GIORGIO FRANCHI | Fuori dal tempo e dalla storia. Così David Herbert Lawrence, al termine del suo lungo soggiorno in Italia, descrive la Sardegna. I nuraghi che costellano l’isola, lasciati da una civiltà di cui sappiamo ancora pochissimo, sembrano il segnaposto che ne preannuncia il ritorno. Una traccia di ectoplasma atemporale aleggia sulle sponde del Flumendosa, pende dai rami degli olivastri ai bordi della strada.

Ciò che resta è un terreno di nessuno, nel quale pianta le radici il NurArcheofestival, dedicato alla riscoperta di quei luoghi mistici attraverso il teatro. Trovando, idealmente, la continuità tra i rituali dell’acqua dei nuragici e il rituale moderno del teatro. Giunto alla quattordicesima edizione e diretto da Rita Atzeri, della compagnia Il Crogiuolo, assieme a Iaia Forte, il Festival si stanzia per la seconda volta tra Orroli, Nurri e Sadali, cinquemila abitanti in tre comuni dell’entroterra sardo.
“Contiamo di spostarci l’anno prossimo, come abbiamo sempre fatto – racconta Atzeri. “Siamo stati a Isili, Lanusei, Villanova Forru, Quartu Sant’Elena, ovunque in Sardegna, sempre con l’obiettivo di ricongiungere teatro e storia”.

Il Nuraghe Arrubiu dall’interno, foto di Sardegna Turismo.

La scelta di Orroli, dove ha luogo la maggior parte degli spettacoli, è quasi scontata visto il tema scelto. La cittadina si trova infatti ai piedi del Nuraghe Arrubiu, il più grande e uno dei meglio conservati di tutta la Sardegna. La visita che precede lo spettacolo è mozzafiato: impossibile non rimanere meravigliati dalla possente magnificenza di questo gigante di pietra, fra stanze e cisterne dalla complessità assolutamente unica per l’epoca (circa 1600 a.C.). “Il festival può servire a scoprire questi luoghi della Sardegna lontani dalle principali mete turistiche, ma assolutamente affascinanti”.

Parlando del teatro, invece, il legame con l’archeologia non sempre riesce. Complice anche la difficoltà di organizzare un festival lontano dalle infrastrutture. Le prime giornate ospitano varie letture sceniche all’aperto, con il nuraghe sullo sfondo. Il rischio è che uno tra il teatro e la storia resti, appunto, sullo sfondo. Le letture sono comunque di valore: un bravissimo Tommaso Ragno si cimenta in Una relazione per un’accademia di Franz Kafka, con una caratterizzazione convincente che fa sperare in un’evoluzione in forma di spettacolo, mentre Iaia Forte fa il doppio turno, prima con Istantanee e La lezione di canto di Katherine Mansfield (perfettamente accompagnata al piano da Gianluca Sambataro, che strappa meritatissimi applausi), poi con Attraversando un paese sconosciuto, di Anna Maria Ortese, sostituendo più che dignitosamente Stefania Rocca assente per un problema tecnico.

Penelope, foto di Marzo Castillo.

La relazione con il territorio emerge di più con le compagnie ospiti. Quella che maggiormente si cimenta nell’intento è la compagnia Residui Teatro: il duo, composto da Viviana Bovino e Gregorio Amicuzi ha base operativa a Madrid. Nello spettacolo Penelope, l’attrice, sola in scena su un prato a pochi passi dal nuraghe Arrubiu, ripercorre il viaggio di Ulisse visto dalla moglie. Sui rami di un olivastro, alcune fasce elastiche: l’attrice le usa per ondeggiare, contorcersi nei pensieri di attesa, dondolare sul Mar Mediterraneo, reso da un telo azzurro che, nel corso dello spettacolo, sarà una veste, una vela, un telo mortuario. La premessa di un’assoluta semplicità grotowskiana viene presto tradita da una sovrabbondanza di testo e momenti scenici. Sarebbe interessante rallentare, permettere al pubblico di perdersi nei pensieri di Penelope, lasciargli degli spazi vuoti da riempire. Sacrificabile per primo il testo, una scrittura scenica a volte disorganica rispetto alla scena, mentre sono assolutamente intoccabili le canzoni: un mélange mediterraneo tra Grecia, Spagna e Calabria, con la voce di Viviana Bovino che risuona sotto le stelle.

Connubio riuscito anche dalla compagnia coreutica ASMED con Zatò e Ychì. La coreografia unisce elementi di danze giapponesi e capoeira, con i due interpreti vestiti di campanacci che suonano al movimento. Nel biancore della piazza di Sadali, la successione di movimenti diventa presto ipnotica, pure in una semplicità forse esagerata. A pochi metri dal centro visitiamo le grotte di Is Janas, con un affascinante concerto per arpa sotto le stalattiti.

Tre monologhi femminili chiudono la visita di PAC al festival. Centrale, per la direttrice, la voce delle donne: “L’idea del festival è nata quindici anni fa, proprio con uno spettacolo di sole donne che ripercorreva il femminino nella civiltà nuragica. L’esperimento ha dato i suoi frutti, il festival è un’estensione della ricerca che abbiamo intrapreso”.

In Donne passioni rivoluzioni, di e con Manuela Loddo (regia di Romano Usai), si raccontano a noi tre personaggi storici femminili, i cui nomi non vengono rivelati se non alla fine dei singoli quadri. Le doti tecniche dell’attrice, sempre convincente al pari del pianista, Fabio Piazzalunga, che la accompagna, faticano talvolta a emergere in un testo connotato da una forte cifra quasi agiografica. Può essere accentuata inoltre la caratterizzazione dei personaggi, a livello di testo e di recitazione.

Donne passioni rivoluzioni, foto di Dietrich Steinmetz.

Chiara Tomarelli si cimenta invece in Benji di Claire Dowie. La regia di Pierpaolo Sepe prevede l’assoluta essenzialità: un’attrice, una sedia, due proiettori che in teatro sarebbero sostituiti dalle luci di sala, spiega l’attrice. Il testo è un viaggio nel mondo della schizofrenia, della difficoltà di interazione con il mondo di chi ne soffre e, infine, i primi passi nella guarigione, scaraventati in una realtà più dolorosa della malattia stessa. Le venature ironiche e dissacranti della Dowie vengono filtrate via perché non si alleggerisca troppo la drammaticità della storia: il risultato è struggente (e interpretato benissimo), ma incappa nel rischio di monotonia, perdendo il ritmo tipico della nuova drammaturgia anglosassone. Siamo sicuramente di fronte a una scelta coraggiosa: sarà l’evoluzione dello spettacolo, che già mostra di aver eviscerato tematiche importanti, a dirci se trionfale o troppo ardita.

La direttrice stessa, Rita Atzeri, chiude il ciclo di spettacoli con Cassandra Ventiventi. La regista, Susanna Mannelli, parte dal testo di Christa Wolfe, rivisitazione onirica e febbricitante del classico greco. Chiusa in una gabbia di legno (idea di Marta Fontana) nella foresta di Sadali, a pochi passi dalle grotte, l’attrice ripercorre le vicende di Cassandra. Anche qui la musica gioca un ruolo egemone: il batterista Antonio Pinna si districa tra casse, cembali e un piccolo vibrafono, a intessere un tappeto sonoro che crea un piacevole contrasto con la voce dell’attrice. Lo spettacolo è un manifesto “in medias res” del festival stesso: c’è la natura, c’è la storia, c’è la relazione con il territorio, il femminile, la musica, la vicinanza con il pubblico, seduto su gradoni di pietra a un palmo dal palco naturale.

Sulle prossime edizioni, poco si sa: “Ci piacerebbe spostarci, il Festival ha sempre avuto una sua natura nomade. Ci sono città dove siamo già stati che a inizio anno ci hanno chiesto di tornare, ma per noi era importante fare almeno due edizioni qui a Orroli. Il teatro nei piccoli centri richiede una progettualità a lungo termine, non ci si può aspettare di raccogliere subito i frutti. Sul domani, invece, si vedrà: forse saremo da un’altra parte, ma rimarranno invariati i presupposti. Teatro, territorio, archeologia”.

Immagine di copertina: Rita Atzeri in Cassandra Ventiventi, foto di Francesco Rosso.

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