CHIARA AMATO | A inaugurare la stagione del Teatro Franco Parenti di Milano, che giunge al suo 50° anniversario, c’è un ritorno della scorsa stagione: La vita davanti a sé, di e con Silvio Orlando.
La vicenda, basata sul romanzo di Romain Gary del 1975, verte sull’incontro cardine nella vita di Mohamed (detto Momò) con Madame Rosa, nella Parigi multietnica di Belleville. Madame Rosa è un’ex prostituta che, dietro compenso, si fa carico di ospitare e occuparsi dei figli di altre prostitute.
Sul fondo della scena quattro musicisti eseguono la partitura dal vivo: Simone Campa, Maurizio Pala, Kaw Sissoko e Marco Tradito agiscono come se fossero l’esercito di Silvio Orlando, che invece si trova al centro della scena.
Tutti vestiti di tonalità scure, tranne l’attore che indossa una camicia bianca, pantaloni neri e un gilet sui toni del grigio e del bianco (costumi di Piera Mura).
Gli oggetti sul palco sono tanti, per ricostruire l’ambiente in cui il protagonista ha vissuto le storie di cui sta per narrare: una poltrona in pelle, la struttura di un ombrello che è diventata un pupazzo per bambini, piccole sedie di legno, un edificio di carta contornato da lucine che dal suo apice scendono come ai lati del tendone di un circo. Le scene pensate da Roberto Crea ci portano nella casa di Momò per come a lui appare, immaginifica e creativa, ma anche nostalgica e familiare.

ph. Gianni Biccari

I temi e gli episodi trattati sono tanti e si susseguono in linea cronologica: dall’arrivo di Momò alla casa di Madame, ai primi espedienti per attirare l’attenzione, dagli incontri con altre figure come la giovane Nadine, il medico e Madame Lola, al ritorno di suo padre, concludendosi con la malattia e la morte della sua fidata madre adottiva.

Lo spettacolo è in forma di monologo, e Silvio Orlando interpreta nei gesti e nelle varietà dei toni di voce i diversi personaggi che hanno attraversato quegli anni della vita dai 6 ai 14 del bambino arabo Momò.
Il ritmo è incalzante quasi a riprodurre quel lato infantile, entusiasta e buffo nel raccontare anche gli eventi più tristi. Le parole scorrono molto veloci come se volessero trasmettere la voglia di raccontarsi.
Silvio Orlando indossa questo ruolo infantile e poi adolescente toccando e attraversando in pieno quello che è lo spirito del romanzo di Romain Gary, sfiorando argomenti difficili con leggerezza e un pizzico di incoscienza tipiche dei bambini.
Rispetta non solo il contenuto ma anche il modo di narrare a tratti ingenuo (ad esempio quando parla dell’Olocausto, che entra nella vicenda in ragione del fatto che Madame Rosa è ebrea e aveva vissuto le deportazioni), a tratti ironico sulla diversità etnica tra i bambini che Momò nota già da piccolissimo.

La presenza della musica, sotto la direzione di Simone Campa, è l’unico altro vero elemento protagonista della scena in quanto interagisce con la narrazione completandone non solo il senso riproducendo i suoni di scena (un campanello, le musiche ascoltate da Madame Lola, una porta sfondata, etc.) ma anche facendo da intermezzo con l’intreccio, riportandoci al mondo arabo e alla Parigi di Comment te dire adieu, canzone cult di Francoise Ardy.
Durante i momenti musicali l’attore si libra danzando con la goffaggine e la libertà che solo da bambini è facile avere, con la noncuranza di non apparire coordinati e aggraziati ma di entrare nella musica.

Lo spettacolo si conclude riprendendo un episodio raccontato già in precedenza che ha rappresentato nella vita di Momò la scoperta della speranza nel genere umano: c’è il nostro protagonista sotto un cono di luce, e un uovo che da bambino lui avrebbe rubato, peraltro al solo tragicomico fine di essere sgridato da una commerciante. Ma invece il colpo di scena: la donna gliene regala un altro, insieme a una carezza. Si spengono le luci e il pubblico del Franco Parenti si scatena in un applauso fragoroso.
Silvio Orlando presentando i musicisti inizia a suonare con loro, lasciandoci con la canzone ebraica Evenu shalom alejem.
Il momento è staccato dallo spettacolo ma ne è comunque parte, e risulta molto forte. Fa ricordare l’importanza della memoria. È gioioso perché vissuto collettivamente. Tutti cantano e tengono il ritmo perché ognuno di noi è Momò nella difficoltà di trovare una speranza, di affrontare il rapporto con gli altri e con la figura materna in particolare, ma ancor più con la Storia che travolge con il suo incedere inesorabile e che è sfondo della vicenda umana arrivando a coinvolgerla e impastarla improvvisamente, in modo talvolta inaspettato e imponderabile.

 

LA VITA DAVANTI A SE’

di e con Silvio Orlando
traduzione Giovanni Bagliolo edizione Biblioteca Neri Pozza
tratto dal romanzo La vie devant soi di Romain Gary Émile Ajar Mercure de France, diritti teatrali gestiti dalle edizioni Gallimard con il nome di “Roman Gary” come autore dell’opera originale
direzione musicale Simone Campa
con l’Ensemble dell’Orchestra Terra Madre
chitarra battente, percussioni Simone Campa
fisarmonica Maurizio Pala 
kora djembe Kaw Sissoko 
clarinetto, sax Marco Tradito
scene Roberto Crea
disegno luci Valerio Peroni
costumi Piera Mura
organizzazione Maria Laura Rondanini
direttore di scena Luigi Flammia
fonico Gianrocco Bruno
amministrazione Teresa Rizzo
riduzione e regia di Silvio Orlando
produzione Cardellino srl

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