – di questi russi appisolati: il sipario si alza infatti sui personaggi stesi, forse addormentati (come nel film Oblomov di Mikhalkov?), che si alzeranno man mano per tornare a coricarsi, di tanto in tanto. Bella idea per dire scenicamente la sospensione esistenziale che regna intorno a quel giardino.
E lo spettacolo è colmo di belle trovate registiche: le citazioni estetiche del cinema muto anni ’10/’20 in scene “inquadrate” come fotogrammi o come foto in cornice dove i protagonisti sono fissi, tornati a un sonno eretto; fissità contrapposta ai coreografici movimenti plurali che senz’altro omaggiano la grandiosa capacità teatrale russa nel creare gruppi “statuari” come i monumenti sovietici. Neorealista e sognante il ballo con le sedie in cui gli attori non danzano con un partner ma con una sedia, facendola graziosamente volteggiare; ancora fantasmi.

Le luci sono perfette, i costumi curati, le scene e i suoni puliti ed eleganti (tutto a cura di Serra coadiuvato con maestria da Stefano Bardelli, Giorgia Mascia, Giuliana Rienzi e Bàste): altissime pareti che diventano, grazie a un piano luci attento e di grande effetto, vecchie tappezzerie ammuffite, mura grigie, interni un po’ soffocanti oppure l’idea di un aperto solatío.
Pochi gli oggetti, è solo la loro presenza immaginata che affatica il respiro di tutti; e se ti infili in un armadio può capitare che sia tu, per un momento, a diventare uno di quegli oggetti, dandogli voce e vita.

Nel cercare perché, allora, non sono stata del tutto convinta da questo lavoro mi tornano alla mente le parole di Cesare Lievi che riportava quanto spesso in Germania i suoi spettacoli fossero tacciati di essere “zu schön” (troppo belli). Ecco, non è un’affermazione così banale e il senso in cui la declino è che a questo Giardino mancano i palpiti. In tanti non-colori come il grigio, l’écru, il seppia, il nero del secondo atto (più luttuoso nonostante l’orchestrina) non si sentono gli spasimi che hanno mosso la spaurita Ljubov’ Andreevna (Valentina Sperlì) e il fratello Leonid Andreevič (Fabio Monti) a tornare alla proprietà come attratti dalla calamita delle radici; il figlio di lei annegò bambino nel fiume che la attraversava, uno choc che tenterà di superare scialacquando denaro nello scintillio di Parigi, e il marito «morì di champagne». Una fine tragicamente struggente, e tanto tanto letteraria.
La scelta di far interagire poco i personaggi e quindi di sbiadire la relazione che invece intercorre tra loro ottiene il risultato di spostare l’attenzione dello spettatore sugli aspetti “d’intelletto” della commedia, aumentando però la distanza con una storia in cui non si riesce a entrare, perché manca l’intimità con questa umanità, bisognosa. Ognuno dice la propria parte come in un sogno un po’ offuscato dove non c’è vero dialogo e dove ognuno, alla fine, è solo.
Seppur non si voglia insistere sulla valenza simbolica della perdita del giardino e dell’innocenza – giacché sono cosa ormai conclamata – e nemmeno sull’afflato nostalgico, il cuore dell’opera è pur sempre nella consapevolezza del tempo che scorre, dall’infanzia alla vecchiaia, età in cui si può sentire tangibile la fuggevolezza del nostro passaggio.

Citiamo tutto il cast, oltre agli interpreti già nominati: Arianna Aloi, Andrea Bartolomeo, Marta Cortellazzo Wiel, Massimiliano Donato, Chiara Michelini, Felice Montervino, Massimiliano Poli, Petra Valentini. Tutti si mantengono su un livello di qualità recitativa uniforme, che sostiene la tesi dell’organismo d’insieme.
Trofimov, l’eterno studente; Epichodov, il contabile che conta gli ettari e gli anni; Ljubov’ Andreevna, che ha vissuto nel luccichio di Parigi; Piščik, il proprietario terriero in cerca di rubli; tutti hanno un proprio personale rapporto con il tempo, che si sviluppa però anche per via di quel posto, quel Giardino è il loro tempo, quello perduto e quello che ancora hanno davanti, lontani dai ciliegi, dove tutti andranno – tranne Firs – alla fine della commedia.
Però i ciliegi saranno abbattuti, e come dice Lopachin, in fondo facciamo tutti una vita da stupidi.

IL GIARDINO DEI CILIEGI
di Anton Čechov

regia Alessandro Serra
con Arianna Aloi, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Marta Cortellazzo Wiel, Massimiliano Donato, Chiara Michelini, Felice Montervino, Fabio Monti, Massimiliano Poli, Valentina Sperlì, Bruno Stori, Petra Valentini
drammaturgia, scene, suoni, luci, costumi Alessandro Serra
consulenza linguistica Valeria Bonazza e Donata Feroldi
realizzazione scene Laboratorio Scenotecnico Pesaro
direzione tecnica e tecnico della scena Giuliana Rienzi
tecnico della luce Stefano Bardelli
tecnico del suono Giorgia Mascia
collaborazione ai costumi Bàste
attrezzista Serena Trevisi Marceddu
organizzazione, distribuzione Danilo Soddu
produzione Sardegna Teatro, Accademia Perduta Romagna Teatri, Teatro Stabile del Veneto, TPE – Teatro Piemonte Europa, Printemps des Comediéns
coproduzione Compagnia Teatropersona, Triennale Milano Teatro

Triennale Teatro dell’Arte, Milano
21 dicembre 2019

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