CHIARA AMATO* | La rassegna teatrale Nuove storie ospitata al Teatro Elfo Puccini di Milano, quest’anno dedicata al femminile (leggi anche l’articolo su Esagerate! di Cinzia Spanò) ha come titolo Prima le donne.
È in questo contesto che va in scena il monologo Mi manca Van Gogh, scritto, diretto e interpretato da Francesca Astrei, uno spettacolo che ha già avuto diversi riscontri di pubblico l’anno scorso, essendo stato finalista al premio Luna Crescente 2023 del festival L’ultima luna d’estate e vincitore del Fringe Milano Festival 2023.
L’interprete segue nel suo breve racconto due linee temporali, il presente con una visita guidata in un museo e il passato incentrato sull’amicizia di vecchia data con Michelina: il passaggio tra queste due narrazioni viene segnalato in scena dall’unico elemento cangiante, le luci. Quando infatti la narrazione è al museo viene proiettato sullo sfondo nero un rettangolo di luce che ci indica un quadro di Van Gogh, pittore da lei tanto amato; nel passaggio al tempo interiore della protagonista la proiezione sparisce.
Durante la prima linea temporale il tono è particolarmente ironico e la nostra guida gioca con un fantomatico gruppo di visitatori del museo che non presta molta attenzione, anzi si distingue per una particolare mancanza di rispetto nei confronti del luogo in cui si trova: parlano al cellulare, mangiano snack, fanno continue foto, etc.
La protagonista sottolinea più volte il legame con l’artista, dovuto anche alla lettura delle lettere che il pittore olandese inviava al fratello Theo e cita il saggio Van Gogh, il suicidato della società di Antonin Artaud, il quale afferma che ‘come un’inondazione di corvi neri nelle fibre del suo albero interno, la società suicidò Van Gogh’.

Da qui prende inizio il secondo filone narrativo dedicato alla sofferenza causata da una vicenda di revenge-porn che coinvolse una sua amica di infanzia: anche in quel caso la società ha portato Michelina (come Van Gogh) a prendere scelte estreme e definitive. Quello che emerge è lo strazio dei salvati, di chi sopravvive a queste situazioni restando senza interlocutore, con domande infinite e ossessive su quello che è accaduto, e pieno di sensi di colpa. Il parallelismo con Theo è chiaro e infatti è sentito molto vicino dalla protagonista che ne immagina le lettere al fratello artista (dello scambio epistolare abbiamo solo quelle del pittore olandese): qui il tono sul finale diventa pesante, carico di intensità, con le parole strozzate in gola dall’emozione.

 

Astrei, in un completo color cammello e in tutta la semplicità della sua interpretazione di barista/guida museale campana, ha molto a cuore muovere la sua critica, esternare il suo dissenso contro una società disumana, colma di cattiveria, voyeurismo e perbenismo.
Non inventa nulla, ahimè: di questi casi purtroppo la contemporaneità malata ne ha avuti (basti pensare alla vicenda di Tiziana Cantone, massacrata pubblicamente per settimane dopo la pubblicazione di un suo video intimo), ma quello che colpisce è il tono della sua interpretazione. È arrabbiata, è disperata e pone questioni importanti, partendo dalla banale definizione di video porno: possiamo davvero definire così una registrazione fatta durante un atto sessuale privato, che tale si vorrebbe custodire e che viene invece utilizzato come pietra dello scandalo e della vendetta o diffuso per semplice “scherzo”?


Punta il dito contro questo gioco perverso della modernità dove diventiamo tutti giudici perché dotati di un profilo social e uno smartphone che ci ergono a commentatori autorizzati di qualsivoglia questione.
La leggerezza come espediente drammaturgico è presente anche in questa seconda parte, sia per gli episodi teneri narrati e riferibili alla loro amicizia, sia per via dei tic linguistici studiati ad hoc da Astrei, quando è del tutto nel pallone, in attesa di rivedere l’amica umiliata. Riesce così, tramite la sua mimica facciale e una accurata gestualità a creare calore e legame con il pubblico.
In alcuni momenti ricorda il Massimo Troisi degli esordi nel trio La smorfia, un pò goffa ma schietta e pulita.
Un monologo sicuramente importante nel mostrare la vergogna, il dolore, la paura di chi subisce una violenza del genere e che può lanciare un messaggio molto forte, soprattutto alle nuove generazioni, più in balia dei social e di tendenze malsane.

MI MANCA VAN GOGH

di e con Francesca Astrei
luci di Francesca Astrei
con il sostegno di Fortezza Est
Vincitore FringeMI Festival 2023
foto di scena di Federico Malvaldi

Teatro Elfo Puccini, Milano | 5 giugno 2024

PAC LAB è il progetto ideato da PAC Paneacquaculture, anche in collaborazione con docenti e università italiane, per permettere il completamento e la tutorship formativa di nuovi sguardi critici per la scena contemporanea e i linguaggi dell’arte dal vivo. Il gruppo di lavoro di Pac ne accoglie sul sito gli articoli, seguendone nel tempo la pratica della scrittura critica.