ELENA SCOLARI | Qual è il bello del nonsense? La sorpresa, il gusto di essere frastornati da un paradosso che, in quanto tale, non è prevedibile. La risata strappata dalla strampalatezza regala una soddisfazione leggera, data da un apparente disimpegno intellettuale.
Una gallina che discute con un uovo sul noto interrogativo bio/anagrafico (non esplicitato) è una situazione filosoficamente stimolante, e la sovrapposizione dell’irrisolvibilità del quesito con il fatto che il soggetto Gallina sia un peluche e l’Uovo un uovo, crea un contesto assurdo quanto basta per elevare tutti gli spettatori in un iperuranio teatrale delle idee in cui Platone non perderebbe di credibilità se a discutere con lui fossero Piggy o Gonzo.

E Andrea Cosentino ci porta niente meno che nell’Iperuranio con il suo teatro?! Sì! Grazie al cielo, sì!
Chi scardina, chi spariglia le carte, chi rompe le uova nel paniere, chi riporta lo spettatore a certe questioni (verrebbe da dire ab ovo) che aiutano a definire o a ridiscutere la relazione artista/pubblico è da ringraziare. Perché ci fa pensare, perché tenta – per quanto ancora possibile dopo l’indigestione televisiva di cubetti cu-bi-cù (sappiamo che Cosentino ne è rapito ogni sera) – di dare una scossettina ai nostri cervelli, ci costringe a essere veloci e ad arrenderci al corto circuito logico quando è giusto che un filo non si trovi.
Lo spostamento di senso, scartare da ciò che ci si aspetta è il suo modus operandi, così come la presa in giro dei luoghi comuni più frusti, nei quali finge anche un po’ di cadere ma per allontanarsene subito, magari con un falso proverbio abruzzese o una dissertazione semiotica sulle grinze. Spiazzante tanto quanto un insaccato considerato ‘a prescindere dalle dimensioni’.


Trovandoci ancora a sale chiuse (ma pure le cantine, i garage, i seminterrati…), Andrea Cosentino si presenta in video, con Kotekino riff… on air. L’opera è destinata a teatri, canali televisivi e piattaforme digitali, ha avuto la sua anteprima il 17 gennaio nello spazio virtuale della rassegna Concentrica e nuove trasmissioni si annunciano.
Le caratteristiche di stile frammentato citate prima si adattano allo spezzettamento in video, anche al corpo sezionato, come a smontare non solo il senso ma anche le tessere visive che, per quanto scombinate, in teatro sono presenti tutte insieme e qui sono invece ulteriormente frazionate, ripetute, interrotte.

Lo spettacolo Kotekino riff nasce in teatro, la genesi della versione film-nonfilm di Kotekino comincia anch’essa in tempi non contagiosi: i registi cinematografici Silvia LuziLuca Bellino avevano visto lo spettacolo in teatro e proposero ad Andrea Cosentino di trarne un “cine-oggetto”; l’idea poi decadde per varie ragioni finché Concentrica chiese all’attore di valutare la sostituzione della replica fissata con un filmato e così si sono accordati per un lavoro ad hoc, pensato per gli schermi. Ecco come Cosentino è tornato a Silvia e Luca, che hanno curato la regia del progetto.
La struttura del film, i multischermi, le risate registrate sono il risultato della reinvenzione cinematografica di elementi che stanno – in altra forma – anche nello spettacolo originario.
PAC ha visto i 22 minuti di Kotekino con succulento divertimento, e ha poi incontrato l’artista per scucirgli qualche non-spiegazione del suo non-teatro on air.
Questa può sembrare un’intervista, ma non fidatevi: è un uovo.

L’assenza del pubblico ha cambiato il tuo modo di stare in scena e il respiro del lavoro? 

Sì, io non sono in grado di fare nulla senza qualcuno davanti, per girare questi materiali ho dovuto stringere i denti, farmi anche qualche violenza; il ritmo dei miei lavori teatrali deriva programmaticamente dall’interazione con gli spettatori, ho confidato di riuscire a reinventare lo stesso ritmo, a ricrearlo e anche a stravolgerlo tramite il montaggio.

Il mio spettacolo teatrale spinge in maniera estrema sull’improvvisazione, sul nonsenso e sul gettarsi senza rete con coiti interrotti verso lo spettatore. Credo che questo stile abbia spostato l’operazione video verso un fake theatre, cioè una traduzione parodistica (ma anche seria) della dimensione del dialogo.

Una delle cose più fastidiose nel vedere teatro in video è la regia televisiva che impedisce di scegliere dove guardare, non c’è libertà di distrazione nè di concentrazione. Moltiplicare i riquadri nel tuo filmato ha qualche collegamento con questo aspetto?

Sì, la coercizione dello sguardo è il segno della differenza tra teatro e “cose in video”. Moltiplicare i riquadri può essere una risposta: in parte la scombinatezza dei riquadri è un modo per sfuggire al punto di vista unico, ma serve anche a parlare della sovrastimolazione selvaggia del mondo della rete.
Per me una delle frasi chiave dello spettacolo è: “la comunicazione contemporanea non è approfondimento ma velocità, cioè se tu annoi dopo sette otto secon…”. Kotekino riff (on air e non) è una roulette russa che vuole parlare senza dire di un mondo che non è più quello della televisione che parodiavo e doppiavo in Telemomò, ma quello della rete, ancora più frammentato, pieno e vuoto allo stesso tempo.
In Kotekino riff non c’è un tema, non c’è una trama, a stento si trova una forma che è sempre in via di deformazione, e questo ci ha invogliato a inventare un gioco video altrettanto dadaista.

Che cosa puoi fare in questo Kotekino on air che non puoi fare in teatro? Ti sembra di guadagnare in surrealtà? Ti sei sentito più libero di poter “giustapporre” linguaggi diversi senza doverli legare col tuo corpo visibile?

Non so, è un linguaggio completamente differente ma io resto un teatrante. Non c’è nulla come la bellezza di una presenza reale che si affanna a sconnettere i sensi e i significati. La presenza reale ti costringe a cercare risposte, ed è divertente porre questioni slegate tra loro e apparentemente immotivate.
Il montaggio del cinema, per quanto veloce e sconnesso, rimarrà sempre coerente con l’essenza di quel linguaggio, e per il teatro che faccio io questo è un limite.
Credo che un punto caratterizzante di Kotekino on air sia non come si può restituire il teatro con il video, ma piuttosto in quale modo un mio lavoro teatrale abbia dato lo spunto a due registi di cinema per inventare un oggetto ibrido. Cioè non “come posso videizzare il teatro”, ma capire cosa il teatro ha ancora da regalare al linguaggio del cinema.

A un certo punto compare Antonin Artaud, di botto, in forma di fantoccio con maschera, e tutto il clima cambia. Si vede soltanto lui e solo alla fine l’inquadratura si allarga anche a te. Vuoi raggiungere un effetto particolare con questo stacco repentino?

In realtà non ho immaginato io cosa mostrare e cosa no, i registi amavano quel monologo fatto tutto di domande e loro hanno scelto di centrare l’attenzione sul viso/maschera di Artaud. Anche nello spettacolo questa parte è più o meno la stessa. È conclusiva, e anche in teatro ha un tono completamente diverso dal resto, arriva come uno schiaffo imprevedibile e fuori tono.

Ma tu vuoi far sentire in colpa lo spettatore?

No, certo che no! Credo però che quel monologo sia abbastanza estremo e definitivo. È fatto solo di domande, senza una conclusione, e con un quesito che ritorna: mi dai dei soldi? Credo dica tutto delle nostre ambizioni e della nostra miseria, di noi artisti e di noi spettatori. Forse però hai ragione: voglio che in quel momento lo spettatore metta in discussione il suo ruolo così apparentemente passivo e comodo, come io cerco di mettere costantemente in discussione il mio.

 

KOTEKINO RIFF ON AIR

di e con Andrea Cosentino
realizzato per gli schermi da Silvia Luzi e Luca Bellino
musica originale Michele Giunta
impianto luci Silvia Caputo
produttore esecutivo Maria Vittoria Pellecchia
produzione Tfilm

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