LILIANA TANGORRA | Secondo Jung l’orizzonte della finitezza umana è ciò che dà senso alla nostra esistenza. La vita acquista valore e persino bellezza nella misura in cui è costantemente in rapporto con la morte. E dunque come può la morte esaltare la vita?

Marina Abramović ripercorre questo assioma dando vita in 7 Deaths of Maria Callas alla morte della ‘Divina’, epiteto con cui era conosciuta la cantante lirica Maria Callas, in un’opera-performance proposta in prima italiana, al Teatro San Carlo di Napoli (che coproduce lo spettacolo) dal 13 al 15 maggio scorso.

La scena si apre in un mondo dominato da nuvole, un’atmosfera onirica e paradisiaca che nasconde il letto di una donna in stato di assopimento. La donna in questione è la stessa Abramović, la quale durante i successivi sette atti, non abbandonerà mai il suo talamo. L’equilibrio tra vita e morte nello spettacolo si trasforma in immagine e in melodia drammatica, passionale e vanesia. La voce diventa epilogo: quello di Violetta Valery, di Floria Tosca, di Desdemona, di Cio-Cio-San, di Carmen, di Lucia Ashton, di Norma. Sette eroine icone della letteratura e del teatro vengono rievocate dalla Abramović nelle sette performance-video retro-proiettate sul palcoscenico, mentre i soprano Selene Zanetti, Valeria Sepe, Nino Machaidze, Kristine Opolais, Annalisa Stroppa, Jessica Pratt, Roberta Mantegna – indiscutibilmente tra le voci più belle al mondo – cantano, come se fossero delle inservienti indispensabili ‘alla scena’, la loro fine. Le donne sfilano, rapidamente intorno al letto – sospeso su una pedana a testimoniare uno spazio indefinito tra vita e morte – nel quale giace Maria Callas, perfettamente statica, come nelle migliori interpretazioni performative della Abramović. Così Marina restituisce un corpo alla Diva, all’anagrafe Maria Anna Cecilia Sofia Kalos, che a sua volta si identificò nelle donne imperiture rivissute migliaia di volte dagli spettatori della platea anche del San Carlo, oltre che di tantissimi altri teatri nel mondo.

7 Deaths of Maria Callas, ph. di Marco Anelli

Nella lunga ricerca nell’ambito della performance art, Marina Abramović ha esplorato i confini del corpo e della sua resistenza. Le sue opere sono più che note e ancora dibattute, identificate con le sue membra nude, ferite, percorse da gesti, rilette nell’affermazione potente della loro fisicità e nella vivezza del sangue. Con 7 Deaths of Maria Callas, si rivivono, per il tramite dei video di Nabil Elderkin, alcune delle più note perfomances dell’artista serba come ad esempio Dragon Haeads del 1990 – ripresa nell’atto dedicato a Desdemonain cui stringe a sé dei serpenti. Un’allusione alla dualità del femminino: la potenza mortifera che tutto stermina da un lato, e dall’altro la forza generatrice che crea e alimenta l’esistenza. Oppure Vanitas, dalla serie The Kitchen, Homage to Saint Therese, che rimarca le immagini del video dedicato a Lucia di Lammermoor e diviene testimone del sempre labile confine tra essere e non essere.

7 Deaths of Maria Callas, ph. Charles Duprat

Ogni atto dell’opera-performance, chiamata così perché narra i melodrammi della Callas e delle sue ‘donne in scena’, si apre con un video e un’aria. Il corpo vivente, ma apparentemente ‘morente’ della Abramović, che si risveglia solo per performare gli ultimi momenti della vita di Maria Callas, assiste inerte alla rappresentazione delle celebri dipartite.
Il primo dei sette si apre con la morte per tubercolosi di Violetta: nel video retro-proiettato la Abramović abbandona la vita in un candido letto ed è assistita dal partner, un commovente Willem Defoe, in un dialogo diacronico con il talamo presente in scena.
Nel secondo Tosca piuttosto che dalle mura di Castel Sant’Angelo, si tuffa in slow-motion nel vuoto dei palazzi di New York, in una rivisitazione dell’epilogo pucciniano in chiave moderna. Desdemona soffocata da Otello, nella versione della Abramović muore stritolata dai serpenti invocati da Defoe. Cio-Cio-San nella Madama Butterfly di Marina si suicida in un mondo ovattato ed extraterrestre in cui un virus copie l’atto al posto del pugnale. Carmen viene accoltellata da Don José dopo un gioco di sguardi in cui Defoe interpreta un torero e Marina un toro vestito da torero. Lucia muore di pazzia vestita da sposa ‘cadavere’, e infine Norma si getta nel fuoco rigeneratore, elemento caro alla performer.
I costumi, tra i quali spiccano uno splendente vestito dorato da ‘Casta Diva’ e quello da ‘torera’ della Carmen, sono stati realizzati dal genio di Riccardo Tisci.
I video, in dialogo con le voci delle cantanti, non nascondono una certa vena di scura ironia, ma evidenziano forse, oltre alla nostalgia e allo sguardo verso il passato e verso il finire della vita, anche una inevitabile stanchezza nell’universo creativo della ‘nonna della performance’.
L’ottava – e ultima – morte non poteva che essere quella della Callas. La scena, come nella tradizione operistica, si apre in un interno, quello dell’appartamento parigino della Callas, ornato da specchi, icone religiose e fiori, di qui una voce – quella stessa della Abramović che didascalizza ogni azione – dialoga con i gesti che conducono lo spettatore all’ora ultima della Divina.
Maria/Marina rievoca, i propri ricordi, riguarda le vecchie foto. La fine si avvicina in un universo di solitudine. La musica che accompagna l’atto è questa volta di Marko Nikodijević e diviene il pendant perfetto ai testi di Marina Abramović; il coro femminile, diretto da José Luis Basso, contribuisce a foggiare atmosfere contemporanee, estranianti, vacue. Il corpo della Callas, i cui lineamenti marcarti non sono lontani a quelli di Marina, non poteva che uscire di scena attraversando un fascio di luce. La stanza si rianima con le inservienti – gli stessi soprano – che addobbano a lutto l’appartamento. Un momento, quest’ultimo, ripetitivo e didascalico che però viene riscattato dalla bravura dell’orchestra, del suo Direttore Yoel Gamzou e da un momento di riflessione sugli avvenimenti contemporanei voluto dall’artista che ha coinvolto il pubblico in un commovente e inesorabile silenzio.
Al San Carlo applausi fragorosi e prolungati salutano le interpreti in un’operazione, quella della Abramović, che sicuramente resterà nella storia della performance e dallo spettacolo dal vivo sia per la scelta degli artisti, sia per l’intento romantico – e non sentimentale – di creare una commistione di ‘Arti’ al fine di rivitalizzare il concetto noto di ‘opera d’arte totale’.

7 Deaths of Maria Callas è un inno alla vita, un elogio alla morte che potremmo sintetizzare in una frase, confessata in una intervista alla Bentivoglio qualche mese fa, della Abramović: mi confronto quotidianamente col pensiero della morte. È il solo modo per godere la vita. La mortalità è realtà: nel corpo non c’è permanenza. Vorrei morire senza rabbia, senza paura e in piena coscienza mentale.

7 DEATHS OF MARIA CALLAS

Direttore Yoel Gamzou
Ideazione, Regia e Scene Marina Abramović
Musiche Marko Nikodijević
Costumi Riccardo Tisci
Lighting Designer Urs Schönebaum
Libretto Petter Skavlan
Video Nabil Elderkin
Sound Designer Luka Kozlovacki
Assistente alla Regia Georgine Balk
Scenografo Collaboratore Anna Schöttl

Interpreti
Performer Marina Abramović
Interprete su video Willem Dafoe
Violetta Valery Selene Zanetti
Floria Tosca Valeria Sepe
Desdemona Nino Machaidze
Cio-Cio-San Kristine Opolais
Carmen Annalisa Stroppa
Lucia Ashton Jessica Pratt
Norma Roberta Mantegna

Orchestra del Teatro di San Carlo 

Una Coproduzione Bayerische Staatsoper, Teatro di San Carlo, Deutsche Oper Berlin, Greek National Opera Athens, Liceu de Barcelona, Opéra National de Paris

Teatro San Carlo di Napoli | 13-15 maggio

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