LEONARDO DELFANTI | Nell’attualità del panorama teatrale italiano, dove l’arte si mescola con la politica e con la storia contemporanea, la tragedia Enrico V di William Shakespeare diventa un’opportunità di riflessione sulle conseguenze della guerra e le sue giustificazioni morali e ideologiche. Lontano dall’essere una celebrazione dell’eroismo bellico, il debutto di Henry the V di Casa Shakespeare, compagnia veronese la cui ricerca si focalizza sulle opere del celebre drammaturgo inglese, si distingue per l’interpretazione antimilitarista del conflitto, invitando il pubblico a esaminare criticamente il valore della guerra e le alternative per risolvere i conflitti.

Uno degli aspetti più sorprendenti dell’atto unico – in forma di monologo breve di 50 minuti – interpretato e diretto da Solimano Pontarollo, con l’aiuto in regia di Beatrice Zuin e  adattato dal testo originale di Shakespeare Henry The Fifth da Andrea de Manincor, è la caratterizzazione del protagonista, Enrico V. Invece di essere raffigurato come un eroe glorioso guidato dalla giustizia e dal senso del dovere, viene presentato sin dall’inizio come un uomo tormentato dalle responsabilità del comando e dalle conseguenze delle sue azioni. La lotta interiore tra il desiderio di potere e compassione umana offre uno spaccato della complessità della leadership in tutti i tempi di guerra. Tradimenti, intrighi e populismo si intersecano, infatti, a giustificazioni formali che ben poco hanno a vedere con l’etica della “guerra giusta” tra Inghilterra e Francia.

Credits: Giordano Dapiran

Grazie, infatti, a un raffronto tra le vicende umane della Guerra dei Cent’anni, nello specifico la battaglia di Azincourt (1415), e la violenza della Grande Guerra (1914-1918), la rappresentazione non glorifica il momento del conflitto quanto, piuttosto, ne evidenzia l’impatto distruttivo sulla psiche umana: l’esaltazione grottesca della maschera antigas, «la miglior maschera che ci possa essere», e delle buone armi, «che ti permettono di sfidare il nemico», ben presto lascia spazio alla truce desolazione del campo di battaglia. Resti umani, un terreno crivellato dalle bombe e l’aria rarefatta dagli agenti chimici assurgono, nel corso del monologo, a massima esaltazione della tecnologia scientifica europea al servizio dello sfrenato militarismo di inizio ‘900.

Credits: Giordano Dapiran

La scena è stata concepita con cura per adattarsi a spazi racchiusi e intimi, offrendo al pubblico un’esperienza coinvolgente e dal forte impatto emotivo. Il palco è diviso in tre sezioni distinte, ciascuna rappresenta un locus amoenus dello spirito e della vicenda narrata.
Sulla sinistra si trova la madrepatria inglese, evocata attraverso un tavolo di legno su cui poggia una radio d’epoca, strumento essenziale per i fini della propaganda e dell’informazione. Questo l’elemento che richiama anche alla mente di Enrico V la stabilità e la familiarità della propria terra natia, offrendo un punto di riferimento emotivo per il pubblico.
Sulla destra, invece, si trova la terra straniera di Francia, rappresentata da una cassa di legno su cui viene poi issata l’enorme bandiera d’Inghilterra. La rappresentazione fisica del territorio nemico sottolinea la divisione e la distanza tra le nazioni in conflitto; allo stesso tempo, offre l’opportunità di riflettere sulle similitudini e sui legami umani che superano le differenze politiche e ideologiche.

Al centro della scena, infine, domina il grande vuoto del canale della Manica. Questo spazio aperto rappresenta la distanza fisica e metaforica tra le due nazioni in guerra, così come l’angoscia dell’anima che naviga alla ricerca di senso, stretta tra la morsa del dovere e il desiderio di libertà.
Sullo sfondo, le traduzioni in tempo reale delle parti di testo recitato in lingua inglese e i filmati d’epoca della Prima guerra mondiale si avvicendano quasi ininterrottamente a ricordarci le implicazioni emotive e morali del conflitto, incoraggiando una visione più umanistica e pacifica delle relazioni internazionali.

L’interpretazione di Enrico V, uomo delle bettole che si riscopre abile comandante e che con meravigliosi discorsi di unità politica convince gli inglesi a invadere la Francia nel pieno della Guerra dei Cent’anni, è per Pontarollo un’occasione per confrontarsi con un testo che, a suo dire, è «la piena esaltazione della guerra ma scritto magnificamente». L’attore e direttore della compagnia mette quindi in gioco tutto il suo potenziale espressivo e la maturata esperienza per mostrare l’uomo dietro l’eroe.
Un altro punto chiave dello spettacolo è la rappresentazione dei soldati e dei civili coinvolti nello scontro. Piuttosto che dipingerli come eroi senza macchia, sono invece fantasmi proiettati sullo sfondo grazie all’utilizzo dei filmati della Prima guerra mondiale, come una massa inerme, spinta dalle circostanze e dal mero calcolo politico dei loro signori.
Attraverso una combinazione di interpretazione intensa, regia sensibile e narrazione profonda, questa produzione si caratterizza per il suo messaggio umanista e la denuncia viva della ricerca del potere. Un’esperienza teatrale che non solo intrattiene, ma anche ispira all’azione per un mondo più giusto e pacifico.

HENRY THE FIFTH

Attore Solimano Pontarollo
Regia Solimano Pontarollo
Di William Shakespeare e Andrea De Manincor
Aiuto Regia Beatrice Zuin
Disegno luci Francesco Bertolini
Video proiezioni Francesco Corso
Costumi Cynthia Storari e Sycamore T Company
Oggetto bellici Mauro Vittorio Quattrina
Registratore a nastro Dario de Manincor
Fotografie Giordano Dapiran

Teatro del Satiro, Verona | 18 aprile 2024
la rassegna gode del Patrocinio del Comune di Verona