LAURA NOVELLI | “Edizione straordinariaaa! Edizione straordinariaaa!”. Risuona prepotente e oggi addirittura profetico l’allarmante richiamo alla realtà degli strilloni che annunciano la morte dell’arciduca Francesco Ferdinando, e dunque lo scoppio della prima guerra mondiale, in una celebre scena di quell’indimenticabile Gli ultimi giorni dell’umanità che Luca Ronconi presentò al Lingotto di Torino nel novembre del 1990, traducendo in un allestimento mobile e pluriprospettico la gigantesca materia letteraria di Karl Krauss. Sembra quanto mai emblematico il fatto che proprio questo grido, con tutto il suo carico di paura e allerta collettive, apra il documentario In viaggio con Luca di Gianfranco Capitta e Simone Marcelli: omaggio alla grandezza artistica e al percorso biografico-emotivo del maestro scomparso cinque anni fa e omaggio, ancor più, a quanto del suo lavoro resta in eredità alla cultura italiana e internazionale.

Il film prende avvio nella spaziosa Sala delle Colonne di Ca’ Giustiniani (sede della Biennale di Venezia) dove alcuni maxischermi rimandano le immagini di tre colossal ronconiani: Orlando furioso,Gli ultimi giorni dell’umanità(appunto) e Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana. Al centro, lo studioso e critico, firma storica de Il Manifesto, introduce gli spettatori al senso del teatro e soprattutto alle sue innate finalità, che potremmo declinare con termini quali meraviglia, analisi, comprensione del reale, indagine nella vita e nella cultura, scoperta di “mondi mai stati familiari prima” e, soprattutto, conoscenza. Conoscenza del teatro, ovviamente, ma anche di noi stessi e degli altri: “Il teatro – dice Capitta – ci può far ridere, commuovere, magari anche pensare e, una volta tornati a casa, possiamo continuarne il disegno. In pratica, esso ci permette di conoscere e ri-conoscere”.

Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

Di ciò era fortemente convinto Luca Ronconi e questo film – presentato al Piccolo di Milano, allo Stabile di Torino, al Teatro Cucinelli di Solomeo (Perugia) e all’Argentina di Roma prima delle necessarie misure di contenimento del Covit-19 – ne è un’intelligente, sensibile e accurata ricostruzione. Credo anzi che, in questi giorni di emergenza, isolamento, preoccupazione generalizzata, crisi economica, fragilità di ogni forma artistica, incertezza del domani e, soprattutto, drammatica familiarità con la morte e il dolore, la testimonianza di cui si fa eco In viaggio con Luca offra l’occasione di riflettere profondamente sul valore della memoria. Un valore a teatro incommensurabile, perché direttamente proporzionale alla possibilità di mantenere in vita quanto ci viene dal passato e dunque alla possibilità stessa di immaginare nuove utopie, nuovi linguaggi, che non sembrino palloncini persi nel vuoto.

In attesa che il documentario – auspicabilmente – trovi una distribuzione diffusa sui canali televisivi e arrivi al grande pubblico, ne ho parlato con lo stesso Capitta (la conversazione risale ad alcuni giorni fa, quando la percezione della pandemia in atto era già forte ma non così drammaticamente preoccupante) e questi, nell’inedita veste di intervistato, ha volentieri ripercorso per i lettori di PAC le ragioni, la genesi e le diverse fasi operative sottese al lavoro.

La domanda suona convenzionale ma necessaria: come è nata l’idea di questo percorso documentario che entra nelle maglie della produzione artistica ronconiana e, al contempo, ne restituisce gli aspetti umani, biografici, in alcuni casi persino emotivi?       

La mia personale amicizia con Luca Ronconi si è consolidata nei dieci anni precedenti alla sua scomparsa. Ci incontravamo spesso per parlare, confrontarci. Si era molto indebolito a seguito della dialisi, ma quelle occasioni di scambio erano sempre un regalo per me, una scoperta. Lo conoscevo già da tempo per lavoro. Negli anni ’90 facevamo la radio insieme e poi l’avevo spesso intervistato, ma in quel decennio ebbi il privilegio di trascorrere molte ore con lui, di ascoltarlo, di comprenderne la profondità umana oltre che artistica. Dalla confidenza costruita in quel periodo è nato il libro Teatro della conoscenza (Laterza, 2012, ndr) e, due anni dopo la sua pubblicazione, Luca mi chiese di farne un altro insieme. Mi sentii molto onorato della proposta ma non ci fu il tempo di realizzare il suo progetto. Questo documentario in un certo senso riparte da lì. Da quel debito di riconoscenza. Un atto dovuto, che è un omaggio e anche un mio bisogno personale di supplire a quel secondo libro mai scritto.

A quando risalgono i tuoi primi approcci, da spettatore, al teatro di Ronconi?  

Ricordo che ai tempi del liceo – erano gli anni ’60 e io avrò avuto 16 anni – gli insegnanti ci portavano a teatro due volte a settimana. In una di quelle occasioni vidi I Lunatici, un testo del repertorio elisabettiano scritto da Middleton e Rowley che in Italia non era mai stato rappresentato. Non credo che allora avessi capito lo spettacolo ma so che mi turbò molto. C’erano Marisa Fabbri e Sergio Fantoni mascherati in modo orribile. Ronconi aveva spostato l’azione in un ospedale psichiatrico e il lavoro era una perturbante metafora del groviglio che tiene inesorabilmente insieme sesso e potere. Non l’ho mai dimenticato: avevo scoperto Freud prima di conoscere Freud. Da allora ho sempre seguito i suoi lavori. Fui tra i primi a vedere La tragedia del vendicatore, ancora un testo elisabettiano in cui Luca aveva portato in scena solo donne (nomi come Edmonda Albini, Mariangela Melato) che duellavano con spade di legno e calze a rete. Posso dire che sono cresciuto con Ronconi. Il suo teatro fa parte della mia vita. Ho avuto il privilegio, ad esempio, di vedere a Palazzo delle Esposizioni le prove di XX per l’allestimento di Parigi: come dimenticare quell’esperienza? L’ho seguito ovunque: a Prato, nei tanti luoghi non ufficiali in cui ha fatto spettacoli. Il suo lavoro mi affascinava profondamente e anche se ho sempre apprezzato altri grandi registi che facevano spettacoli memorabili, per me il teatro di Ronconi aveva qualcosa di diverso, di magnetico.

Un aspetto molto importante della sua lezione è il lavoro sull’attore e la pedagogia. Aspetto che nel film viene trattato con estrema cura e arricchito da tante testimonianze come, tra le altre, quelle di Luca Zingaretti, Pierfrancesco Favino, Galatea Ranzi, Massimo Popolizio, Fabrizio Gifuni, Umberto Orsini, Massimo De Francovich, Ottavia Piccolo, Antonello Fassari, Paola Bacci, Francesca Ciocchetti, Lucrezia Guidone. Cosa puoi dirci a riguardo?

Sono convinto che Ronconi sia il padre della recitazione di oggi. Se ci pensiamo bene, è lui il vero maestro di tanti bravi attori di teatro, televisione e cinema adesso molto affermati. Nel documentario mettiamo insieme interviste a interpreti di generazioni diverse. Ognuno di loro racconta il suo rapporto con Ronconi-regista riconoscendone l’intelligenza, la straordinaria, direi unica, capacità di usare i testi come “giochi di prestigio” e di approfondire gli aspetti più oscuri di ogni personaggio. Certamente era esigentissimo, ma credo che molti dei suoi attori, pur se in modi e misure differenti, siano in forte debito verso di lui. Certamente poi, per Ronconi, l’ambito della formazione era di primaria importanza, anche perché aveva capito che la formazione è il canale privilegiato della memoria. Durante gli anni della sua direzione dello Stabile di Torino e del Piccolo, la Scuola è stata un suo interesse primario. Così come, più tardi, è successo nei dodici anni di attività del Centro Teatrale di Santa Cristina. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile in tal senso. Oggi, quando parlo di lui ai giovani allievi dell’Accademia Silvio d’Amico, mi ascoltano anche per tre ore di seguito: restano incantati però non lo conoscono; non hanno visto i suoi spettacoli. Mi auguro che questo film possa contribuire a innescare, nelle nuove generazioni, delle curiosità, il desiderio di capire il teatro di Luca e dunque anche il suo lavoro sull’attore.

Quanto tempo è stato necessario per realizzare il documentario?

La selezione dei documenti e le riprese sono iniziate nell’estate di due anni fa. Si è trattato di un lavoro complesso che ha previsto fasi diverse: le ricerche d’archivio, dalle quali sono emersi anche materiali rari o poco diffusi (come quelli, ad esempio, relativi alle prime apparizioni teatrali e televisive di Ronconi-attore), la stesura del testo che accompagna l’intero film, la raccolta delle testimonianze di attori, intellettuali e collaboratori di Ronconi, le scelte registiche. Ad esempio, è stata proprio del regista Simone Marcelli l’idea di iniziare il film riprendendomi nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustiniani. Ovviamente colgo l’occasione per ringraziare tutte le persone che hanno contribuito al film e in particolare la famiglia Cucinelli che, con il suo generoso contributo economico, ne ha permesso la realizzazione. Non è stato facile fare un’operazione di sintesi. Come si può riassumere il lavoro di un genio che ha firmato duecentosettanta spettacoli, tra prosa e opera lirica? Tuttavia siamo molto felici del risultato e, per quanto mi riguarda, non posso negare che si tratti di un percorso nella mia personale idea di Luca Ronconi: il mio viaggio dentro il viaggio artistico e umano del regista.

Questo aspetto intimo, che nulla toglie alla trattazione critica del teatro ronconiano, emerge sin da subito e prende corpo già nelle scene in cui visiti Susa, la città natale del regista. I luoghi e lo spazio sono d’altronde dimensioni molto indagate nel film. Ciò riflette il valore che Ronconi stesso attribuiva loro?

Margherita Palli e Luca Ronconi – Foto CDeBernardi

Direi proprio di sì. La sua curiosità per luoghi inconsueti è impagabile. Nel film, è vero, si vede Susa, la città tunisina dove nacque nel 1933 perché la madre insegnava lì. Sono voluto ripartire dalle origini. Ma tutta la sua biografia è attraversata dalla ricerca di spazi altri, diversi. Era uno “straniero in patria”, come dico ad un certo punto del documentario. E questo anche artisticamente parlando. È lui che ha portato il teatro fuori dal teatro. Basti pensare all’Orlando Furioso o all’esperienza del Fabbricone di Prato, solo per citare due esempi. In tutti i suoi lavori l’attenzione per lo spazio è maniacale. Ce lo racconta bene Margherita Palli, sua scenografa e collaboratrice per tanti anni. Una scenografa co-autrice che ha saputo sempre intercettare le visioni spaziali di Ronconi e proporle in scena con soluzioni fisiologicamente connesse con il testo e con i movimenti degli attori.

Oltre a questo interesse per i luoghi, In viaggio con Luca si sofferma anche sull’impegno sociale, politico, del teatro di Ronconi. Quale era secondo te il segreto di questo sguardo sempre attento al reale?  

Era un regista capace di pensare in grande, di veder lontano, di intuire, prevedere certi meccanismi della realtà. Era molto attento al mondo intorno a lui e, nei suoi allestimenti, sapeva sempre dove andare a parare. In questo credo sia stato un vero genio. Parlo di una genialità che era frutto di una sensibilità profondissima e di una cultura sconfinata, costruita sin da adolescente leggendo molto. La solitudine in cui visse già da giovane lo portò a leggere di tutto e queste letture sono state il sostrato su cui ha costruito le sue intuizioni registiche, le sue scelte artistiche. Aveva uno spiccato senso civico ed etico; basti pensare a operazioni come Gli ultimi giorni dell’umanità, Infinities, il Progetto Domani o Lehman Trilogy.

A proposito di questo suo ultimo lavoro, che emozioni ti suscita ricordarlo?

Mi commuovo spesso pensandoci. Lo considero una sorta di testamento artistico. Un lavoro perfetto, oggi quanto mai attuale viste le gravi contraddizioni dell’economia capitalista moderna. Nel periodo di preparazione dello spettacolo, Luca era già molto malato ma non ha mai saltato una prova. Lavorava come un matto, con ostinata energia. Aveva voluto una scena vuota, continuamente animata da decine di attori di tutte le generazioni. Un capolavoro. Lo vidi l’ultima volta di persona il 15 dicembre del 2014, proprio in occasione delle prove di Lehman Trilogy. A febbraio se n’è andato.

(LN) In questi cupi tempi di emergenza da Coronavirus viene naturale pensare a come Ronconi avrebbe declinato teatralmente gli scenari oscuri del nostro oggi. E chissà poi se avrebbe avuto la voglia di farlo. Certo è che la sua intelligenza vsionaria si è rivolta spesso – se non sempre – a temi che abbiamo sotto gli occhi ormai quotidianamente. E allora torno al colossal tratto da Karl Krauss. Torno all’apocalisse della grande guerra che è poi l’apocalisse di ogni guerra, di ogni disastro anti-umano. E mi viene subito in mente una breve nota che su quel memorabile allestimento lo stesso Capitta scrive nella teatrografia de Il teatro della conoscenza: «Lo spettatore che voglia conoscere meglio quella irripetibile esperienza torna a vederli e rivederli, quegli Ultimi giorni. In fondo, dal 1945, abbiamo vissuto solo guerra fredda, e dopo Hiroshima l’idea del conflitto mondiale è sembrata sempre più lontana. Invece, alle ultime repliche, alla retorica asburgica si sostituisce sui giornali e in tv quella ‘vera’ e bruciante della prima guerra del golfo, Potenza di un teatro che legge e rappresenta la realtà quando ancora questa è in divenire. Chapeau!».

IN VIAGGIO CON LUCA

di Gianfranco Capitta e Simone Marcelli
regia Simone Marcelli

Prodotto grazie a un contributo finanziario della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli, con il sostegno di Cariplo, e realizzato sotto la sigla produttiva indipendente di Catrina Producciones (associazione culturale senza scopo di lucro).

In viaggio con Luca è stato presentato il 21 febbraio al Piccolo Teatro di Milano, il 25 febbraio al Cinema Massimo di Torino, il 27 febbraio al Teatro Cucinelli di Solomeo (Pg) e il 2 marzo al Teatro Argentina di Roma

Durata 90 minuti