ELENA SCOLARI e GIAMBATTISTA MARCHETTO | Iniziamo questa nuova puntata del diario della Biennale Teatro riflettendo ancora sul tema che il direttore Antonio Latella ha voluto dare all’edizione 2020: la censura.
Ricordiamo che il senso dell’operazione era non solo l’argomento in sé ma anche la forma censoria che il teatro italiano opera su certe compagnie e su certi artisti, esclusi dai circuiti mainstream, specialmente se indipendenti. Già ma possiamo davvero dire che il programma del Festival abbia dato ribalta istituzionale a chi ne è normalmente escluso? Crediamo lo si possa affermare per una minoranza dei soggetti in cartellone (Astorri/Tintinelli, per esempio), certo non per chi è stato prodotto da un teatro Stabile o per chi è spesso programmato in stagioni e/o festival assai seguiti, come I Gordi o Mariangela Gualtieri o I Babilonia e Jacopo Gassmann.

GbM: In qualche modo il lavoro di “scoperta” e di esposizione è stato dunque già compiuto in realtà da piccoli festival spesso di provincia, da stagioni orientate alla ricerca e progettate con cura, da operatori che hanno saputo rischiare e coltivare la relazione con un pubblico curioso, aperto, accogliente.

ES: Forse allora ha ragione Leonardo Manzan quando dice che in Italia il teatro non lo censura nessuno perché nessuno se lo fila. E nessuno se lo fila perché non sposta le opinioni, non crea correnti, non smuove le coscienze. Non su larga scala, almeno. E allora c’è invidia per le compagnie che hanno avuto l’onore di essere censurate da un piccolo Comune, da una giunta miope o preconcetta e preoccupata di quello che in scena avrebbe potuto turbare la comunità. Addirittura lasciare un segno nella società!

Parliamo di Natura morta di Babilonia Teatri, senza soffermarci sulla disquisizione oziosa se sia teatro o no (no, ma non è questo il punto), anche perché dobbiamo dire che in effetti il progetto della compagnia era ben diverso e prevedeva la presenza di bambini in scena, impedita dalle norme sanitarie in vigore.


Il piano b vede perciò attori in carne e ossa solo per un paio di minuti, spazio scenico vuoto tra gli spettatori disposti in cerchio, invitati a tenere accesi cellulari e relative suonerie. Dopo i ringraziamenti bilingui di Enrico Raimondi e Valeria Castellani per aver ceduto loro i nostri numeri telefonici allo scopo di creare una lista broadcast su Whatsapp, i due escono di scena e riceviamo il primo messaggio: un video su YouTube col sonoro di Riders on the storm dei Doors e l’immagine di Luca Scotton rider che in bici arriva in sala dall’esterno dell’Arsenale per depositare tante scatolette di cavallette aperitivo.
Tutto lo “spettacolo” è composto da centinaia di messaggi su wa, il testo ci arriva così. La consueta lista babilonica che mescola interrogativi sul lockdown e sullo smart working, passando per il conflitto israelo-palestinese e gli algoritmi, Trump, Bolsonaro, il MES, etc. etc.
Anche considerando che l’intento fosse blandamente provocatorio il dispositivo appare già vecchio, perdipiù costringe a una fatica che a teatro ci risparmieremmo volentieri. I Babilonia vogliono forse dirci che ci dobbiamo rendere conto di quanto noioso sia stare ore su Wa? Che la vita e tanto meno il teatro possono stare lì? Oppure ancora che loro stessi attori si sono censurati non stando in scena? In ogni caso il risultato è assai discutibile. O ci è sfuggito qualcosa?

GbM: Il giorno dopo la replica gli autori hanno così dichiarato sulla loro pagina Facebook:

Abbiamo piegato il linguaggio fino al punto di rottura.
Fino a quando si è spezzato.
Interrotto.
Fino a quando le parole si sono fatte nebbia per costringerci a restare vigili, a cercare una strada e ad attendere il momento in cui si alzerà.
Natura morta è tre fili che oggi si intrecciano sul palco come nella vita.
Censura, pandemia e mezzi di comunicazione/informazione/relazione.

ES: Niente meno. A mia memoria, l’ultima volta ci è riuscito Samuel Beckett, a rompere il linguaggio e la sua funzione.
Non so se trovo più indisponente l’idea di inviare un intero spettacolo in differita senza alcuna altra invenzione o questa altisonante dichiarazione. Ci si prende troppo sul serio, a mio parere. (E pure sul catalogo i testi su Natura morta sono cancellati con righe nere… Dopo le cancellature di Emilio Isgrò sono tutti giochi di forma che non superano l’epidermide).
E mi chiedo anche: il punto è la forma scelta oppure anche il contenuto di quei messaggi?

GbM: Viene da chiedersi soprattutto quale possa essere il valore aggiunto nell’utilizzo di un network sociale (con tanto di gruppo creato ad hoc) rispetto al quale non si attiva alcuna interattività e dunque si elide a priori anche quel valore generativo dell’interazione tra performance e pubblico.
E qualcuno ci ha provato scrivendo cose come Dov’è la toilette? È da mezz’ora che non mi chiamano dall’ufficio! Ma è tutto così?!

ES: Ma bisogna ancora épater les bourgeois? Se è vero che i Babilonia cercano una crisi in ogni spettacolo, qui qual è il punto di crisi? Ciò che fa cedere la struttura? Il non saper più come dire che non si sa cosa dire? Il creare fastidio creando un contesto che nullifica il ruolo dell’attore?
Platone indentificava il bene con l’essere, nell’Eutidemo diceva “errare significa dire ciò che non è”. Qui – in buona sostanza – nel testo non si dice niente opponendo continuamente affermazioni e negazioni, domande e risposte a termini rovesciati in un esercizio para-enigmistico che instilla il sospetto per qualcosa ma anche per il suo contrario. Più o meno Sto dicendo molto per affermare che non ci sono.

GbM: Il lavoro diventa dunque un inno al corpo assente. Esemplificato – per contrasto – dalla presenza massiccia e steroidea dei corpi di alcuni culturisti che verso fine spettacolo entrano in scena formando cosiddette nature morte umane che una volta si sarebbero chiamate tableaux vivants.

Se Natura morta è fatto di tantissime parole (scritte), senza quasi nessuna parola è invece Una cosa enorme di Fabiana Iacozzilli, tanto apprezzata nella scorsa stagione per La classe, raffinato e complesso docu-puppet per uomini e pupazzi vincitore di In-Box 2019.


GbM: L’atmosfera è plumbea, c’è poca luce, gli oggetti sono poveri, la cucina arrugginita. Si aggiunge la sciatteria di sigarette, ciabatte e vestaglia per la protagonista, Marta Meneghetti. È l’ambiente di un personaggio perdente, che ha già un destino opprimente intorno a sé.

ES: La cosa enorme è la pancia gigante di lattice che la protagonista si trascina – per metà spettacolo – come una croce, la croce di una gravidanza fasulla, il peso di non saper confessare che No, questa donna non vuole essere madre. A maggior chiarezza su questo punto l’attrice imbraccia più volte il fucile per sparare alle cicogne, ammucchiate in una collina come stracci. E mi è venuta in mente la Venere di stracci di Michelangelo Pistoletto: forme classiche in contrasto con il disordine moderno. Qui la classicità è la figura della donna incinta che però rifiuta e fa rifiuto dell’idea di maternità.

La pancia è forse anche la colpa? Perché, gira e rigira, se una donna non procrea non contribuisce al perpetuarsi della specie e quindi è colpevole?

GbM: Dall’enorme ventre fittizio si genera una procreazione ulteriormente fittizia, perché con un cambio di scena “nasce” un bambino/vecchio che nello sviluppo dell’azione drammatica si rivela essere il padre della protagonista. La funzione di supporto trasforma dunque la donna che non procrea in madre del genitore bisognoso e regredito. Il tema richiama alla mente un lavoro di Socìetas Raffaello Sanzio presentato alla Biennale, ma questa volta è declinato in chiave quasi fumettistica: ogni scena è esagerata e non ieratica, le dimensioni di oggetti e mobilio sono spropositate, c’è una dimensione caricaturale che vira però sul grottesco per la pesantezza con cui viene affrontato il tema.

ES: Sì, Marta Meneghetti e Roberto Montesi sono entrambi espressivi nell’occupazione dello spazio. Lo spettacolo soffre però di uno squilibrio di pesi, che a sua volta pesa sui due attori: troppo lunga la prima parte, improvviso l’arrivo del secondo personaggio e insistita la sofferenza delle azioni.

GbM: Il movimento di entrambi gli interpreti ha però la lentezza sacrale di un carattere, preciso e conciso (a tratti ripetitivo, è vero) con una pulizia che rende ogni gesto meno banale di quel che sembra.


NATURA MORTA

di Valeria Raimondi e Enrico Castellani
con la partecipazione di Luca Scotton
produzione Babilonia Teatri e La Piccionaia – Centro di produzione teatrale
coproduzione Operaestate Festival Veneto
fotografie Eleonora Cavallo

Teatro alle Tese, 21 settembre 2020 | Venezia, Biennale Teatro

UNA COSA ENORME

di Fabiana Iacozzilli
con Marta Meneghetti, Roberto Montesi
scene Fiammetta Mandich
realizzazione body suit Makinarium
luci Luigi Biondi, Francesca Zerilli
suono Hubert Westkemper
fonico Jacopo Ruben Dell’Abate
collaborazione ai costumi Davide Zanotti, Anna Coluccia
collaborazione artistica  Lorenzo Letizia, Luca Lotano, Ramona Nardò
aiuto regia  Francesco Meloni
assistente alla regia Cesare Santiago Del Beato
assistente alla drammaturgia Carola Fasana
foto di scena Manuela Giusto
produzione CrAnPi, La Fabbrica dell’Attore-Teatro Vascello, Fondazione Sipario Toscana, Carrozzerie | n.o.t, con il contributo di  Regione Lazio

Tese dei Soppalchi, 21 settembre 2020 | Venezia, Biennale Teatro