RENZO FRANCABANDERA | Prosegue nei prossimi giorni la LXXIII° edizione dell’Estate Teatrale Veronese, che ha aperto la programmazione dedicata al teatro con la prima nazionale di Amleto – nuovo spettacolo di Paolo Rossi – andata in scena al Teatro Romano e che prosegue con il programma curato del direttore artistico Carlo Mangolini, fino al 18 settembre: un cartellone ricco e variegato, che annovera, fra gli ospiti, per il teatro Paolo Rossi, Filippo Nigro, Serena Sinigaglia, Alessandro Preziosi, Sotterraneo, Giulio Scarpati, Fabrizio Arcuri, Sonia Bergamasco diretta da Jan Fabre, Paolo Calabresi, Ettore Bassi, Budapest Mav Symphony Orchestra con Alessandro Preziosi, e per la sezione danza Michele Di Stefano, Chiara Frigo e Silvia Gribaudi.

Il calendario prevede per lunedì 12 luglio The mistery of Hamlet di Fabrizio Arcuri con la particolare interpretazione di Filippo Nigro e un accompagnamento musicale dal vivo. Si tratta di un’operazione in cui il regista mescolerà cinema, musica e teatro con la proiezione del film muto Hamlet con la magnetica Asta Nielsen, cui si affiancherà una colonna sonora originale eseguita dal vivo da un ensemble d’eccezione che riunisce musicisti provenienti dagli Afterhours, Verdena, Teatro degli Orrori e la voce di Filippo Nigro, che abbiamo intervistato a pochi giorni dal debutto.

Come nasce l’idea dello spettacolo e in quale modo si coniuga il dialogo fra interprete e regista?

Fabrizio Arcuri, il regista, mi ha proposto questo spettacolo e ho subito accettato perché mi è sembrato un esperimento molto interessante, simile a quello che lui aveva fatto l’anno precedente con Claudio Santamaria per Il castello di Vogelod: un esperimento particolare è restituire, doppiare, raccontare dal mio punto di vista ed essere la voce narrante di questo film del 1921. Un lavoro stimolante perché, una volta visto il film separatamente, abbiamo poi lavorato congiuntamente, anche nel recupero del materiale. Questo film ha poche didascalie, la maggior parte è andata perduta nel tempo, per cui abbiamo recuperato passaggi dal film che potessero spiegare meglio senza snaturare, anzi andando ad approfondire le scene e aggiungendo dal testo di Shakespeare altri passaggi perduti insieme alle didascalie. Quindi, con l’accompagnamento dei cinque musicisti, diviene una messa in scena, un’opera totale, un’operazione che può essere autenticamente sorprendente e che mi ha incuriosito subito.

Cosa significa dal punto di vista del linguaggio scenico poter essere ambiziosamente popolari? È possibile per il teatro essere ancora popolare ma al contempo sviluppare istanze intellettuali? E quale ruolo ha l’interprete in questo?

Il ruolo dell’interprete corrisponde, dal mio punto di vista, a una specifica sincerità, al non compiere una “operazione teatrale” quanto piuttosto a scegliere qualcosa veramente interessante da raccontare. Le due cose non si escludono, perché le istanze intellettuali possono andare di pari passo con un lato pop: penso per esempio al testo di Duncan McMillan che faremo a ottobre, che riassume perfettamente un’istanza intellettuale all’interno di uno spazio scenico popolare: un racconto che può arrivare a tutti facendo riflettere su temi importanti come quello del suicidio.
Secondo me l’interprete dovrebbe seguire una linea di coerenza con quello che vuole fare, con ciò che sinceramente, spontaneamente sente di interpretare, e non lavorare a un’operazione di cui non è convinto. Questo fino ad ora è il mio percorso e il mio modo di lavorare e questo esperimento particolare rientra in questa scelta, libera e di curiosità.

Verona è una città che ha da sempre un dialogo particolare con l’arte teatrale. Cosa cambia per un attore quando recita in un luogo speciale? O è tutto un po’ meccanico e ripetitivo e forse va smitizzata l’aura dell’attore?

L’aura dell’attore è da tempo smitizzata. Il teatro romano di Verona è emozionante, indubbiamente. Avendo fatto un po’ di tournée, vedi come il testo che porti in scena venga recepito in maniera differente da città a città. Chiunque abbia girato con un testo in tournée teatrali si accorge di come un passaggio possa riscuotere reazioni completamente diverse da una città all’altra, e questo è uno degli aspetti che rendono stimolante e mai ripetitivo l’andare in scena. Non ripeti mai lo stesso spettacolo perché ogni luogo dove vai in scena trasforma lo spettacolo e trasforma la reazione dell’attore nell’eseguire il testo. Quando scendi dal palco hai avuto sensazioni e reazioni diverse e questa cosa ti stimola e ti fa capire i pregi del testo che stai portando in scena, il fatto che possa risuonare in vari modi e avere diverse chiavi di lettura.


Quale emozione dà questo ruolo? Cosa fa conoscere di sé a chi lo interepreta? Quali domande si fa Nigro davanti a questa sfida interpretativa?

In questo caso io mi sento una specie di narratore e di voce narrante che cerca di raccontare, accompagnato dalla musica, un film muto. È un’operazione che mi incuriosisce  e che è completamente diversa rispetto al lavoro consueto di doppiaggio di un film. In questo caso io doppio le immagini di un film del 1921, muto, un Amleto, e chiaramente c’è il tentativo di raccontare, senza enfasi, il film, senza cercare di simulare le voci ma dando un’interpretazione. Naturalmente io sono tutti i personaggi, ma non sono veramente nessuno di loro. Attraverso umori e atteggiamenti incarno parole o sentimenti. È una cosa un po’ anomala che non succede nè in teatro nè al cinema. Sono tutti ma non posso diventare veramente nessuno e in pochi secondi devo cambiare spessore e misura. Un esercizio assai insolito insomma.

Se volessimo incuriosire uno spettatore, cosa dovremmo raccontargli di questo evento? Qualcosa che è successo dietro le quinte per cui questo incontro fra spettatore e teatro ha un che di speciale?

Il lavoro dietro le quinte non ha avuto nulla a che fare con quello che si fa di solito, è  stato un lavoro di misura scegliere chi tra la voce e la musica doveva prendersi la responsabilità drammatica della scena, gestire la complessità dei linguaggi a favore di una resa scenica che volga alla comprensione delle tensioni del film. È una proposta insolita, molto affascinante perché si guarda un film che, a un certo punto, diventa tridimensionale e invade la scena grazie a un gioco suggestivo di rimandi su schermi e velatini, la voce dà corpo alle istanze e trasmette le passioni, la musica gioca vari ruoli fino a diventare vera e propria protagonista in taluni passaggi. La somma di queste tre cose ci da la sensazione che si stia facendo lì, in quel luogo e in quel momento, qualcosa che è stato fatto 100 anni fa.

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