IL MIO ZAINO APOCALISSE
di Alessandro Marmorini

Se c’è qualcosa che proprio non ho strozzato durante questa quarantena è l’hashtag #Andràtuttobene. 

Sarà che già molto prima del Covid, la stessa frase veniva usata come una sorta di mantra dalla mia ex, che mi diceva sempre: “Devi abbracciarmi e dirmi che andrà tutto bene”. Una volta l’ho fatto e nello stesso istante è andata via la corrente in tutta casa, giuro! Che fosse un segno? Considerato che vi sto parlando di lei al passato credo che la risposta sia scontata. Io non potevo dirgliela quella frase: non sarei stato credibile, avrei mentito a me stesso. Non ci ho mai creduto nemmeno per un’istante, anzi, se c’è una cosa di cui sono convinto nella vita è proprio che: “se qualcosa può andare male, stai sicuro che andrà peggio”. Non che sia un pessimista, piuttosto un realista. La parola “tutto” comporta un bacino semantico così grande, che basta un pelo incarnito nell’internocoscia per spazzarne via il significato. A me vengono spesso dolorosi peli incarniti nell’internocoscia e vi assicuro che non va un cazzo bene niente in quei momenti.

Ora, il fatto che malgrado tutto stia effettivamente #andandotuttobene rispetto alle prospettive catastrofiche che ci erano state presentate a inizio di questa pandemia, per me è stata una delusione incredibile. Il fatto che si torni a fare aperitivi, a rivivere piano piano la vita che facevamo in precedenza, è la più totale sconfitta delle mie aspettative. 

Vorrei tanto lanciare l’hashtag #speravoandassepeggio. Non perché io sia un sadico bastardo, ma perché semplicemente credo che in prospettiva, forse, se le cose #nonfosseropoiandatecosìbene, avremmo potuto dare davvero un giro di vite alle nostre esistenze; quantomeno a quelle di coloro che sarebbero sopravvissuti. Io non sono egoista fino al punto di credere che la mia vita valga qualcosa nell’economia dell’universo, quindi, se la generazione da sacrificare per “resettare il gioco” della nostra società, fosse stata la mia, avrei serenamente fatto spallucce. A me basterebbe che le regole fossero uguali per tutti, e credo che solo una vera catastrofe ormai possa essere efficace in questo senso. 

Questa è stata la mia grande delusione dell’esperienza Covid: è stata un’apocalisse mancata. Sono rimasto orfano di un evento cataclismatico di scala mondiale, che quantomeno mi avrebbe permesso di guardare i problemi della mia vita da una prospettiva completamente diversa. Vi prego, seguite il mio ragionamento: io sono convinto delle potenziali proprietà benefiche del cataclisma. 

Ho trent’anni, faccio l’attore e ho un mutuo. Già queste tre cose insieme sono sufficienti a dipingere l’angoscia nella quale vivo ogni istante della mia esistenza. Ora, immaginatevi una catastrofe globale tipo, che so, un’apocalisse zombie (tema a me molto caro). Quanto può alleggerire il cervello la cancellazione istantanea di tutte le scadenze fiscali, i provini, le revisioni della macchina, la preoccupazione del look, la necessità di esistere sui social, le relazioni e chi più ne ha più ne metta? Pensate la bellezza di un evento che decide, per te e per tutti, che basta, tutto può andare a farsi fottere. Sopravvivi o muori, sticazzi del resto. I problemi diventano basici: mangiare, dormire, scopare, continuare a respirare. Tutti gli orpelli di piombo del nostro cervello volatilizzati: tutti i doveri, tutte le maschere, tutte le differenze sociali. Resti tu, il tuo shotgun (o quello che sei riuscito a procurarti) e la buona vecchia legge del West: quella che legifera cosa avviene in caso un uomo col fucile ne incontri uno con la pistola. E non c’è nemmeno da prendersela se non sopravvivi, non hai mica sbagliato te! È del macro-evento la responsabilità del fallimento, mica la tua… 

Quando è scoppiato tutto il bordello ero in tour a Napoli. La notte dell’ultimo spettacolo che ci hanno permesso di fare, ci siamo ritrovati con i colleghi nella casa che avevamo affittato, assieme ad attori di altre compagnie “sfrattate” dai palcoscenici della città. Sentivo parlare di questo virus come fosse un mostro, come fosse la miccia che avrebbe acceso la Fine dei Tempi. Pareva che il Virus T di Resident Evil gli facesse una sega al Covid. Cominciai a pensare che forse c’eravamo. Forse l’eventualità apocalittica per la quale io e mio fratello ci preparavamo da anni mentre gli altri ci perculavano si stava verificando. Pensate che spettacolo: non solo arriva la catastrofe a risolverti la vita, ma se qualcuno dei tuoi conoscenti dovesse sopravvivere, potrà affermare: “Alessandro lo aveva detto”. E zac! Sarei diventato addirittura un PROFETA del nuovo mondo (che mi immagino in stile Ken il Guerriero ovviamente), magari sarei potuto finire in una Bibbia futura di qualche tipo, altro che diventare un attore famoso! 

Il giorno dopo torno a Roma. Nel mio treno viaggia l’esercito e nelle facce in strada la tensione è palpabile: dietro ogni sguardo vedo la stessa, angosciosa, fantastica domanda: “Sarà questa la fine di tutto? Ma che davero? Io mica me so’ preparato…” Sciocchi. Io ho un vantaggio: io sono preparato. Ho costretto persino la mia famiglia ad essere pronta: anni fa, discutendo dell’eventualità realistica di un’apocalisse zombie, ho elaborato un piano di sopravvivenza per tutti i miei cari. Abbiamo un rendez-vous. Sappiamo (al contrario di molti) che in caso di armageddon non è nemmeno scontato che funzionino i telefoni, quindi ci siamo giurati che raggiungeremo in un modo o nell’altro la casa dei miei, che ha tutti i requisiti per essere un rifugio efficace: è isolata nella campagna toscana, con bassa densità abitativa, la dispensa è sempre piena, è facilmente difendibile e, cosa più importante di tutte, ha un pozzo di acqua potabile. 

Così, conscio del viaggio di chilometri che avrei dovuto affrontare durante l’esplosione della società civile, la prima cosa che ho fatto tornato a Roma è stato il mio Zaino Apocalisse. Il mio Zaino Apocalisse è un vecchio zaino Napapijri che contiene tutto il necessario per una sopravvivenza di base in caso di improvviso collasso del mondo che conosciamo (causato da glaciazioni, pandemie o zombie, appunto). All’interno ho messo: 2 litri di acqua, 3 barattoli di ceci in scatola, un barattolo di marmellata (per gli zuccheri), un coltello bello grosso, un rotolo di nastro americano, una scatola di fiammiferi, un cambio di vestiti e un k-way. Ho poi chiuso il tutto e con soddisfazione l’ho riposto nell’armadio, accanto al letto, di modo che possa essere afferrato al volo anche in caso di fuga durante la notte. Quella sera, mentre il mondo sembrava scivolasse nel caos e nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto, io ho dormito come un bambino pensando al mio Zaino Apocalisse già pronto nell’armadio. 

Adesso è #andatotuttobene. Ho cominciato a capire che la vita sarà la stessa merda di prima, solo un po’ peggio. E penso a quello zaino che mi aspetta a casa, pieno della mia grande avventura non vissuta, simbolo del Grande Azzeramento Sociale, della Grande Apocalisse mai avvenuta. E penso che prima o poi dovrò accettare il fatto di essere un coglione e che la normalità, indistruttibile, abbia vinto di nuovo. Prima o poi dovrò sfarlo, ma mi sono affezionato; quello zaino è la mia speranza, la speranza che, un giorno, #andràtuttoinvacca.

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