ELENA ZETA GRIMALDI | A giugno scorso a Catania si è svolto Una danza più in equilibrio – Visioni, idee e proposte per uno sviluppo organico della danza in Italia. Il nome è già una dichiarazione programmatica. A organizzarlo e promuoverlo sono stati Scenario Pubblico/Compagnia Zappalà Danza, Centro di Rilevante Interesse per la Danza, affidando la curatela a C.Re.S.Co. (Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea), ‘progetto’ di interlocuzione di operatori della scena con le istituzioni estremamente presente sul dibattito con le istituzioni e agguerrito. Due giorni che hanno visto protagonisti lavoratori dello spettacolo di ogni settore (artisti, organizzatori, studiosi, critici…) in un denso e interessante convegno [reperibile a questo link] i cui spunti sono stati poi sviscerati attraverso tavole rotonde il giorno seguente.

Ne abbiamo parlato con Roberto Zappalà, direttore artistico e coreografo principale della compagnia che porta il suo nome, in quella che − più che un’intervista − è stata una piacevole condivisione di riflessioni. Forse perché una volta cominciato a dialogare ci si prende gusto e non si smette più?

Prima di tutto mi piacerebbe sapere una cosa che a me interessa sempre molto, cioè da dove nasce l’esigenza di organizzare un evento così impegnativo.
È stato difficile, anche perché non sarebbe il nostro compito, noi facciamo altro. Questo è un tipo di ‘servizio’ alla danza e, in generale, alla cultura che dovrebbero fare le istituzioni, coloro che hanno queste mansioni. In mancanza di tutto questo nel nostro territorio – quando dico nel nostro territorio dico in tutta la Sicilia, per non dire anche di più –, mi sono sentito sotto certi punti di vista in dovere di sostituirmi a questi organismi. Questa è la prima considerazione che va fatta, a mio avviso. La seconda considerazione è che dopo trent’anni posso dire che non è cambiato quasi nulla. L’ho detto al convegno con una battuta che faceva sorridere perché andava contro di noi, però è la verità: al Ministero ci sono delle tabelle che individuano nella Sicilia una regione che non è all’ultimo posto come sostegno economico; peccato che le risorse per la danza sono praticamente tutte da noi, a Scenario Pubblico. Questo vuol dire che non ci sono – anzi, dovrei dire non c’erano, e ora ti dico perché – tante attività che si occupano di danza a livello professionale (festival, compagnie di un certo rilievo) che hanno delle risorse importanti. E questo è il problema. Se poi vai a vedere la tabella più strettamente legata i numeri (quanti festival, quante compagnie…) siamo se non all’ultimo al terzultimo posto, questo è la grande negligenza. Il caso ha voluto che subito dopo il convegno hanno fatto le assegnazioni al Ministero, e sono molto felice perché noi siamo diventati Centro di rilevante interesse nazionale, e sono entrati, se non sbaglio, quattro o cinque festival e una o due compagnie. Proprio questo ho sempre sottolineato: noi da soli, al punto in cui siamo, non possiamo più cambiare le cose, e si rischia di rimanere in un immobilismo un po’ eccessivo; mentre bisogna che comincino ad aprirsi nuove porte, nuovi giovani a cui si dà la possibilità di emergere. Io so i sacrifici che abbiamo fatto, che ho fatto io all’inizio, quando ero solo e ho deciso di ritornare nella mia terra e costruire qualcosa qui… però è stata un po’ troppo lunga questa sofferenza, secondo me non è giusto farla vivere a tutti.

Mi hanno molto colpito i concetti che avete espresso tu e Francesca D’Ippolito: per introdurre il convegno avete parlato di ricominciare a pensare alla funzione dei luoghi e di creare equilibrio tra nord e sud e tra le periferie.
Suddividerei in due parti: i luoghi in quanto spazi, e i luoghi in quanto territori – gli spazi sono all’interno dei territori, e i territori sono in qualche modo parte di un territorio più ampio, quale per esempio quello della nazione. Il convegno aveva questo obiettivo, di far riflettere sull’equilibrio dei territori in quanto ci sono quelle differenze che ho appena elencato. Però anche gli spazi sono importanti: è inevitabile che lo spazio crea quell’humus all’interno di una società, di una polis, affinché tutta la polis possa crescere, emanciparsi. Trovo che quasi tutte le cose di cui abbiamo discusso sono banalmente scontate, solo che tra queste emergono le verità: era necessario parlare delle banalità perché pur essendo banalità nessuno rifletteva in questo senso.

È molto probabile che le banalità passino in cavalleria se le si dà per scontate…
Qualcuno aveva il timore che noi parlassimo solo del territorio in quanto nord e sud, ma ovviamente noi intendiamo ‘Sud’ oppure ‘emarginazione’ anche delle province, delle piccole cittadine. C’è sempre un ‘Sud del mondo’. È una parola che racchiude una serie di principi, e il principio della marginalità delle province, delle piccole cittadine, è un principio a cui va prestata attenzione, perché questo sistema agevola tutti. Ho fatto l’esempio del mondo del commercio: si dice che quando c’è un sud che funziona e si arricchisce anche il nord funziona di più. Se si abbandona quest’idea è finita. Non vedo perché per la danza, o in generale per lo spettacolo, non debba valere lo stesso principio. Una compagnia che dal nord viene a Catania poi se ne torna indietro; invece potrebbe andare a Palermo, a Messina, Siracusa, può fare tante giornate, come facciamo noi quando andiamo al nord. Il novanta percento dei nostri spettacoli li facciamo da Roma in su, qualcuno al sud e l’uno percento lo facciamo a Catania perché non esistono altre realtà che ci possono ospitare in Sicilia un po’ per mancanza di risorse e un po’ proprio per mancanza di strutture che si occupano di danza. Stiamo parlando di un territorio grande cinque milioni di abitanti, dove abbiamo solo Scenario Pubblico che per tutto l’anno ospita la danza. Bisogna fare un grande lavoro, serio, intenso e convinto e ci vuole l’attenzione, la consapevolezza che il Ministero deve fare la sua parte così come sembra abbia iniziato a fare accettando nuove proposte al sud.
Poi c’è il problema anche dell’ignoranza − nell’accezione esatta del termine − di chi governa i territori, che vede la danza come molto marginale nella società. Tutto è più difficile quando all’interno delle istituzioni non ci sono le persone adatte a occuparsi delle varie materie, diventa un problema perché ognuno alimenta ciò che conosce di più, ciò che gli fa piacere… In Sicilia, in tutto il sud Italia, non c’è troppa conoscenza nelle istituzioni, quindi non si comprende quanto la danza possa essere utile al territorio, per l’emancipazione, per le riflessioni poetiche che coinvolgono e che influenzano in qualche modo la quotidianità della vita. L’arte è utile anche alla vita che percorriamo, non esiste solo lo sport. Direi che sport e arte sono ‘culture’ entrambe, nel senso della cultura performativa, li metterei allo stesso livello: entrambe fanno bene alla società.

Riprendo il paragone su sport e cultura, sull’allenamento alle cose, perché − ed è uno dei temi che si è toccato nel convegno, quello del pubblico – capita spesso che al sud chi deve decidere cosa mandare in giro o cosa finanziarie ha un pregiudizio su cosa possa essere ‘fruibile’ o ‘non fruibile’.
Questo è parte della parola che ti ho detto prima, ignoranza. Non deve essere presa come un insulto: ignori quello che è la realtà delle cose, non c’è niente di male. Alla fine la danza, tranne Roberto Bolle, non riesce a spostare le grandi masse, e quando si fa politica si è convinti che la grande massa sia ciò che è utile alla società. Invece bisogna abbandonare l’idea dell’evento a tutti i costi, perché è ciò che di più effimero c’è: è bella, è utile, ma deve essere l’ultimo stadio di una progettualità; non puoi fare la finale della Champions League senza che nessuno abbia mai visto una partita di calcio. Allo stesso modo l’evento del grande danzatore porta un sacco di pubblico quella volta ma non hai radicato nulla, non hai fatto un granché nel territorio. Va preparato prima, il territorio, poi magari fatto anche l’evento, che, sì, porta una serie di iniziative collaterali ma non ci sarà un pullulare di cultura quando una cosa dura un giorno. È proprio una questione di sensibilità e di conoscenza, quindi di possibile ignoranza.
Ci sono anche delle eccezioni, come siamo noi. È solo che magari non hanno avuto quella forza, forse anche quel talento… Noi abbiamo girato il mondo e questo forse c’ha aiutato nel territorio. Però la sfida era molto molto grossa, sarebbe stato più comodo fare semplicemente l’artista giramondo; invece costruire una cosa all’interno di una città è più complicato − ma ce l’abbiamo fatta, ed è difficile (ma non è impossibile) tornare indietro.

Delle tematiche che sono state sollevate durante il convegno se n’è discusso la mattina dopo attraverso delle tavole rotonde. So che è una domanda enorme perché, come più relatori hanno ripetuto, sono processi lunghi e laboriosi, ma pensate che si sia creata una scintilla su cui soffiare per cominciare questo lavoro di riequilibrio?
Io penso di sì. Le tavole servivano per creare dei documenti da far girare. Io non stavo solo in un tavolo, non so esattamente il risultato di ogni tavolo, so che è stato buono, ma non so entrare nel merito. Attendo anch’io gli esiti, il cartaceo di ciò è stato trattato tavolo per tavolo, che immagino ci potranno dare anche delle indicazioni specifiche sulle direzioni da prendere. Tutta questa documentazione andrà al Tavolo permanente della danza del MiC, alla fine è più importante questo documento che il convegno stesso, perché quello sfuma e ciò che rimane è la documentazione scritta.

Senza il convegno non ci sarebbe stata la documentazione… Avete fatto un grandissimo lavoro per creare un momento in cui tutti da tutte le parti potessero confrontarsi, con grande attenzione per il Sud, ma senza rinchiudervici.
Sì, un momento condiviso. Un momento di condivisione, più che condiviso. Di questi problemi bisogna parlarne condividendo negli stessi momenti domanda e risposta.

 

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