SARA PERNIOLA | La figura di Tiresia ha attraversato il tempo e i generi, passando da scrittori a poeti e artisti di differenti cifre stilistiche ed epoche: da Camilleri ad Eliot, da Dante a Milton, e ancora l’Odissea, P.P. Pasolini e Woody Allen. Molteplici miti e loro differenti versioni, una delle quali narra che, mentre camminava tra i campi, vide due serpenti che si accoppiavano e decise di separarli. Li colpì però con troppa forza e uccise la femmina: a causa di ciò, Tiresia divenne donna. Sette anni dopo accadde un fatto del tutto simile e il futuro indovino questa volta uccise il maschio: ritornò, così, uomo. Dopo questi eventi, Zeus e sua moglie Era iniziarono intensamente a discutere su chi provasse maggiore piacere sessuale, se gli uomini o le donne, e per svelare l’arcano si rivolsero a Tiresia stesso, avendo egli vissuto sia il lato femminile che quello maschile. Egli rispose dicendo che la donna provava più piacere, e così Era, infuriata e sentendosi umiliata, lo privò della vista ma Zeus, in compenso, gli concesse il dono della divinazione. Un mito, dunque, quello del profeta tebano, che incarna anche una preziosa opportunità di approfondimento emotivo ed intellettuale sulla ricerca identitaria e sessuale.

Tra le riletture moderne sul personaggio dell’indovino greco si è distinta a teatro quella di Giorgina Pi, regista, attivista, videomaker, femminista, per una produzione Angelo Mai/Bluemotion, visto all’Arena del Sole di Bologna.
Il suo Tiresias è uno spettacolo – vincitore di tre Premi Ubu 2021: per il Miglior attore protagonista, per il Migliore nuovo testo straniero e per il Migliore progetto sonoro – ricco di sfumature in cui coesistono elementi caratterizzanti il nostro contesto, i nostri tempi. Il testo su cui si fonda la drammaturgia è Hold your own – Resta te stessa, nella traduzione di Riccardo Duranti, della musicista e poetessa londinese Kae Tempest, definita «la voce poetica più potente e innovativa emersa nella Spoken Word Poetry degli ultimi anni», secondo la motivazione del Leone d’Argento alla Biennale Teatro 2021 di cui è risultata vincitrice.                                                             

foto Claudia Pajewski
foto Claudia Pajewski

In questa pièce impetuosa l’incontro del lavoro appassionato della Tempest – che si concentra sulla reinterpretazione di figure della mitologia classica come forma di elaborazione di situazioni esistenziali contemporanee – con quello di Giorgina Pi e della compagnia – conturbante e sperimentale, sempre attento alla dialettica del sì e del no, all’ammissione della fragilità e delle zone liminali –, la poetica dell’antico fiorisce in una nuova epica della contemporaneità.
La poesia performativa, il Poetry Slam, abbraccia la tecnologia con i suoi linguaggi settoriali, rilasciando potenza e catarsi, in cui i confini tra performer e individuo vengono sfumati, misurandosi con la vita dalle cento prodezze e ancora più promesse, fatta di burrasche di primavera e prese di coscienza.
Questa educazione dello sguardo è in fin dei conti una postura che si intrattiene per condurre l’esistenza, facendo rimare il corpo con le emozioni mentre le trasformazioni fluttuano nella gerarchia del tempo. É così che Tiresia è tante vite in una, abbandona idee stereotipate per trionfare nella metamorfosi delle forme, osando il gran salto nel cosmo e attraversare la sessualità in tutta la sua estensione.
A ogni curva del suo cammino si apre una vista del tutto diversa ed è solo così che la vita diventa infinitamente ricca e abbondante, anche nei suoi più profondi dolori. Il dolore, infatti, dirada ogni menzognera parvenza di verità, risultando per questo motivo intollerabile a molti; provoca un distacco tra l’anima e la realtà e, come ha detto Cesare Pavese, «ci lascia intravedere il reale, e il nostro corpo, come qualcosa di remoto e strano insieme».

É questo che trasmette il bravissimo Gabriele Portoghese, interprete dello spettacolo, amalgamando la performance con un testo ricco di parole oneste e prive di rumori inutili, che pulsano e vengono contestualizzate. Riesce a farlo con espressioni ipnotiche e carisma versatile, con la morbidezza del sentirsi a proprio agio sul palco nell’essere ogni volta scopritore di una nuova lettura della propria individualità, supportato da un microfono amico della scrittura lirica e da una chitarra che suona dal vivo.
La drammaturgia si struttura su vitali assalti verbali che si raccolgono nell’intimo e che permettono di vedere più in là dei limiti delle proprie conoscenze e dei propri presentimenti; su flussi di pensiero e rimandi letterari che investigano significati sconosciuti e rinnovano i momenti di tensione in sentimenti sorpresi.

Questi orizzonti di trasmissione si articolano, poi, con una scenografia buia composta da una consolle da dj e dischi in vinile (Wu-Tang Clan, Bob Dylan, Wagner, Led Zeppelin), una chitarra e una tazza da tè. I fari, posti a terra e in maniera circolare, si accendono e tutto inizia. La scelta di depositare nelle maglie del fraseggio luminoso la rappresentazione ne determina i contorni, creando ciò che sembra quasi uno spazio tridimensionale.
Qui Tiresia approfondisce le sue personalità e dipana nodi di linguaggio, fermando sull’anima le ore e chiamando a raccolta paesaggi e personalità diverse per farne la propria casa. È il ragazzino timido che osserva l’esplosione alternata e trasformativa tra maschile e femminile nel suo corpo, è giovane donna e anziano solitario, sinfonia di oggetti e creature continuamente in transizione. È la terra dell’inconscio che crea una propria logica di omogeneità di elementi appartenenti a categorie diverse, uniti dalla volontà urlante di dichiarare le proprie differenze, senza lasciarsi opprimere mai dal comune sentire.

foto Claudia Pajewski
foto Claudia Pajewski

Al di là dell’evidente riferimento autobiografico del poemetto di Tempest (l’artista britannica si è dichiarata nell’agosto 2020 gender neutral, cambiando il suo nome da Kate a Kae Tempest), l’efficacia dello spettacolo si misura proprio nell’esperienza finzionale che, attraverso il paradigma mitologico, tenta di metterci di fronte a una realtà evidente: esiste un’umanità al di là dei sessi e allo stesso tempo, nel bel mezzo dei percorsi, tra un sesso e l’altro, esiste la vita. In tutto il suo splendore, in tutta la sua incoerenza e disperazione.    L’interpretazione magnetica e fisica dell’unico attore in scena sollecita, poi, l’impazienza di condividere i nuovi sentieri di riflessione individuati, portando ad amare il testo volubile e strabordante, una ricerca accattivante, fruita la quale non possiamo fermarci. Probabilmente siamo anche noi Tiresia che lascia il mondo conosciuto per intraprendere le diverse strade che portano a sé, in quel nostos che valica i confini dello spazio e del tempo e si inabissa nell’animo dell’errante che vede oltre; siamo anche noi ad indossare la sua maglietta recante la scritta in greco χορεύσομεν, “danzeremo”.                 

Il pubblico – composto a Bologna principalmente da studenti universitari – è entusiasta dei 50 minuti d’avanguardia e linguaggio popolare allo stesso tempo, ipnotizzato da questa drammaturgia pensata come partitura multistrumentale, i cui contorni sono definiti da Tiresia/Gabriele Portoghese che officia il rito dello spettacolo, dalle musiche originali e trascinanti del Collettivo Angelo Mai Orchestra, dalle luci che sembrano animarsi con il loro sfarfallio e da un testo che sembra animato da un blues tanto dolente quanto luminoso.

Tiresias supera, insomma, le contraddizioni delle rigide convenzioni sociali che riguardano la relazione uomo/donna, trattando la tematica delle complessità dalla duplice natura, perché se vi è una problematicità, una fatica ineliminabile, nello scoprirsi immersi in un contesto – culturale, sociale o fisico – nel quale non ci si riconosce, è ancor più difficile combattere una cultura ideologica ancora saldamente ancorata ad un giudizio valoriale limitante sul diritto dell’autodeterminazione. É uno spettacolo da lasciar sedimentare, così come le parole della Tempest:

Quando il tempo divide le vite
Resta te stessa
Quando ogni cosa è fluida e quando nulla può essere noto con certezza
Resta te stessa
Resta te stessa
fin quando non ti senti
così scura e densa e umida come la terra
così vasta, e luminosa, e dolce come l’aria
.

TIRESIAS 
di Giorgina Pi/Gabriele Portoghese 
un progetto di Bluemotion
daHold your own/Resta te stessa di K. Tempest
traduzione di Riccardo Duranti
regia Giorgina Pi
con Gabriele Portoghese
dimensione sonora Collettivo Angelo Mai
una produzione Angelo Mai/Bluemotion

bagliori Maria Vittoria Tessitore
echi Vasilis Dramountanis
costumi Sandra Cardini
luci Andrea Gallo
accompagnamento Benedetta Boggio

foto di Lau Chourmo   

Teatro Arena del Sole, Bologna                                                                                      Febbraio 2022

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