ELENA SCOLARI | La 49a Biennale Teatro recentemente conclusasi, la prima diretta da ricci/forte, declina il Blue (colore dell’anno 2021) in tutte le sue nuances. Nel catalogo che abbiamo già descritto, il punto di colore scelto per il capitolo Roberto Latini è ‘blu medio’. In realtà il tono del suo spettacolo, In exitu di Giovanni Testori (produzione Lombardi/Tiezzi), nonostante tanto bianco in scena, è cupissimo. E la fatica è anche dello spettatore: In exitu è un testo doloroso da ascoltare, è una storia tremenda, che non è forse nemmeno il caso di descrivere ammantandola di aggettivi ricercati che ne indebolirebbero la drammaticità: è la storia di un tossico omosessuale che muore nei cessi della Stazione Centrale di Milano, negli anni ’80. Ecco.
Cosa si potrebbe aggiungere? Bè, Gino Riboldi, per soprammercato, si prostituisce, per guadagnare qualche soldo da buttare subito in vena. Si offre a chiunque, malamente. La siringa è la sua catena.

Latini (autore dell’adattamento del testo e regista dello spettacolo) accentua la fragilità del protagonista con la fatica corporea di camminare per tutto lo spettacolo su materassi, di diversi spessori, che riempiono il pavimento della scena e lo costringono a un passo e a una vita sghemba, storta, continuamente sull’orlo dell’inciampo. Si trova costantemente appena prima di piombare giù dal precipizio. Un baratro visibile fin da subito.
La catena che Latini sceglie è un microfono a (mezz’)asta che diventa anche la sua stampella, un bastone che non può abbandonare, lo strumento che tramite il lavoro perfetto sui suoni di Gianluca Misiti, amplifica, distorce, plasma la voce dell’attore,  capace di modulare movimenti del corpo ed emissione vocale con una ricchezza infinita, fino a rendere tangibile ciò che è solo udibile.

Quel binario, in proscenio, a ricordare il luogo dove questo strazio si consuma – la petraceatutankamica stazione – appare quasi distonico, è un binarietto, è piccolo; fa pensare ai serafici modellini delle stazioni, come se il protagonista fosse così misero da non meritare nemmeno la scala 1:1.

La lingua di Testori la parlano solo lui e i suoi personaggi, chi li interpreta deve necessariamente trovare una modalità espressiva per far emergere le sfumature di un parlare sporco, tronco, turpiloquiante, inventivo e vivissimo, anche ironico qua e là. Sì, perché quel maè per maestro è anche buffo, ed è come se ci fosse da una parte il disprezzo per la lingua normale da maltrattare, da storpiare, da bestemmiarci sopra, da rendere più fantasiosa eliminando il finale dei vocaboli e dall’altra invece un sovrautilizzo della parola, resa regina nel creare il corpo del povero Riboldi.

Ed è infatti un match quello che si consuma tra la lingua del grande autore lombardo e Latini che se ne fa latore. Una rete da tennis scende a inizio spettacolo dal graticcio e, in chiusura, un’enorme pallina gialla si gonfia sovrastando l’interprete. È la sproporzione dimensionale tra la forza delle parole di Testori e il loro fluire da un corpo troppo umano, che si fa trafiggere con pietosa umiltà da una sintassi scomposta, puntuta, a tratti sgradevole e spezzettata, interrotta.
“Luce che non si può ritenere alba e buio che non si può ritenere notte”.

Il povero Gino ripercorre spezzoni della sua vita zoppicante nelle ore prima di morire, e Latini è la sua inquietudine, non può star fermo; l’irrequietezza del reietto è anche quel nervoso fisico impossibile da chetare e reso dal continuo camminare, anche un po’ in tondo, senza direzione. Le luci di Max Mugnai non sono mai consolatorie, non proteggono mai l’attore, Latini vuole essere scoperto, si riveste (anche se in mutande) della vulnerabilità sua e del personaggio. Teli bianchi e leggeri “inscatolano” la scena, svolazzano sospinti forse da un vento che porta alla liberazione definitiva, per il Riboldi; negletto sì ma talmente derelitto da assumere un’aura insuperabilmente sacra.
In exitu chiede allo spettatore compassione, chiede di patire insieme al protagonista e a chi gli dà corpo e carne, carne sfatta dall’assenza di speranza. Una prova non facile anche per platea ma che conferma in Latini, una volta di più, il fulgore di una carriera coraggiosa, appassionata, e che cavalca le sfide con la grazia del talento.

A Venezia ci sono isole del linguaggio teatrale e c’è anche un Altro stato, da visitare, quello creato da Lenz Fondazione con l’ultimo lavoro ispirato al capolavoro di Calderòn de la Barca, La vita è sogno, dramma filosofico-teologico in versi. In scena è Barbara Voghera, attrice parte del gruppo da più di vent’anni e che incarna appieno la poetica della Compagnia: allontanarsi con l’arte da ciò che è più piattamente e prevedibilmente reale per costruire un’alternativa propria, un giardino dei sogni che accompagni la vita.
Qual è l’altro stato cui il titolo si riferisce? La dualità del principe Sigismondo e del servo Clarino, sì, ma anche lo stato in cui l’attore si trova quando è in scena, quando interpreta un personaggio, quando diventa un altro, e cambia stato. Da solido a gassoso, si potrebbe dire: l’attore sul palco si mescola al pulviscolo del legno, diminuisce la percentuale della propria realtà per aumentare quella della finzione. Non lo puoi toccare, sta ed è in un altro stato.

E così è per Barbara Voghera, che con precisione e convinzione mostra il lato fragile della sua umanità, comune a quella di tutti, ribaltando gli equilibri di un soggetto sospeso tra il vero e il sogno con la sicurezza eversiva di chi va contro  le convenzioni, liberando il proprio insostituibile ruolo e gettandosi nel mondo.
Se per Clarino e Sigismondo non è facile distinguere tra realtà e dimensione del sogno, per loro non è elementare nemmeno sapere chi siano, se proiezioni o personificazioni dei propri voleri. La drammaturgia di Francesco Pititto, testuale e visiva, rimane volutamente su un confine, aiutato dall’andamento poetico dell’opera di Calderón, la protagonista oltrepassa e indietreggia più volte dalla soglia che separa desideri da affermazioni, come a usare l’assertività per dare verità a qualcosa che ancora sta – forse – per nascere.
Dal punto di vista scenico si può interpretare il grande diaframma che abita la scena (installazione di Maria Federica Maestri) come la rappresentazione di questa soglia, e le ombre che si creano dietro a questa pellicola sognante sono forse proprio lo sparire “concreto” dei corpi per diventare spiriti.


Non è tutto intelligibile, in Altro stato, è uno spettacolo stratificato, dove credo sia anche giusto perdersi un po’, e se la presenza scenica e teatrale di B. Voghera è diretta e fortemente rivolta verso il pubblico, non altrettanto lo è l’impianto complessivo del lavoro, che prendendo spunto da un’opera in versi non certo “di larga beva”, non offre appigli accoglienti allo spettatore per districarsi tra molti simboli e molti concetti sciorinati con sapiente disinvoltura dall’interprete ma non sempre afferrabili dagli astanti.
Se si supera questo possibile freno abbandonando l’inclinazione secchiona a capire capire capire, allora rimarranno bellissime immagini trasognate da luci sature in cui le marionette diventano giganti e gli umani minuscoli, in una temporanea ma fantastica rivoluzione.

IN EXITU
di Giovanni Testori
adattamento, interpretazione e regia Roberto Latini
musiche e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi
in collaborazione con Napoli Teatro Festival Italia, Associazione Giovanni Testori, Armunia – Festival Inequilibrio
con il sostegno di Regione Toscana e Mibact

ALTRO STATO
Lenz Fondazione – da La vita è sogno di Pedro Calderón de la Barca
traduzione, drammaturgia, imagoturgia Francesco Pititto
installazione, regia, costumi Maria Federica Maestri
interprete Barbara Voghera
musica Johann Sebastian Bach, Claudio Rocchetti
cura Elena Sorbi
organizzazione Ilaria Stocchi
ufficio stampa, comunicazione, promozione Michele Pascarella
cura tecnica Alice Scartapacchio, Lucia Manghi, Marco Cavellini
media video Doruntina Film

Biennale Teatro 2021, 7 luglio – Venezia

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