ANTONIO CRETELLA | Nel linguaggio quotidiano il suicidio come immagine iperbolica del fallimento e del danno autoindotto è d’uso comune e colloquiale: diciamo senza pensarci troppo che una persona che ha perso tutto e si trova oberato da debiti e obblighi, è “ridotta alla canna del gas”, mentre di chi, spesso senza rendersene conto, si infligge da solo un colpo che lede alla sua immagine pubblica, non è raro dire che “ha fatto harakiri” prendendo in prestito l’immagine del suicidio rituale dei guerrieri nipponici. Anche l’impiccagione può assumere tale senso metaforico, soprattutto per indicare l’ineluttabilità di un fallimento imminente: uno che ha già “il cappio al collo” è uno sull’orlo della débacle, così come colui che ha già “la pistola puntata alla tempia”. Tale è la diffusione dell’uso allegorico del suicidio come rappresentazione della sconfitta procuratasi con i propri errori che risulta davvero incomprensibile il fatto che molti lettori abbiano visto nel post del giornalista Sanfilippo, certamente duro e caustico, ma palesemente ironico, una vera minaccia di morte nei confronti dell’ex Ministro dell’Interno, autore di un seppuku politico destinato a rimanere nella storia. Che il Ministro suggerisca una lettura letterale dei riferimenti al suicidio è anche comprensibile poiché egli vive di strumentalizzazioni, ma che pletore di utenti social e persino avversari politici caschino nella sua trappola retorica è un preoccupante sintomo, l’ennesimo, del trionfo della neolingua.

 

 

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