ELENA SCOLARI | È la sera dell’ultimo dell’anno a Ostenda, in Belgio, sferzata da una tempesta di neve. Nella hall di un albergo un vecchio attore aspetta, invano, il direttore di un teatro che gli avrebbe proposto di interpretare, finalmente, Re Lear. La tragedia che il signor Minetti ha recitato per trent’anni davanti allo specchio, con una maschera speciale, che ancora si porta in valigia ovunque vada.

ph. Manuela Giusto

Minetti. Ritratto di un artista da vecchio è una parte autonoma del progetto di Andrea Baracco Interno Bernhard che comprendeva anche Il riformatore del mondo, quest’ultimo interpretato nella scorsa stagione da Roberto Sturno, purtroppo scomparso nel settembre 2023. Thomas Bernhard (1931-1989) scrive questo testo per l’acclamato attore tedesco Bernhard Minetti (1905-1998) con il quale ha più volte lavorato; in Italia – tra gli altri – è stato interpretato nel 2017 da Roberto Herlitzka per la regia di Roberto Andò e nel 2001 da Gianrico Tedeschi, diretto da Monica Conti.

Il nostro Minetti è Glauco Mauri (nato nel 1930), un colosso della storia del teatro italiano. Ha lavorato con tutti i registi teatrali e televisivi che vi possono venire in mente: per il teatro ricordiamo De Lullo, Squarzina, De Bosio, Ronconi, Calenda, Marcucci, Sciaccaluga, Garella, Scaparro, De Monticelli… Diretto ancora da Baracco è stato anche Re Lear, la nemesi del personaggio/attore diventa quindi doppia.
Quando Mauri entra in scena, curvo sotto un cappottone scuro e appoggiandosi al bastone, porta con sé non solo la valigia, ma tutto il teatro che ha attraversato: «Tutto è questione di tempo», dice il suo personaggio. E quanto tempo Mauri abbia passato sui palcoscenici è incalcolabile, ma la misura ne è data dall’agio con cui si abbandona sulla poltrona dove il concierge dell’hotel (impersonato significativamente da Sturno al debutto di questo spettacolo) lo lascia accomodare, per l’attesa.
Gli alberghi sono luoghi sospesi, posti dove la gente va e viene e non resta, passa. La notte in cui i personaggi si trovano è il passaggio da un anno all’altro e anche Minetti compirà il suo cambio di stato.
È chiaro fin da subito che la sua attesa sarà disattesa, il tempo di questo aspettare sarà per Minetti il tempo per rievocare il passato, sempre con una certa animosità, soprattutto verso il suo mondo professionale: «I direttori di teatro sono sempre inaffidabili». E in questo caso avrà ragione.
Bernhard, però, non chiarisce mai se la possibile chiamata di Minetti per il Lear sia veritiera o illusoria, e così il regista Andrea Baracco colloca la prolusione dell’attore in un contesto che potrebbe essere la proiezione della mente di Minetti: sottolineati da cambi luce decisi e dai colori innaturali, ogni tanto compaiono figure in frac nero con una grande testa di coniglio bianco, occhieggiano dal sipario/tenda sul fondo, attraversano la scena sotto lo sguardo stranito di Minetti, per poi scomparire, tornando in chissà quale dimensione.
Questi intervalli si ripetono, talvolta non sono i coniglioni a irrompere, ma uno storpio con maschera che misura il palco da una parte all’altra, oppure ancora un nano con un voluminoso pastrano blu e bottoni dorati da divisa, tutte figure unite soprattutto dal provocare un effetto incongruo. In questi frangenti ‘sognanti’ l’attore interrompe il suo monologo rimanendo come momentaneamente istupidito da una specie di trance, in cui cade solo lui, però: portiere, concierge, la signora (Stefania Micheli) e la ragazza (Francesca Trianni) che si susseguiranno al suo fianco non fanno caso alle apparizioni.

ph. Manuela Giusto

Questo segno registico surreale e inelegante è in contrasto con la lucidità del testo, in cui si critica, anche aspramente, tutto il teatro, soprattutto quello classico (tranne appunto Re Lear, non a caso). Minetti, infatti, si lamenta della pavidità del sistema teatrale che lo ha cacciato dall’incarico di direttore del Teatro di Lubecca, recrimina contro l’assenza di sincerità e schiettezza nel mondo del teatro, inveisce contro la marginalità cui è stato condannato.

Bernhard non è un autore facile da mettere in scena, e molto delle trasposizioni teatrali dei suoi testi sta nella qualità degli attori: Glauco Mauri affronta Ritratto di un artista da vecchio con una signorilità unica, esprime un’indignazione compunta, si rivolge con tenerezza alla giovane che aspetta il fidanzato nello stesso albergo, passando con precisione impercettibile dall’acredine al disincanto soave con cui un vecchio guarda chi ha tutta la vita davanti. Il movimento sta nella varietà di stati d’animo, qui un po’ appiattiti dal solo spostarsi tra divano e poltrona.
I comprimari di Minetti sono tutti più giovani di lui, quasi nessuno parla, tranne la donna, un poco sguaiata, che passerà ancora una volta la serata del veglione ubriacandosi da sola in quell’hotel. I conigli non hanno età, non hanno nemmeno l’orologio nel taschino e tutto fa pensare che nel paese dove vivono non ci siano meraviglie.

Sebbene in tutt’altra maniera, anche qui come nel recente I ragazzi irresistibili con Orsini e Branciaroli, c’è un’aderenza tra interprete e ruolo che crea un corto circuito positivo, ma questo è solo il primo livello di lettura, il più evidente. Un poco più sotterraneo è il livello qui indicato dalla scelta di Re Lear come unico testo classico considerato meritevole da Minetti, e come probabile sua ultima prova di recitazione: Lear è pure un uomo vecchio, sconfitto, che finirà per non distinguere più il vero dal falso, imprigionato in una follia indotta dalla vecchiaia e dalla malvagità delle sue figlie ingrate.
Lear, però, si aggrappa al matto, il giullare di corte che lo trattiene – paradossalmente – al di qua della pazzia, lui che il pazzo lo fa per professione; Minetti, invece, non ha nessuno che lo trattenga, ha solo quella maschera da re decaduto, che indosserà un’ultima volta prima di andarsene per sempre, fingendo che non sia vero.

INTERNO BERNHARD
MINETTI. RITRATTO DI UN ARTISTA DA VECCHIO

di Thomas Bernhard
traduzione di Umberto Gandini
con Glauco Mauri
e con Stefania Micheli, Federico Brugnone, Danilo Capezzani, Francesca Trianni, Pietro Bovi, Giuliano Bruzzese
regia Andrea Baracco
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
musiche Giacomo Vezzani, Vanja Sturno
luci Umile Vainieri
foto di scena Manuela Giusto
produzione Compagnia Mauri Sturno

Teatro Strehler, Milano | 23 gennaio 2024