PAOLA ABENAVOLI | Parla di anime, Pitagora. Parla di ricordi. E di numeri, che parlano a loro volta del mondo, lo definiscono. Parla della terra, parla del sole, della luce che riflette immagini e parole. La filosofia si unisce alla matematica, per parlare di umanità: e da Pitagora all’oggi, il passo sembra essere davvero breve. Se non fosse che la sua lezione a tratti sembra andar persa: e allora, delle sue parole restano le anime, quelle che trasmigrano di corpo in corpo, dalla natura agli animali, agli uomini, desiderando restare integre nella loro purezza.

La fuga di Pitagora, scritto da Marcello Walter Bruno e portato in scena da Ernesto Orrico,è un viaggio in un modo di vedere il mondo, tra scienza e pensiero. E anche condivisione, la città vista come condivisione: quella del Maestro (Pitagora, in realtà, nel testo non viene mai citato) è una cultura di incontro tra i popoli, di cui quella terra nella quale sceglie di operare, la Calabria, l’antica Kroton, è stata sempre fonte.

Ma c’è chi osteggia questa visione, allora come oggi: chi urla di chiudere i porti, chi non accetta la visione delle donne che, all’interno della comunità fondata dal Maestro, possono avere voce, creare, dire la propria. C’è chi non accetta che una dottrina possa essere impartita da chi arriva da una terra straniera: e allora, la lotta, la guerra, la violenza, per riportare tutto com’era prima. Ma ciò che Pitagora intende cercare non è un sogno: è la visione di un mondo che si riflette nella luce, dove tutto si muove «lungo il percorso del Sole».

(Foto Marco Costantino)

Un testo potente, con il quale Ernesto Orrico, in scena insieme al musicista Massimo Garritano, costruisce attorno alle parole un linguaggio teatrale altrettanto potente, in cui si inserisce un lavoro attoriale che si snoda tra diversi personaggi che si alternano, con uno studio accurato di caratteristiche, stili, toni.

Orrico incarna il Maestro che, in una scena che riporta alle forme geometriche, a disegni e a immagini che riflettono gli studi di Pitagora, e tra luci basse, fa emergere solo la sua voce, sotto il cappuccio. E le mani sottolineano le sue parole, senza didascalismi, ma rimarcandole, soprattutto nel caso del significato dei numeri che diventa filosofico. Come quel processo, quasi matematico anch’esso, per ricordare, fissare i ricordi con meticolosità, prima uno, poi sette, poi quelli di un mese, e confrontarli con le altre persone, facendo memoria delle esperienze e condividendole. Una visione della vita che diventa incontro e complessità. E il racconto che Orrico ne fa, rende quella complessità attraverso la semplicità di un testo mai retorico o criptico, interpretato con una messinscena fluida, costantemente percorsa e sostenuta dalla musica: una musica densa di fili che si intrecciano, di temi che ritornano, di rimandi a quella matematica che peraltro governa anche la musica. È la creatività di Garritano che costruisce sonorità che uniscono echi lontani, elettronica, sottolineando, anche in questo caso senza didascalismi, ma divenendo tutt’uno con le parole: non è una frase fatta, in questo caso si tratta proprio di una unione intensa fra i due elementi, con la musica che, a tratti, sembra condurre verso intensità espressive crescenti, inglobando quasi il testo, senza però mai sovrastarlo. In pratica, una sintesi tra elementi, in cui ogni parte, ogni strumento espressivo sembra aver costruito all’unisono con gli altri ogni fase dello spettacolo.

Garritano e Orrico (Foto Marco Costantino)

Un “polilogo in 10 numeri”, strutturato in diversi momenti, con diversi protagonisti: e così, dalla quasi oscurità in cui si muove il Maestro, si passa all’allievo che, alla luce di uno specchio, parla delle anime, della teoria della trasmigrazione di cui Pitagora gli ha narrato, guardando con benevolenza e rispetto agli animali. E poi la donna, che una maschera che rimanda alla Magna Grecia ci restituisce sulla scena, con una voce fuori campo: quelle donne che conoscono la natura e l’umanità, accostandosi ad essa insieme al Maestro.

Come per la metafora del minestrone che nasce dalla sapiente unione di tanti gusti diversi, così tanti popoli diversi unendosi possono dar vita a un Paese con tanti sapori e tante culture, in un insieme armonico. Ma poi c’è chi contesta tutto questo, chi vuole lottare lo straniero (come Pitagora viene visto), le donne che lo sostengono. È la chiusura, di confini, di porti, di menti, che vuole avere il sopravvento. E alla fine, cosa resta? In scena, al centro di un sole creato da tanti triangoli, che si trasforma rivelando degli specchi, rimane l’attore, che pian piano si sveste dei panni dei personaggi. E sulla sua camicia campeggia una scritta, “soul”: quell’anima che l’attore stesso rivela come unica essenza di un percorso. «La mia anima emigra lungo i corpi indossando i nomi che scolpiscono la storia inventandola su pavimenti di legno», recita Ernesto, non più personaggio: l’attore è tante anime, su ogni palco, perché alla fine ciò che resta, su quel palco e nella vita, ciò che resta dalla lezione e dalla storia, al di sopra delle vicende e dei conflitti, è proprio l’anima.

 

LA FUGA DI PITAGORA
oltre il percorso del sole

di Marcello Walter Bruno
regia di Ernesto Orrico
con Ernesto Orrico
musiche di Massimo Garritano
produzione Zahir – Cosenza

 Stagione La Casa dei racconti
SpazioTeatro – Reggio Calabria
22 febbraio 2020

 

 

 

 

 

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