STEFANIA CARVISIGLIA | La Pelanda, Teatro Uno. Un tappeto e un fondale neri. Quattro led scendono dal soffitto fissandosi quasi all’altezza dello sguardo. Due performer Giuseppe Vincent Giampino (coreografo formatosi tra l’Italia e l’Olanda e con base attuale a Roma) e Riccardo Guratti, entrano in scena dallo spazio occupato dal pubblico. Vestono di nero, completamente. Dal basso verso l’alto: sneakers, leggins luccicanti, shorts di cotone, felpa con cappuccio (che copre la nuca), guanti e cappellino con visiera (che copre i volti). Si sdraiano a terra, uno occupa lo spazio in basso a sinistra, l’altro lo spazio in alto a destra. La testa di entrambi è rivolta verso il pubblico, le gambe piegate con le ginocchia rivolte verso il soffitto.
Le mani si poggiano sul ventre.
L’occhio di chi osserva si poggia insieme alle mani. L’inspirazione gonfia l’addome e le mani si elevano, lentamente verso l’alto. L’espirazione le riporta delicatamente al punto di partenza.
All’orecchio comincia a delinearsi un suono, che a tempi alterni, come quello di un respiro, non lo lascerà più per tutto il tempo dello spettacolo. È un suono che sembra il respiro di un aspiratore, di un elettrodomestico, che fa ff, ff, ff. Dal basso, questa volta, il linoleum comincia a creare delle bolle di aria, che così come le mani, si gonfiano con l’inspirazione e cedono alla forza di gravità con l’espirazione, senza tornare al punto di partenza ma rimanendo un pò sgasate.

Questo è ciò che avviene per tutta la prima metà dello spettacolo. Un incredibile nulla, in cui lo sguardo può sostare, riposare, far depositare l’immagine, respirare. Tutte qualità spesso sopite a discapito del fare e nell’affanno di ricercare significati in ogni dove.

Photo Claudia Pajewski 

Come nel movimento di un vulcano è l’azione sotterranea che cambia il paesaggio. Quell’impercettibile, non visibile all’occhio crea l’evidenza e dà sostanza alla punta dell’iceberg.
Il performer in alto a destra comincia a scivolare sul pavimento, la schiena è poggiata a terra, la spinta dei piedi lo sposta verso il fondale. L’attrito delle sneakers (sulle cui suole appare una superficie argentea, di carta vetrata, riflettente), produce un suono di plastica su linoleum che, da lì a poco, andrà a creare un dialogo con le sonorità essenziali, minimaliste create da Lady Maru per la performance. Anche l’altro corpo, come spinto dall’eco  del  movimento sotterraneo, scivola  densamente  nel  magma.

Le superfici nere si fondono. L’umano si confonde con il non umano. A rimanere fino al prossimo black, di luce stavolta, è la concretezza della corporeità.

L’accadimento è nello sguardo di chi osserva che può scegliere di cercare e ricercare un seme di significato fino a cedere, affaticato, alla stanchezza o all’impazienza o, scelta azzardata, può scegliere di stare nella densità di un corpo che restituisce la sua materia. Non c’è volto, non c’è genere, non c’è razza.

La sua consistenza nel perdere sovrastrutture, il suo divenire una macchina mai algida ma generativa di un calore creato dalla pressione, dallo strofinamento di materia su materia, è, infine, ff_ fortissimo.

 

FF_FORTISSIMO

concept e coreografia Giuseppe Vincent Giampino
con Riccardo Guratti, Giuseppe Vincent Giampino
dimensione sonora Lady Maru
costume design Rebecca Ihle
luce Omar Scala
outside-eye Marco Mazzoni
una produzione TIR Danza
con il sostegno di Teatri di Vetro, Prender-si cura – Mattatoio di Roma, Kinkaleri Spazio Kresidenze India del Teatro India-Teatri di Roma e di Anticorpi – Rete di Festival e Rassegne e Residenze dell’Emilia-Romagna nell’ambito dell’azione supportER

9 Settembre 2021- La Pelanda – Roma
Short Theatre 2021