GIORGIO FRANCHI | Lockdown, distanziamento sociale, indice di contagio: l’emergenza coronavirus ha lasciato il segno persino nel vocabolario quotidiano, arricchendolo di termini finora appartenenti al glossario medico e adesso alla portata di tutti. Forse spariranno quando sarà trovato un vaccino, forse invece ce li porteremo appresso più a lungo, anche con sottili variazioni di significato: personalmente non penso di poter più rinunciare a “Forse sei sempre stato intelligente, ma in modo asintomatico”: il mio insulto preferito da febbraio 2020.

Allo stesso modo, osserveremo la sparizione di parole per noi assolutamente neutre fino alla nascita dei primi focolai. Avete notato che, da un po’ di tempo, gli articoli di costume non si riferiscono più al video più cliccato del momento con il termine virale? Gli slogan pubblicitari si sono già svuotati di espressioni come febbre da… seguito dal nome del prodotto, ispirandosi al classico Saturday Night Fever che lanciò John Travolta. Il meno famoso titolo nostrano Febbre da cavallo è invece tornato brevemente in auge quando Altan, in una sua vignetta, ha fatto notare la curiosa coincidenza fra il nome del film e la scenata di Enrico Montesano a Montecitorio senza mascherina.

“Febbre tropicale”, Grace Jones su un manifesto del Sun Country Cooler, 1987

Curiosamente, è sparito anche il termine coronavirus, ora pienamente soppiantato da covid. Buone notizie per l’omonima birra messicana, che finora ha pagato il prezzo per la scelta sfortunata del suo nome. Il Time riporta un calo dell’8% del valore delle azioni della lager più popolare d’America relativo alla prima settimana di emergenza, oltre che a un crollo del quasi 25% nell’indice Buzz, relativo alla percezione positiva o negativa del brand negli Stati Uniti.

La manifestazione dei No-Mask, svoltasi sette giorni fa a Roma, ha aggiunto un ulteriore capitolo al nuovo vocabolario pandemico: lo slogan dittatura sanitaria è infatti diventato il simbolo delle contestazioni, prendendo velocemente piede tra i sostenitori quanto tra i critici. L’altra parola d’ordine che si solleva dalla folla “smascherata” è libertà di scelta, già in auge tra le fila degli antivaccinisti.

L’indice puntato al presunto autoritarismo del governo è la punta dell’iceberg di una narrazione distopica delle misure per fronteggiare l’emergenza covid, dipanata attraverso un complesso reticolato di elementi di semiotica da libro di fantascienza. A scriverlo sono vari personaggi pubblici No-Mask, tra post Facebook, interviste e interventi nei dibattiti. Tra i simboli di questo mondo orwelliano c’è, ad esempio, la mascherina, accostata al bavaglio che il governo costringerebbe a tenere per ricordare ai suoi cittadini che la libertà di parola è destinata a diventare un ricordo. Qualcuno con poco senso della vergogna, al quale non intendo fare pubblicità, tira in ballo George Floyd e il suo “I can’t breathe” per trarne un motto contro la mascherina.
Molti fanno riferimento al termometro a infrarossi puntato alla fronte, che nella nostra mente genererebbe un parallelismo con una pistola ricordandoci di obbedire al tiranno Conte per evitare spiacevoli conseguenze.
L’avversione alla scienza ufficiale è la stessa che le si riservava in tempi di dibattito sull’obbligo vaccinale, anche sul piano linguistico: la contestazione verso il motto la scienza non è democratica, più volte sostenuto dal virologo Roberto Burioni, e termini come immunità di gregge che, nella visione No-Mask, implicherebbero l’esistenza di un popolo di “pecore”.

Insomma, una dittatura silenziosa che agisce per simboli: roba malata, subdola e letale, da far rimpiangere Corea del Nord e Turkmenistan; due dittature che, al contrario, hanno sempre negato l’esistenza della pandemia, la prima rifiutando di fornire dati ufficiali sul contagio sul suolo nazionale, la seconda vietando la diffusione di materiale informativo sul covid all’interno del Paese.

Volantini affissi e rimossi pochi giorni dopo negli ospedali turkmeni (fonte: BBC)

Ovviamente non mancano i riferimenti al divieto di assembramenti, tipico di qualsiasi epoca dittatoriale, e all’invito a non dare feste in casa preso per l’apripista per i cosiddetti delatori. Due termini che riportano al ventennio fascista da parte di quelli che  vengono spesso chiamati negazionisti, altra parola presa in prestito dall’epoca post-bellica in riferimento alle posizioni sulle atrocità naziste. In questo, noi italiani abbiamo dei tempi di incubazione (cvd) nettamente più veloci della media: mentre altrove il passato recente è una ferita aperta e le parole che lo ricordano vengono dosate con cautela, qui si fa riferimento al ventennio quasi a ogni minima scossa politico-sociale. Già con il referendum indetto da Matteo Renzi si parlò di “deriva autoritaria”, nell’anno del colpo di Stato turco contro Recep Tayyip Erdoğan, per intenderci.

Curiosamente, sia dittatura sanitaria, sia deriva autoritaria hanno riscosso un ampio consenso nei partiti di estrema destra. Ma questa disamina compete più agli psichiatri che ai linguisti.

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