nigroVINCENZO SARDELLI | Conflitti coniugali, incomunicabilità, mancanza di empatia. Fino alla rinuncia totale al confronto, alla quiete dove un attimo vale l’altro, ogni parola il suo contrario.

A Milano due spettacoli teatrali mettono in scena il vuoto nella relazione di coppia. Vuoto al quadrato. Perché in entrambi gli spettacoli le coppie in crisi sono due. È quanto emerge in Pretty – Un motivo per essere carini, di scena al teatro Tieffe Menotti (di Neil LaBute, regia di Fabrizio Arcuri) e in La cantatrice calva, che abbiamo visto alla Cooperativa (di Eugène Ionesco, regia di Marco Rampoldi).

LaBute con più realismo, Ionesco nei consueti modi surreali, mettono la società contemporanea davanti allo specchio. Ne mostrano vanità e superficialità. Il tutto amplificato dal fatto che i protagonisti sono sovrapponibili, in un magma dove affiorano qualunquismo e ipocrisia. Il risultato sono due commedie brillanti, tra equivoci e satira, intorno ai temi dell’identità, del conformismo, della relatività dell’essere, e in fondo di ogni relazione umana.

In Pretty l’ossessione per la bellezza domina i rapporti personali, creando incomprensioni banali, eppure senza uscita. Al centro due coppie di amici, Greg e Steph, Kent e Carly. È Steph a scagliarsi contro Greg perché, tra una chiacchiera e l’altra, lui si è lasciato sfuggire che lei non è una Venere, eppure non la lascerebbe mai. Apriti cielo. Perché Carly riferisce (a modo suo) l’accaduto a Steph. È il via a un intrigo d’incomprensioni, equivoci, tradimenti e segreti. Tra edonismo e narcisismo, capricci e vendette, le coppie implodono, con buona pace (e insoddisfazione) di tutti.

Copione con qualche luogo comune, ruoli stantii, recitazione pulita ma piatta. Una pièce d’intrattenimento. Dove emergono una convincente Fabrizia Sacchi e un Filippo Nigro bravo sì, ma che a teatro è sempre la stessa pietanza, qualunque salsa lo accompagni. Cresce Davanzati, con una Roncione acerbetta, nell’occasione disperata perché bella, ma così bella che gli uomini non possono evitare di apprezzarne l’involucro anziché l’anima. Poveraccia.

In Pretty ogni personaggio si guarda allo specchio nel tentativo di analizzarsi, di chiedersi chi sia, dove vada, che tipo di relazioni stabilisca con i suoi simili. Tutti sono in balia dell’ambiente che li circonda, prigionieri delle opinioni altrui. Qui si contesta l’idea stessa che l’individuo sia libero di autodeterminarsi. I dubbi di Steph riguardo alla propria bellezza, di Greg riguardo alla propria profondità, per non parlare delle manie più superficiali di Kent e Carly, sono pretesti per affermare che siamo tutti un po’ complessati. Le gigantografie dei protagonisti immortalati in quattro monologhi in successione, proiettati in doppia interfaccia da una telecamera, sono l’unico sussulto della regia di Arcuri, insieme al palco girevole che consente varie soluzioni e cambi di scena, e rende lo spettacolo dinamico e in fondo grazioso.

Meglio l’anticommedia La cantatrice calva, fosse solo per il fatto di essere l’opera più rappresentativa di quel cataro malefico delle pseudopovertà borghesi che era Ionesco. La scena qui è soltanto il riflesso di un mondo interiore frantumato e disperato. Personaggi, parole e situazioni sono inspiegabili. Ecco i dialoghi vuoti, i monologhi inconcludenti, la rinuncia a interrogarsi sulle finalità della vita.

L’operazione del regista Marco Rampoldi è arguta. Della serie: studi il testo, definisci i personaggi, recuperi sulla giostra mediatica di Zelig i primi cabarettisti che fanno alla bisogna, e il gioco è fatto. Ed ecco tre primedonne del palcoscenico (Leonardo Manera, Diego Parassole e Max Pisu) più tre attrici d’impatto scenico e di buona scuola teatrale (Marta Marangoni, Stefania Pepe, Roberta Petrozzi). Il tutto è ben assortito in un colorato interno borghese intriso d’arte astratta contemporanea, con divano, poltrona, libreria. Ecco una pendola, le cui ore corrono come minuti, i minuti come i secondi. Giusto per schernire le unità aristoteliche di tempo e azione, e ogni pretesa normalità. È un mondo capovolto: come il giornale tra le mani di Manera: come il cruciverba sul giornale, dove definizioni e soluzioni s’invertono e s’accavallano.

Si dice tutto e il contrario di tutto. La verità? Sta nel mezzo. Dove? In nessun luogo.

Una buona prova corale. Gli attori sono professionisti e si vede. Sono disinvolti, ognuno calato nel proprio personaggio. Ognuno riproduce se stesso, come l’abbiamo visto cento volte a teatro, mille altre in tv: gli occhi allampanati di Manera, quelli strabuzzati da uccello spennacchiato di Parassole, quelli da pesce lesso di Max Pisu.

Nessuno si schioda: lo voleva il regista, faceva comodo agli attori, se lo aspettava il pubblico. Che corre in massa, con tanto di repliche straordinarie, sold out, e applausi. Va bene così.

Uno spettacolo dove Pisu non è Pisu, Manera non è Manera e Parassole non è Parassole? La prossima volta. Forse.

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