EUGENIO MIRONE | 20 marzo 1952, Los Angeles, California. Al RKO Pantages Theatre si sta svolgendo la 24ª edizione della cerimonia di premiazione degli Oscar. I pronostici sembrano tutti a favore di Un tram che si chiama desiderio, adattamento cinematografico della celebre opera teatrale di Tennessee Williams. Il film, però, riesce a conquistare “solamente” quattro statuette a fronte delle dodici candidature; all’appello mancano le due categorie più importanti: miglior film e miglior regia.
Il motivo? Il regista, Elia Kazan, considerato un sovversivo, decise di consegnare i nomi di amici e colleghi denunciandoli come comunisti alla Commissione per le attività antiamericane (HUAC) che in quegli anni stava indagano sulle infiltrazioni comuniste nell’industria hollywoodiana.
Questo è il fulcro della vicenda narrata in Elia Kazan. Confessione americana, testo finalista al Premio Hystrio – Scritture di Scena 2021. Al regista Pablo Solari (qui un sua intervista rilasciata a PAC) spetta il compito di plasmare sulla scena la storia scritta da Matteo Luoni, il risultato è tutto da apprezzare.

Il personaggio di Elia Kazan, interpretato da un febbrile e vigile Woody Neri in scena per tutta la durata della pièce, oltre che essere il protagonista riveste anche il ruolo di sceneggiatore/drammaturgo dell’opera. Ogni scena, infatti, ci viene descritta dal regista greco prima che l’azione prenda inizio. Quel che si viene a creare è un grande affresco dell’età d’oro di Hollywood e dei suoi protagonisti interpretati in maniera incisiva dal resto del cast: Valeria Perdonò, Luca Mammoli, Irene Maiorino, Carlo Amleto Giamusso.

La vicenda prende avvio nel salotto di casa Kazan: sulla destra una tastiera dove Pedro, giovane amante di Tennessee Williams, suona una musica da classico hollywoodiano; in primo piano sulla sinistra un enorme tavolo con una piccola statuetta della libertà al centro e una bottiglia di whiskey in bella vista, dietro pende un’ampia tenda color porpora, utilizzata come quinta.
Siamo nel 1963, in scena (identica per tutto lo spettacolo) ci sono Elia Kazan, sua moglie Molly, i cui tratti di donna cinica ma amorevole vengono restituiti in modo icastico da Valeria Perdonò, e Tennessee Williams (Mammoli). Tutti e tre sono seduti dallo stesso lato del tavolo e conversano fra loro rivolti verso il pubblico. L’impostazione ricorda quella di un interrogatorio, la scelta recitativa è efficace: come in una confessione stiamo rivivendo le tappe della vita di Kazan, il cui evento centrale è rappresentato proprio da una confessione, quella che porterà il regista a denunciare i suoi vecchi amici.
A questo punto, tramite un flashback che ci riporta negli anni ’30, vengono narrati gli antefatti della storia: l’ingresso di Kazan nel Group Theatre, il neonato ensemble di attori capeggiato da Lee Strasberg (Mammoli) e Harold Clurman (Giamusso), e soprattutto l’incontro con Clifford Odets (Giamusso). I due diverranno grandi amici e sarà proprio il giovane drammaturgo ad avvicinare l’aspirante regista greco al partito comunista, al quale Kazan deciderà di iscriversi, compiendo una scelta dalle conseguenze non immaginabili.

Foto di Andrea Avezzù

Un nuovo cambio temporale ci porta nella notte del 20 marzo 1952: in quella serata così magica Kazan non riceve il premio come miglior regista bensì la spiacevole visita del presidente della 20th Century Fox, Spyros Skouras, ruolo in cui si distingue efficacemente Mammoli per la crudezza dell’interpretazione, e del suo produttore, Charles Feldman, impersonato da un poliedrico Giamusso lucido e distinto anche in questo ruolo; il messaggio è chiaro: se vuole salvare la sua carriera Kazan deve “confessare”.

Avvolto da un lirismo malinconico lo spettacolo si avvia verso la conclusione. Nell’intimo dialogo con l’amico Tennessee, addolorato perché un tumore sta portando via il suo compagno Frank, le angosce assalgono definitivamente Kazan, ormai incapace di riconoscere sé stesso.
Il finale è un vero scrigno di emotività: Clifford, arroccato sul pianoforte rivela ad Elia K., giunto in ospedale per far visita all’amico, di essere al lavoro su un nuovo testo che parla del figlio di un venditore di tappeti greco giunto in America per fare fortuna; è la storia di Elia, la storia a cui finora abbiamo assistito. Elia schiaccia una nota sulla tastiera e i due cominciano a suonare insieme una melodia, un ultimo gesto di apprezzamento alla vita prima di congedarsi da essa.

Elia Kazan. Confessione americana è uno spettacolo intenso in cui l’azione mantiene vigore dal primo fino all’ultimo minuto. Il merito è da attribuire, senz’altro, a un testo fluido e agevole in grado di sfruttare in pieno queste caratteristiche. Vi sono pochi (ma fondamentali) momenti di “decelerazione” che, da un lato consentono al pubblico di riprendere fiato, dall’altro permettono di esaltare il testo nelle sua parti più dense.
Il tutto è tradotto nel linguaggio della scena dalla regia pulita di Solari, si apprezzano anche le scene e i costumi di Maddalena Oriani, il design luci di Fabio Bozzetto e l’adattamento sonoro di Alessandro Levrero. Menzione d’onore, infine, per un cast compatto e ben amalgamato capace di raccontare una storia ricca di personaggi senza creare confusione.
Al Teatro Fontana la confessione di Elia Kazan, un’icona del cinema hollywoodiano, condizionato per tutta la vita dal peso di una sua sola scelta. Lo testimoniano le sue stesse parole: “Ho compreso l’ambivalenza delle cose, il valore dei punti di vista opposti e soprattutto che scegliere significa farsi male”.


ELIA KAZAN. CONFESSIONE AMERICANA

testo di Matteo Luoni
regia Pablo Solari
con Woody Neri, Valeria Perdonò, Luca Mammoli, Irene Maiorino, Carlo Amleto Giamusso
scene e costumi Maddalena Oriani
design luci Fabio Bozzetta
design sonoro Alessandro Levrero
produzione Centro Teatrale Mamimò

Teatro Fontana, Milano
5 novembre 2021

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