SILVIA ALBANESE | Milano, 14.02.2020
Tornata a casa dopo la seconda serata con Tiago Rodrigues a Triennale Milano Teatro (emozionante chiusura di Stagione 19/20 in attesa dell’apertura del festival FOG il 12 marzo) il mio desiderio è ascoltare Beethoven, Sonata n. 14, ma se preferisci la tua colonna sonora può essere Wild is the wind nella versione originale di Nina Simone del 1959, oppure in quella di David Bowie del 1976.

Il 14 febbraio del 1978 è stato il primo giorno di lavoro della suggeritrice Cristina Vidal, storico sospiro del Teatro Nacional D. Maira II di Lisbona, che allora aveva 21 anni. Il 14 febbraio del 1977 è il compleanno del direttore del suo teatro, Tiago Rodrigues: è stato questo sincronismo a convincere Cristina Vidal a stare in scena più di 100 minuti per raccontare la sua storia, senza smettere di fare e di essere ciò che da sempre fa ed è per il suo teatro e per gli attori: offrire un soffio, un Sopro, e da questa posizione laterale essere testimone di quanto avviene dentro e fuori dalla scena.

Cristina Vidal aveva 5 anni quando ha conosciuto l’incantesimo del suo amore, ha incontrato la sua casa e la sua missione di vita: è entrata nella buca del suggeritore e da lì, a 5 anni, ha assistito al suo primo spettacolo. Ha toccato il palcoscenico, ha sentito le sue dita diventare calde, ha conosciuto la sua direttrice (non la direttrice del suo teatro, ma la sua direttrice), e si è innamorata. Non importa come siano trascorsi quegli anni, tra i 6 e i 20, perché la vita della suggeritrice comincia a teatro; la vita di chi ama il teatro non può che iniziare in teatro e finire in teatro, come uno spettacolo. La vita da questo punto di vista può essere considerata un lungo debutto, una lunghissima prima.

(Se stai ancora cercando la canzone nella versione di Nina Simone, ti consiglio di cercarla come Give me more than one caress, altrimenti i primi risultati di Google ti restituiranno la versione di David Bowie, che è bellissima, ma secondo me quella che cita Tiago Rodrigues è la versione di Nina Simone; mi ha dato più di un indizio per crederlo).

Respiriamo la stessa aria, Raccontiamo la stessa storia. Tu e io, in questa interminabile ripetizione. O prova. Io abito i margini: i margini della scena, i margini della vita, i margini della luce, i margini del copione. Conosci il portoghese? Quinta in portoghese si può dire margem.

Le quinte di Sopro, così come quelle di By Heart, qui in Triennale, sono tende, margini morbidi animati dalla luce e mossi dal vento, o a volte solo da un respiro.

By Heart. Il cuore della scena sono dieci sedie, uno sgabello, un paio di cassette di legno contenenti libri, delle borracce piene d’acqua. Tiago Rodrigues coinvolge il pubblico in scena con la stessa naturalezza con cui le tende sono mosse dal vento. E così come sono morbidi i margini della scena, lo è anche la relazione attivata da Rodrigues tra il pubblico in sala, i dieci spettatori sul palco e sé stesso, che è lì per raccontarci una storia fatta di tante storie e per insegnare un testo a memoria al gruppo di spettatori sul palco e inevitabilmente a tutte le persone in platea.

Il testo scelto è il Sonetto 30 di William Shakespeare. Qui la musica è fatta di silenzio.

Non sapevo che nella memoria ci fosse così tanto cuore: ‘imparare a memoria’ in portoghese si dice aprender de cor, ma anche decorar. In francese apprendre par coeur. In inglese learn by heart. Non poteva esserci metodo più efficace per farmi avvicinare così tanto la testa al cuore. Mi sono anche ricordata che spesso, molto spesso e soprattutto da adolescente, ho sentito la testa molto vicina al cuore: leggendo Madame Bovary, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Cent’anni di solitudine...

Imparare a memoria un testo può essere un atto di resistenza, come in Fahrenheit 451, e significa farsene abitare: presuppone la creazione di un silenzio profondo che possa offrire lo spazio alle parole per entrare a decorare il silenzio. Ti è mai capitato di amare talmente tanto un libro da desiderare di impararlo a memoria? A me è successo con Un uomo che dorme di Perec, un’ossessione che ha generato la complessa articolazione di un desiderio: impararlo a memoria, riscriverlo, abitarlo e farmene abitare, renderlo carne, farlo vivere, farmi vivere.

Le case dei bibliofili sono arredate di mensole piene di libri; ho sempre sognato di avere una casa con le pareti completamente fatte di libri, dal pavimento al soffitto e fin da piccola, proprio come Cândida (la nonna cuoca di Tiago Rodrigues) uno dei miei più grandi desideri è stato quello di leggere più libri possibile, il maggior numero possibile fino al momento della mia morte. Poi ho cominciato a traslocare, molte e molte volte. Ho provato a portare i libri con me, ma a un certo punto non è più stato possibile. A ogni trasloco si è raffinato il mio modo di catalogare i libri nelle scatole, visualizzandone già la disposizione nelle future mensole che li avrebbero accolti e seguendo schemi che hanno perso qualsiasi pretesa di catalogazione razionale, diventando solo dei messaggi d’amore per il contenuto muto di quelle scatole.

La grana materica di cui sono fatte le parole ha una sua consistenza che può essere molto sottile, quasi inconsistente, oppure larga, forte e vibrante. I libri ci offrono le parole capaci di arredare il mondo interno del nostro immaginario, e ci mettono in connessione con voci che non pensavamo di avere eppure che riconosciamo come se ci abitassero da molto lontano.

Resta il ricordo, qui, dell’inizio del mio viaggio.

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