GILDA TENTORIO | Molti hanno scelto il nuovo Hamlet di Antonio Latella, nel caldo abbraccio della sala del Teatro Studio Melato, come “battesimo” per riconquistare le sane abitudini del pre-pandemia. La full immersion in una maratona di sei ore è anche la conquista di un tempo diverso e sospeso, lontano dai rumori di una società aggressiva e iperconnessa. Un modo per ritrovare il sapore del teatro. E Latella ha fatto centro.

Il regista riprende un capolavoro immenso, non però con l’attenzione sperimentale dello “studio”, ma con la finezza dell’esplorazione. Quindi Hamlet, un ritorno alle origini, attraverso una traduzione nuova (Federico Bellini) del testo integrale: una lingua fluida che sa volare sulle vette del lirismo e della retorica, alterna poesia e prosa, recupera sonorità e talvolta rime, galoppa sull’ironia e, quando occorre, scivola nelle crudezze di bestemmie e oscenità. Perché Shakespeare è un mondo, anche linguistico.

Conosciamo già la capacità di Latella di sondare il testo, per decostruirlo e ricostruirlo dall’interno (pensiamo alla meraviglia esplosiva di Santa Estasi). In questo caso non ci riserva grandi deflagrazioni, ma costruisce una magia di attrazione centripeta dentro l’opera: a tratti ci invita a partecipare e colloca a lungo i personaggi seduti con noi in platea, ma al tempo stesso ci chiama a un distanziamento prospettico. Infatti Hamlet è donna, la delicata ed energica Federica Rosellini, e ne deriva uno sguardo altro e straniante (ad esempio in certi attacchi misogini, come nel «Fragilità il tuo nome è donna», riferito alla madre Gertrude). Inoltre la meraviglia viene condotta dapprima su binari semplici e quasi infantili (lo squillo di trombe è un pepperepé, il fantasma indossa un lenzuolo), per poi stupirci con l’improvviso irrompere di colpi di scena impensabili.

Il progetto per questo Hamlet è nato nel 2020 e, come spiega lo stesso Latella, alcune scelte acquistano oggi un senso nuovo. Per esempio, gli attori entrano con la mascherina, proprio come noi. Prima di prendere posto in platea, uno di loro, come un direttore d’orchestra, dà il segnale, e tutti insieme si tolgono ritualmente la mascherina: come a dire, ecco a voi i personaggi, libere creature della fantasia, dentro eppure oltre la realtà della pandemia…

Hamlet – Foto © Masiar Pasquali

Latella ci presenta la tragedia divisa in due parti, distinte sulla base del cromatismo e della gestualità: nella prima gli attori vestono completi bianchi e sono quasi raggelati; nella seconda i solenni abiti neri elisabettiani contrastano con la giostra di corse e ampi movimenti in scena. Orazio (Stefano Patti), in giacca blu e cravatta, è il trait d’union che ci conduce dentro la tragedia e ci accompagnerà fuori. Nel suo ruolo di narratore, si accosta al microfono e legge didascalie e battute della Prima Scena; poi chiama i personaggi a intervenire, dà ritmo e ordine. Infine è da lui che ascolteremo le ultime battute del cruento epilogo, con un effetto di grande potenza evocativa. Orazio, come spiega lui stesso in chiusura a Fortebraccio, principe di Norvegia, è stato testimone e conosce «fratricidi, relazioni quasi incestuose, verdetti errati, uccisioni dovute al caso, morti provocate da malizia, inganni che si ritorcono contro chi li ha pensati». Noi, come Fortebraccio, veniamo ad assistere allo «spettacolo di morti» dopo che tutto è già successo e dopo i tanti Amleto di cui siamo già stati spettatori. Attraverso questo Orazio affabulatore quindi Latella convoglia il suo messaggio: dobbiamo farci ascoltatori attenti.

 

Al bando perciò facili effetti visivi: le luci saranno sempre accese, il pianoforte all’inizio suonerà una musica “paralizzata”, un puro martellare sul silenzio, perché protagonista è la parola. In particolare nella prima parte i personaggi sono statici, i dialoghi senza scambio visivo e Hamlet bloccato al centro su un inginocchiatoio. È questo il luogo della confessione e dell’esposizione di sé per l’ascolto dell’altro, dove Hamlet si aggrappa come un naufrago, da dove predica come fosse la tribuna di un oratore o addirittura diventa trappola che gli imprigiona il corpo, ma talvolta un meccanismo lo fa girare a vuoto su se stesso, come un carillon, o meglio come l’ago di una bussola in cerca della Stella Polare.

Preludio al cambio del ritmo della seconda parte è il famoso Episodio degli Attori, e in modo sorprendente si scopre che Shakespeare parla all’oggi. Da tempo non possono andare in tournée, squattrinati e arrugginiti nel loro mestiere, sostituiti per un po’ sulle scene (mediatiche) da chi è capace di stridere senza contenuti. I guitti spuntano dal basso, attraverso un’apertura che a poco a poco Hamlet provvederà a scoperchiare, fino a ricavarne una fossa quadrata. Da questo palco sotterraneo la Rosellini, visibile e invisibile a un tempo, reciterà il famoso Essere o non essere: voce che sale dal pozzo della coscienza ma anche dalle viscere del teatro. Perché Hamlet pone una domanda prima di tutto sull’esistenza del teatro e sul suo compito. E in seguito, grazie alle magie scenografiche di Giuseppe Stellato, questa ferita quadrata al centro diventerà “fiume” con acqua vera e ancora “camposanto” ricolmo di terriccio e teschi. Teatro è metamorfosi, ci ricorda Latella. In questa direzione va un’altra grande trovata: in scena vengono portati i preziosi costumi che hanno fatto la storia del Piccolo, collocati su manichini sospesi ad appendiabiti mobili, con i cartelli Vita di Galileo, L’opera da tre soldi, Arlecchino servitore di due padroni, Prometeo Incatenato, e altri momenti epocali per le regie di Strehler e Ronconi, fino a Celestina e Lehman Trilogy. Velluti, cappotti, lini, ricami, veli eterei, una folla di “gusci” di personaggi, ora assenti eppure così presenti. La pandemia ha privato il teatro del suo “essere”, ma i Maestri ci insegnano l’importanza del “restare”, sembra volerci dire Latella.

 

Queste nubi di malinconia si dissolvono nella seconda parte, dove si riconosce di più l’impronta variegata a cui ci ha abituato Latella. Gli attori ora cantano, strillano, suonano, danzano, corrono fino allo sfinimento, si tuffano in acqua. Il teatro come gioco e follia, in una vertiginosa alternanza di registri: comico, melodrammatico, rivista, kitsch, tragedia. Il protagonista non oscura gli altri personaggi, che acquistano spessore e si muovono sul crinale dell’ambiguità e all’insegna del “sembra”. In questa che è la tragedia del fallimento, Claudio (Francesco Manetti) sembra un viscido tiranno però ha le sue fragilità, Gertrude (Francesca Cutolo) è amante civettuola e madre titubante, Polonio (Michelangelo Dalisi) è burattino e inquietante burattinaio, Ofelia (Flaminia Cuzzoli) regala momenti di commozione con una grazia ruvida e potente, Laerte (Ludovico Fededegni) è il giovane dolente che cerca di emanciparsi da un padre oppressivo ma, distrutto, cade vittima della vendetta. Meravigliosi i duetti di Anna Coppola e Fabio Pasquini impegnati in diversi ruoli e notevole il giocoso e autoironico Andrea Sorrentino (Rosencrantz&Guildestern).

Che cosa rimane di questo Hamlet? La voglia di ritornare: a Shakespeare e soprattutto alla necessità del teatro e della sua magia che sempre si rinnova.

 

HAMLET
di William Shakespeare

regia Antonio Latella
traduzione Federico Bellini
dramaturg Linda Dalisi 
scene Giuseppe Stellato 
costumi Graziella Pepe
luci Simone De Angelis
musiche e suono Franco Visioli
assistente alla regia Paolo Costantini
interpreti (in ordine alfabetico): Anna Coppola, Francesca Cutolo, Flaminia Cuzzoli, Michelangelo Dalisi, Ludovico Fededegni, Francesco Manetti, Fabio Pasquini, Federica Rosellini, Andrea Sorrentino
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Teatro Studio Melato, Milano
2 giugno 2021 (fino al 27 giugno)

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