ELENA ZETA GRIMALDI| Si è conclusa lo scorso 29 ottobre la seconda edizione del Catania Off Fringe Festival, ideato e diretto da Renato Lombardo e Francesca Vitale. Siamo tornati nella città etnea per raccontarvi ancora un po’ di ciò che è successo sui palcoscenici del festival.

I don’t care

I don’t care della Piccola compagnia impertinente si prefigge di indagare le evoluzioni dei rapporti umani nell’era dei social network, argomento tanto necessario quanto scivoloso da trattare. Quando la sala di Zo-centro di culture contemporanee crolla nel buio, su un telo di plastica rettangolare che pende dalle americane come un enorme schermo di smarthphone, vengono proiettati stralci del cartone animato di Steve Cutts che ritrae un mondo di zombie con gli occhi incollati al cellulare. Subito dopo entrano i cinque attori, vestiti di nero fino ai capelli: solo il loro viso è – perlomeno letteralmente – libero, illuminato dalla luce degli schermi, in un’immagine fin troppo conosciuta a chiunque guardi. I cinque attori si muovono in gruppo con un effetto a metà tra il parodico e il grottesco, senza mai lasciare i cellulari che sono, da molti punti di vista, i veri protagonisti: con molta intelligenza vengono usati di volta in volta come luci di scena, oggetti in sé o altri oggetti (come nella breve citazione di Essere o non essere, dove il teschio è un’immagine sullo schermo), e come elementi che, spiccando nel buio totale, compongono coreografie accattivanti di luci e parole.
Tutta la prima parte dello spettacolo è un susseguirsi di “azioni” ormai familiari: chi entra nei gruppi, chi ne esce, chi inveisce, chi chiede visualizzazioni, chi blocca, chi sblocca, chi reagisce con il pollice in su e chi esplode dalle risate. Le situazioni cambiano ma il comportamento dei ragazzi no: il cellulare è lo specchio attraverso cui ci si relaziona al mondo e abbandonarlo anche per pochi secondi provoca delle tremende crisi di astinenza. Al pubblico viene strappato più di un sorriso, qualcuno dolce e qualcuno più amaro, quando si rivede nella situazione in scena. Poi, durante una festa, improvvisamente la connessione svanisce, e i ragazzi sono costretti a confrontarsi faccia a faccia scoprendo, da un lato, quanto sia più difficile amarsi senza uno schermo in mezzo e, dall’altro, quanto sia facile che l’odio virtuale possa trasmigrare nella realtà, in una scena simile a una puntata di Black mirror, che però non ne raggiunge la forza distopica. Il finale, in cui la vittima della violenta discriminazione si appella direttamente al pubblico per un ritorno all’umanità, può risultare un pizzico di didascalico ma, del resto, non solo riprende pedissequamente il modo comunicativo social, ma ci può suggerire che, nel mondo virtuale, ogni azione non è propriamente agita ma raccontata, rendendo di fatto le nostre vite una didascalia di loro stesse.

Journey to the kindom of Hypnos

Ci spostiamo nel borgo marinaio di San Giovanni Li Cuti dove, nel cortile sul molo dell’associazione Salmastra, ci attende Carmel Clavin, nelle vesti di Mnemosyne, dea della memoria (figlia di Urano e Gea, il cielo e la terra, e madre delle Muse), che ci guida in Journey to the Kingdom of Hypnos. Non è facile etichettare l’atto a cui prendiamo parte: tecnicamente un’esperienza, poiché non implica una vera e propria performatività, ma è innegabile che, immersi nel regno di Hypnos, in qualche modo uno spettacolo prenda forma nella mente di ognuno.
Gli spettatori vengono accolti dalla dea e invitati a prendere posto in una delle sedie messe in cerchio attorno a un ceppo con sopra una vecchia lampada a olio; dalla lampada si diramano i fili delle cuffie che vengono usate per il viaggio, collegate, oltre che alla lampada, tra loro a due a due. La dea mette in piedi una vera e propria cerimonia, attraverso la quale prepara gli spettatori/ascoltatori al viaggio nella memoria che li aspetta. Quando chiede di indossare le cuffie e le mascherine per gli occhi, ci si ritrova immersi in un paesaggio sonoro: il testo recitato dalla Clavin, i rumori e i suoni di strumenti musicali (di Tom Illmensee) sono sapientemente cuciti inseme nel sound design (di Jerome Giancola), diventando elementi quasi materici che attraverso l’udito accendono tutti i sensi, tanto da rendere secondario se, a causa della lingua inglese, ci si perde qualche pezzo. I viaggiatori sono come ipnotizzati, immersi in un mondo che si forma piano piano e poi sparisce e cambia, diverso per ognuno, anche se uguale per tutti grazie alla voce di Mnemosyne che li guida gradualmente a prendere dimestichezza con la propria immaginazione: prima con semplici esercizi di memoria (come provare a ricordare un cibo attraverso l’odore, o il sapore o le persone con cui l’abbiamo condiviso), poi a incontrare Lethe (personificazione del fiume dell’oblio), fino a vedere il regno misterioso di Hypnos. Journey to the Kingdom of Hypnos è ispirato agli scritti orfici, in particolare a quelli trovati incisi su lamine d’oro che recano istruzioni per guidare le anime nell’oltremondo, ed è il primo step di un progetto più ampio legato alla tematica della memoria e dell’oblio; la compagnia mette a disposizione l’intero audio sul suo sito (da ascoltare rigorosamente in cuffia!), con l’invito a condividere in forma anonima i ricordi e le immagini evocate durante l’ascolto, per costruire il prossimo spettacolo attraverso un processo di scambio col pubblico, che diviene così, a sua volta, guida dell’artista.

Il capro

Decisamente di altro taglio è Il capro di Alceste Ferrari, ramo cremonese dell’associazione etnea Retablo: un monologo di narrazione, una favola allegorica che mette in crisi le apparenti certezze sul rapporto colpa-condanna-punizione. Nella scena nuda e illuminata uniformemente per tutto lo spettacolo, Ferrari si muove con grande presenza e tranquillità, montando e smontando una costruzione di legno che diventa tavolo, poltrona e poi patibolo, mentre alle sue spalle Lorenzo Marvin Piovani, con tastiera e device elettronici, esegue le musiche originali (purtroppo privato per questa replica del contrabbassista Jacopo Sgarzi).
Così come l’impianto scenico, anche la trama è semplice e priva di reali colpi di scena, ma il vero fiore all’occhiello dello spettacolo è la ponderata drammaturgia, ricca di segni, spunti di riflessione e livelli di lettura, che riesce a tenere il pubblico scomodo come la tragedia deve fare: tutti hanno ragione e torto allo stesso tempo, fino al disastro. In un piccolo paese tranquillo – così piccolo che c’è un solo cappellano, un solo oste, un solo fabbro, e così tranquillo che non c’è neanche un giudice – una ragazza viene assassinata. E non una ragazza qualunque ma, in qualche modo, un simbolo di forza e libertà: Anika infatti non è né moglie né amante, non è preda ma predatrice, non si concede ma è l’oggetto della sua passione momentanea che finisce per concedersi a lei. Un giudice viene allora chiamato dalla contea vicina e, insieme alla popolazione, costruisce una legge mai esistita per quell’evento mai accaduto: l’omicidio è un danno, è un danno a tutta la comunità, e per risarcire tutta la comunità di una vita non c’è altro modo che dare un’altra vita, quella dell’assassino. Ma il vero inghippo della storia arriva proprio nel momento in cui si scopre il colpevole. Il femminicidio viene confessato dal fabbro, l’unico fabbro della città, senza il quale nessuno potrebbe più lavorare: sebbene ognuno sia convinto che la sua vita debba essere il risarcimento della comunità, nessuno si sente di sacrificare la sua funzione nella comunità. Che fare, allora? A questo punto della storia, la risposta è facilmente intuibile dallo spettatore. Un calcolo immediato, quasi naturale e, proprio per questo, estremamente cinico, che innesca un vero e proprio cortocircuito sul significato – etico, filosofico, umano – della Legge che, creata dall’uomo per gli uomini, a un certo punto si innalza al di sopra dei suoi creatori, diventa un dio-asserzione irraggiungibile a cui sottostare solo in virtù della sua esistenza. In questo balletto tra l’umanità e le sue sovrastrutture (nel senso più marxiano del termine), si viene così a dissolvere, nella foschia della rabbia e dello sgomento, la necessità che ha dato via a tutto il processo: trovare una legge che faccia giustizia, una legge che sia degli uomini, poiché quella divina c’è, ma non si mai di preciso dove sta.

 

 

I DON’T CARE

di Pierluigi Bevilacqua
regia Pierluigi Bevilacqua
con Asia Correra, Arturo Severo, Mario Mignogna, Francesca Camplese, Antonio Diurno
luci Pierluigi Bevilacqua
musiche Edita
costumi Michela Delli Carri
produzione Piccola Compagnia Impertinente

 

JOURNEY TO THE KINGDOM OF HYPNOS

di Carmel Clavin
con Carmel Clavin
musiche Tom Illmensee
audio engineering Jerome Giancola
produzione Spectacle & Mirth

 

IL CAPRO

di Alceste Ferrari
regia Federico Magnano San Lio
con Alceste Ferrari (voce narrante), Jacopo Sgarzi (contrabbasso), Lorenzo Marvin Piovani (pianoforte)
luci Saul Paloschi
musiche Jacopo Sgarzi
produzione RETABLO

 

VISTI AL Catania Off Fringe Festival il 26 ottobre 2023