LAURA NOVELLI | La prima scena è puro cinema: i volti e i corpi degli attori sempre in primo piano proiettati come gigantografie dirompenti dinnanzi agli occhi degli spettatori. Lì dove si annidano i prodromi della tragedia, tutto è verità. I minimi sussulti interiori, gli stati d’animo più diversi, il precipitare furioso degli eventi sembrano incontrovertibili trances de vie rispetto ai quali non c’è alcuna possiblità di fuga emotiva. Stiamo anche noi dentro l’inquadratura, astanti di quel parto funesto con cui si apre lo straordinario Pieces of a Woman diretto dal pluripremiato regista e cineasta ungherese Kornél Mundruczó e scritto da sua moglie, Kata Wéber, nota sceneggiatrice e drammaturga.

Presentato in prima nazionale all’Argentina di Roma nell’ambito del Ref 2021, il lavoro nasce da una traumatica esperienza personale della coppia e – come molti lettori ricorderanno – è stato trasporto sul grande schermo dalla coppia stessa in una pellicola prodotta da Martin Scorzese, con un’intensa e toccante Vanessa Kirby protagonista (questa interpretazione le è valsa la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia 2020). Altrettanto intensa e toccante è, nella piéce teatrale, la Maya di Justyna Wasilewska, attrice che, come il resto dello splendido cast, proviene dalle file della TR Warszawa, una delle compagnie più solide e apprezzate d’Europa.

Dal film al palcoscenico i fatti si spostano, infatti, dagli Stati Uniti alla Polonia odierna, da una società alto-borghese tipicamente americana a un milieu sociale e un contesto politico-culturale del tutto diversi. Ma il cuore della vicenda rimane identico e grida la sua verità con pari efficacia. Anche perché la regia di Mundruczó (già ospite del Ref nel 2013 con Disgrace e in cartellone anche alla Biennale Teatro di quest’anno con la creazione Hard to be a God) mira a un realismo privo di fronzoli e distrazioni cui gli interpreti – tutti sublimi, credibili e votati ad un’immedesimazione scevra di qualsiasi enfasi – rispondono con estrema sensibilità.

Il cuore della vicenda, si diceva. Niente di più tragico: la perdita di un figlio. E niente di più difficile: proseguire a vivere facendo i conti con un dolore che diventa noi. Che sta con noi mentre noi, malgrado noi, andiamo avanti. È appunto Maya l’eroina tragica di questo dramma senza tempo: una donna poco più che trentenne che decide di partorire in casa, assistita dall’assai poco affidabile compagno (Dobromir Dymecki) e da un’ostetrica di scarsa esperienza (Monika Frajczyk). Una donna che si appresta a vedere la sua esistenza improvvisamente tramortita e rovesciata.

Nel lungo piano sequenza dell’incipit, la protagonista (occhi chiari molto espressivi e lineamenti di una bellezza antica) sembra quasi non recitare, talmente spontaneo e vero è il suo vibrare dentro il personaggio. La vediamo muoversi nella sua casa. Accarezzarsi il pancione. Scherzare con il papà’ Respirare profondamente. Poi le si rompono le acque, arrivano le contrazioni, sempre più vicine e forti. L’ostetrica di fiducia ha un contrattempo (ecco, forse, lo sgambetto del destino) e manda una collega ancora alle prime armi. Il parto è ormai aperto. Maja entra nella vasca da bagno poi ne esce. Qualcosa non va. Affiora una paura atavica. Le ultime dolorose spinte, le urla. Fino alla nascita. La tensione cala. La sofferenza si trasforma in pianto di gioia. Poi il buio. Le urla sono ora strazianti.

Dissolvenza. Sei mesi dopo. Nei sei mesi che gli spettatori possono solo immaginare si insinua il tempo della perdita, il tempo del senso di colpa, il tempo del dis-ordine, dello strappo contro natura. Ma quei sei mesi sono anche il tempo in cui Maya ripensa sé stessa caricandosi del suo dolore. Tacendo. Maturando la consapevolezza che a quella tragedia inumana non c’è rimedio e che deve imparare a conviverci. Perché, come recita una sua battuta «Questa sono io». E se non c’è logica nel suo lutto, se non c’è giustificazione alla sua ferita, ancor meno logica e giustificazione possono esserci in ciò che il marito, la famiglia di origine, le amicizie, la società si aspetterebbero da lei.

Operando una scelta ancora una volta cinematografica, nella seconda parte del lavoro, lo sguardo di Wéber e Mundruczó si allarga e si allontana rispetto al primo piano iniziale per posarsi su un interno familiare: un pranzo a casa della madre di Maya – arredamento modesto ma armonioso, una tavola ben apparecchiata, diversi divani, bagno e cucina a vista – durante il quale l’anziana donna, affidata ad un’egregia Magdalena Kuta, ribadisce la necessità di denunciare l’ostetrica e di farle causa. Come se oggettivare il dolore, proiettarlo all’esterno, lavarlo della vergogna che esso genera rispetto agli “altri” potesse in qualche modo eliminarlo o, per lo meno, ridurlo.

Nessuno, però, dei personaggi presenti al pranzo (la sorella di Maya, il suo fidanzato, una cugina avvocato e il padre della bimba scomparsa) può capire ciò che si annida dentro quella giovane madre negata a sé stessa. Maya si oppone a quel proposito ipocrita. Si oppone al bisogno che gli altri hanno di sentire che lei parli della sua perdita. Si oppone ai nauseanti abbracci delle vicine incontrate per caso. Al bisogno di vestire di nero. E si oppone – soprattutto – all’idea di cercare un colpevole. Mentre si litiga, si beve, si attende che l’anatra al forno sia pronta, si parla di politica e di religione, si tirano in ballo ricordi, la contrapposizione tra il suo mondo interiore e il Mondo diventa una voragine.

E anche qui al pubblico arriva un messaggio chiaro, di grande verità. Via via che il caotico evolvere della riunione – rumorosa, confusionaria, scomposta come sono le riunioni di famiglia nella realtà – svela angoli bui dei diversi partecipanti, Maja diventa sempre più forte e consapevole. Una Madre Coraggio dei nostri giorni: ferma e devastata insieme; implosa ma comunicativa allo stesso tempo. Tanto più in quelle scene quasi grottesche (il grottesco di Mejerchol’d intendaimo) in cui la partitura le permette di andare “altrove”: quando parla e gioca con un suo vecchio peluche, quando canta Felicità di Al Bano e Romina in italiano insieme alla sorella, quando balla con dei lunghi nastri che usava da bambina e, soprattutto, quando lancia delle improvvise grida canine.

Ella ha, insomma, la statura di un personaggio tragico nel senso classico del termine, vive conflitti interiori simili a quelli di tante donne, per fare solo degli esempi, di Ibsen o Cechov ma – ed ecco l’elemento più precipuo della scrittura di Wèber – la sua capacità di tenere “dentro” parole e pianto, la sua ricerca intima, il suo personale viaggio nel lutto la rendono autentica ed estremamente contemporanea. Ovverosia, estremamente autonoma: Maja saprà percorrere un rinnovamento consapevole. A dispetto di tutti, anche di quel compagno abulico e infantile con cui ha ormai rotto, Maya saprà raccogliere i suoi pezzi e saprà ricominciare, perché la sua ferita è ormai parte di sé.

 

PIECES OF A WOMAN

regia Kornél Mundruczó
testo e drammaturgia Kata Wéber
cast Izabella Dudziak, Dobromir Dymecki, Monika Frajczyk, Magdalena Kuta, Sebastian Pawlak, Justyna Wasilewska, Julia Wyszynska
assistente alla drammaturgia Soma Boronkay
traduzione Jolanta Jarmolowicz
set e costumi Monika Pormale
musica Asher Goldschmidt
lighting design Paulina Góral
assistente alla regia Karolina Gebska
stage manager Katarzyna Gawrys-Rodriguez
traduzione durante le prove Patrycja Paszt
training fisico Aleksandra Wozniak
assistente alla scenografia, production manager Karolina Pajak-Sieczkowska
assistente costumista Malgorzata Nowakows
consultazione linguistica Andreas Jönsson, Sindre Sandemo
foto di scena Piero Tauro
produzione TR Warszawa
con l’aiuto di Institut Balassi (Varsavia)
con il contributo di Culture.pl Adam Mickiewicz

RomaEuropa Festival 2021
Teatro Argentina
17/19 settembre 2021

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