GILDA TENTORIO | La nuova creazione della coppia Bruni/Frongia, in prima nazionale al Teatro Elfo-Puccini fino al 1 marzo, ha il titolo suggestivo di Verso Tebe. Gli “Elfi” esplorano la potenzialità esplosiva di un viaggio attraverso i testi (il sottotitolo è infatti Variazioni su Edipo) e inaugurano un percorso di avvicinamento, professano un’intenzione di direzionalità. La città di Tebe è centro nevralgico che irradia miti di un’antichità ancestrale e inquietante: profezie, mostri, enigmi, guerre fratricide, punizioni divine, il tutto nell’orizzonte del “prima”, cioè nella fase che precede lo spartiacque mitologico dell’assedio di Troia. Tebe diventa la coordinata atemporale del mito, meta di un viaggio che è riflessione sulle origini e sui capisaldi della civiltà occidentale.

A segnalare che questo viaggio teatrale sarà diverso, è il nuovo assetto studiato per l’occasione in Sala Fassbinder: i sedili si trovano sui due lati lunghi, mentre gli attori si muovono lungo lo spazio interno, come nella pista di un ippodromo, all’interno di un ideale abbraccio della comunità. Infatti il pubblico è coinvolto a seguire le vicende tragiche più da vicino e al tempo stesso può specchiarsi nei volti degli spettatori seduti dirimpetto. Siamo cioè chiamati a fare comunità intorno a Edipo e a riscoprirlo incuneato nelle viscere della polis-teatro.

Su questa arena teatrale è tracciato un ideale sentiero lastricato di assenze, cioè giacche, scarpe, qualche cappello, abiti che sono soltanto vuoti involucri. Al centro, la scritta Γνῶθι σαυτόν (conosci te stesso), il famoso motto che era inciso sul tempio di Delfi e racchiude l’ironia tragica del caso di Edipo, in quanto la presa di consapevolezza è per lui anche la scoperta della rovina. Qui il monito giace a terra, snodo dell’andirivieni dei personaggi. Sul fondale a varie altezze sono sospese altre giacche nere, coronate da un volto che è un collage di frammenti fotografici. Dunque la scena parla di assenza, frammentazione dell’io, tentativo di ricostituzione di un’identità esplosa.

Foto Laila Pozzo

Il palese modello, come hanno dichiarato Bruni/Frongia, è Jannis Kounellis, l’artista di origini greche scomparso tre anni fa, esponente di spicco della cosiddetta arte povera. Kounellis ha lavorato con la concretezza dei materiali per estrapolarne l’anima, una poetica che intende sfrondare ogni sovrastruttura culturale, alla ricerca delle origini. Non sorprende che Kounellis abbia collaborato per anni con il grande regista Theodoros Terzòpoulos: in diversi suoi allestimenti il pubblico greco ha visto abiti o scarponi militari, in bell’ordine o ammucchiati a indicare la folla delle vittime di guerra. Ricordo alcuni anni fa uno splendido Prometeo incatenato, in un’area industriale dismessa presso Eleusi a pochi chilometri da Atene: dai muri scalcinati erano sospese grosse pietre, legate fra loro come a  formare lunghe collane che davano l’impressione di una cascata oppressiva di massi, pronta a schiacciare ogni cosa: il peso dell’eredità, la lotta dell’uomo-Sisifo contemporaneo, l’incombere del destino…

Bruni/Frongia sfruttano in particolare l’idea simbolica di una folla di assenze-presenze, grazie a quel suggestivo tappeto di spoglie vuote, a indicare le generazioni passate, perché tutti noi camminiamo su un tappeto di morti, calpestiamo le loro impronte, riproduciamo le loro sembianze. In quest’ottica si spiega la presenza di leggii e microfoni, che danno l’idea di una prova ma in realtà sono già strumenti teatrali, supporti tecnici per dare voce al passato, per urlare nell’oggi ancora una volta l’enigma di Edipo, in una sorta di ideale passaggio di testimone. Bruni e i suoi, camicia bianca, redingote nera e piedi nudi, ci presentano la storia di Edipo, anzi la “sfogliano” davanti ai nostri occhi, attraverso il filtro delle sue mille cangianti trasformazioni letterarie.

Foto Laila Pozzo

Sopra la coltre di morti i passi sono lenti, incerti o solenni, giri ipnotici intorno al leggio, in una prevalente staticità che ha il sapore del rito, interrotta da musica post-punk (fra cui i The Cure) a forte volume, a tratti volutamente disturbante. Come l’avanguardia musicale si innesta sulla tradizione, così avviene per il dialogo infinito dei testi su Edipo.

Bruni/Frongia, dopo aver esplorato saggi e pagine letterarie, propongono un mosaico di frammenti testuali, in un viaggio edipico di nuova consapevolezza. Il filo rosso di Sofocle continua a entrare e uscire dal flusso delle riscritture ma si riconoscono i virtuosismi barocchi e macabri di Seneca, gli intrecci onirici di von Hofmannsthal, l’ironia pungente di Dürrenmatt, i rivolgimenti di Cocteau. Dietro quella battuta si celeranno Thomas Mann oppure Berkoff? La costruzione citazionale è stata cucita da questi moderni rapsodi in un quadro omogeneo, non è importante stabilire razionalmente la paternità delle parole, ma occorre abbandonarsi al viaggio verso Tebe, guidati dai quattro attori.

Il ruolo di Edipo è affidato a Valentino Mannias, che nel suo sguardo dolente e riflessivo riesce a esprimere il tormento del dubbio e la sconvolgente presa di coscienza; Giocasta è interpretata da Mauro Lamantia, capace di mostrare le variazioni umorali e tragiche della  madre-amante; Edoardo Barbone è la voce del narratore e del messaggero che porta la conferma dell’identità di Edipo. Accanto ai giovani, Ferdinando Bruni con la sua solita naturalezza da mattatore, camaleonte della voce, si cala in ruoli marginali che emergono con prepotenza: Laio, la Sfinge, Tiresia.

Foto Laila Pozzo

Di questo esperimento intertestuale restano impressi soprattutto gli altri personaggi che orbitano attorno a Edipo: prima fra tutte Giocasta, tormentata da terribili incubi e consapevole-inconsapevole dell’incesto, colei che prova orrore perché il figlio la disprezza e la allontana «senza un addio gentile». C’è poi il padre Laio, che si erge come fantasma e maledice la città e il figlio (ritorna alla mente l’incontro di Amleto con lo spettro del padre). Terribile è anche il monologo della Sfinge, mostro che insulta in Edipo l’intera umanità, colpevole di trasformare laghi e oceani in lande desolate, fabbricare armi di distruzione, dimenticando il potere primordiale del femmineo demiurgico, materno, magico e vitale.

Qual è il senso dell’operazione di Bruni/Frongia? Non un ennesimo tributo a Edipo, ma una riflessione sulle inquietudini espresse nei secoli intorno a questo mito. Colpa o destino? Chi è il vero mostro, la Sfinge o l’uomo? La società contemporanea ha davvero domato le belve? Quanto sono salde le nostre certezze di razionalità?
«Il respiro gelido e antico della tragedia ci ricorda quanta poca parte del mondo ci appartenga davvero», dicono i due artisti nel programma di sala. Di forte risonanza è ad esempio la descrizione della peste, nutrice di sospetti e di disperazione, una morte oscura e strisciante che trasforma il regno di Edipo in un «affollato deserto»: non posso fare a meno di pensare alla stretta attualità dei blocchi sanitari e del delirio di fake news attorno al Coronavirus. In fondo Tebe siamo noi.

 

VERSO TEBE. VARIAZIONI SU EDIPO

di Ferdinando Bruni, Francesco Frongia
con Edoardo Barbone, Ferdinando Bruni, Mauro Lamantia, Valentino Mannias
luci Nando Frigerio
suono Giuseppe Marzoli
macchinista Giancarlo Centola
sarta Ortensia Mazzei
produzione Teatro dell’Elfo

Teatro Elfo Puccini
21 febbraio 2020

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