ILENA AMBROSIO | Ricucire. Obbligati alle distanze, alle protezioni, allo sguardo mediato, ai volti dimezzati, l’urgenza umana, sociale, culturale è quella di ricongiungersi, riunire – per quanto e come possibile – i lembi del tessuto slabbrato dal virus che ha infettato il nostro vivere.
Declinando le possibili sfumature del ricucire si è svolta la settima edizione del festival I Teatri della Cupa firmato Factory Compagnia Transadriatica e Principio Attivo Teatro che si è confermato occasione di aggregazione e confronto delle comunità di Novoli, Trepuzzi e Campi Salentina nonché di artisti, operatori e critici che da sette si ritrovano, con entusiasmo e oramai familiarità, a questo appuntamento. 

Ricucire il senso della giustizia.
Bari vecchia. Nella notte del 12 luglio 2001 un commando composto da quattro ragazzini, figli delle principali famiglie malavitose della città, compie un agguato diretto a eliminare il presunto boss Vito De Felice per vendicare l’omicidio di Francesco Capriati avvenuto qualche giorno prima. Quella notte però a morire fu Michele Fazio, 15 anni, figlio di una delle poche famiglie per bene del quartiere. Una storia tristemente nota quella delle vittime innocenti della malavita che la compagnia Meridiani Perduti decide di raccontare con Stocc do’- Io sto qua, interpretato e diretto da Sara Bevilacqua con la drammaturgia di Osvaldo Capraro. Non una narrazione documentaristica, neppure una trasfigurazione poetica – o patetica, come spesso accade. 

La Bevilacqua è Lella la madre di Michele e, seduta su una sedia, accanto a un tavolino, le lenzuola stese che fanno da fondale, racconta… Racconta della sua famiglia onesta, di mamma cumma’ Nenette che teneva la casa sempre aperta ai vicini in cerca di aiuto, che le ha insegnato il valore vero delle cose;. Racconta, tra la leggerezza dell’aneddoto, la melanconia del ricordo e l’asprezza della condanna, il matrimonio con Pinuccio, le traversie per acquistare la casa scansando ricatti e subdole proposte di aiuto dei boss, di quanto era bella Bari Vecchia e di come, negli anni ‘90, la droga sporcò tutto: «Da quel momento non si è capito più niente, sono cominciate le divisioni e le sparatorie e gli omicidi». E racconta di quel figlio sempore allegro, di quel bravo ragazzo, «un angelo» che lavorava  per sostenere la famiglia , che portava il caffè in Prefettura e rifiutava le mance, che si entusiasmava per una camicia appena stirata, che amava la madre. Un ragazzo che nulla aveva a che fare con i crimini, la droga, che aveva preservato un animo candido. 

Sara Bevilacqua non dice di Lella, letteralmente diventa Lella.
“Abbiamo portato avanti una lunga ricerca su Bari Vecchia e conosciuto molto da vicino Lella e Pinuccio – ci ha raccontato – Durante marzo 2020, quando temevamo che il nostro lavoro non avrebbe visto la luce, io ascoltavo le registrazioni della sua voce. Nella mia esperienza di attrice sono sempre stata abituata ad aggiungere qualcosa a me stessa per creare il personaggio. Questa volta è stato tutto un lavoro ad asciugare per raggiungere la verità di Lella”.
Così in due anni di contatto diretto con la famiglia di Michele, di amicizia vera e di stima profonda, la pelle dell’interprete sembra aver assorbito le movenze, la gestualità di Lella; la voce ne riproduce la cadenza barese senza alcuna affettazione, facendo propria ogni risata, ogni cedimento, ogni scatto di rabbia – «Ma tu m canusc a me? Sim mangiat insim? Sim spartit la drog? No! E allor, tu sì tu e je so je» urla contro «la mamma» dell’assassino del figlio. Gli occhi le si illuminano allo stesso modo quando parla del figlio e allo stesso modo si oscurano quando rivede la scena dell’assassinio, il ragazzo con la camicia bianca steso in una piazza vuota. 

Ma soprattutto, si sente con forza che il cuore della Bevilacqua prende per un’ora la forma di quello di Lella. L’interprete ne sente tutto il dolore e il risentimento, si carica della sua storia e con una limpida sincerità la porta sulla scena. Con con-passione non con patetismo e, soprattutto, ad arte: la Bevilacqua si fa Lella grazie a una straordinaria forza interpretativa, senza fronzoli o eccessi, ma essendo semplicemente lei, con l’intensità dell’essenziale

Un lavoro pulito, una prova di quanto può essere forte un’attorialità che basa tutto su sé stessa, la testimonianza di quanto può essere forte l’amore di una madre e, soprattutto, un manifesto dell’onestà che costringe, senza mezze misure, a prendere parte.

Ricucire l’immaginario sulla disabilità.
La Compagnia Factory continua a proporre e ad alimentare il dibattito sui “corpi non conformi” e sulla assoluta relatività che il concetto di conformità implica. E lo fa – oltre che con incontri, seminari e tavole rotonde – in scena con lavori che da diversi anni vedono come protagonisti attori affetti da disabilità. Nel cartellone de I Teatri della Cupa Hubu Re, lavoro sostenuto dal Progetto Cross The Gap (cui è stato dedicato il testo Cross The Gap – Attraversamenti nel teatro del possibile con Factory Compagnia Transadriatica edito da Cue Press), nell’ambito del Programma di Cooperazione Interreg Grecia-Italia 2014-2020.

Il rivoluzionario capolavoro di Alfred Jarry diventa una sorta fumetto animato che rievoca gli schizzi con i quali proprio Jarry, da bambino, aveva iniziato a immaginare le avventure di Ubu. Sul fondale scritte e disegni accompagnano il progredire dell’azione mentre, in scena, gli interpreti maneggiano oggetti di cartone – realizzati dal laboratorio di scenografia svoltosi nell’ambito dello stesso progetto – che regalano a ogni gesto una spassosa ironia. 

Ed è tutta spassosa l’azione, puramente espressionista, con una comunicazione che mescola italiano, inglese e mimo, con  le sue virate comiche ma che non disdegna accenti più teneri; con la gestualità frenetica e grottesca. Un universo totalmente assurdo ed esasperato, a tratti persino – bonariamente – esasperante. I dodici interpreti, italiani e greci, danno vita a una rocambolesca avventura che, lo sentiamo, non è solo quella di un principe/eroe che lotta per vendicare l’uccisione della sua famiglia e cacciare il tiranno, ma anche quella di un gruppo di individui, ciascuno con il proprio universo emotivo, sensibile e culturale che cercano insieme la strada di un’azione corale, nella quale le abilità, le passioni e persino le manie di ciascuno diventano elemento di arricchimento drammaturgico e scenico – preziosa, a questo proposito, la presenza nel cast di Fabio Tinella, assistente alla regia che dall’interno tiene in equilibrio le dinamiche della messa in scena assistendo, ove necessario, gli interpreti. 

Un lavoro sincero, spontaneo che, all’interno del “canovaccio” fornito dalla drammaturgia di Jarry crea uno spazio di libertà e di ascolto nel quale i mondi, le “diversità” di ciascuno si incontrano. “Il nostro lavoro con attori disabili mi ha dato la possibilità, da regista, di rifondare ogni volta un dialogo diverso – ci ha raccontato Tonio De Nitto – Ognuno ha un suo mondo, non si può essere uguali e con ciascuno devi trovare la chiave giusta. Questo tipo di ascolto mi ha dato la possibilità di entrare davvero in contatto con gli attori e in generale con gli altri”.
Ecco, Hubu Re è un’altra prova, forse non perfetta ma di certo onesta, di come la pratica del teatro combaci sempre con un percorso di formazione indirizzato alla consapevolezza, all’accoglienza, all’ascolto. 

Ricucire il rapporto con la storia.
Solo sulla scena, in uniforme da militare, Rocco, un picchiatello, lo “scemo del villaggio” racconta la Grande Guerra, la sua Grande Guerra. La guerra di Rocco di Giovanni Delle Donne e Massimo Giordano, da quest’ultimo diretto e interpretato è, si potrebbe dire, un one man show sui generis.  


Rocco racconta, come a una compagnia di amici, dalla chiamata alle armi in poi: della trincea, dei commilitoni, di Isonzo, Caporetto, Gorizia, Vittorio Veneto. Lo fa con i suoi occhi puri che partono fidandosi degli altri, vedendo solo il buono ma che poi si ritrovano davanti l’orrore della guerra, l’insensatezza della violenza, la banalità del male. Attraverso la naivitè di quello sguardo si definisce la parabola della vita di un uomo che dal 1915 al 1918 si ritrova a far parte della grande Storia in una narrazione vivace che assume toni ora comici e succinti, ora teneri, spesso struggenti e sconvolgenti. Un racconto disarmante proprio perché offerto con la spontaneità e lo sconcertato stupore di “un tizio”, un anti eroe che, suo malgrado, si ritrova faccia a faccia con la miseria della trincea, con i corpi mutilati dei campi da guerra, con la violenza della vita militare ma anche con la compassione e la pietà di un’umanità traviata.  Così, in un soave equilibrio tra lirico e popolare, le pagine di storia entrano in un tessuto drammaturgico autobiografico arricchendosi di quelle sfumature emotive e psicologiche che mancano al nero dell’inchiostro. 

Si definisce indicibile l’orrore della guerra eppure Rocco, con il marcato accento tarantino, le frasi a volte sgrammaticate e quegli occhi puri, riesce a dirlo, con efficacia e una sincerità che lascia, noi sì, senza parole.

Ricucire… Dentro e fuori dalla scena la comunità riunita da I Teatri della Cupa ha ricucito: le relazioni, lo sguardi all’arte, il dialogo. Un po’ le ferite di questo anno di distanza. E forse, anche un po’ la speranza nelle possibili trame del futuro del teatro.


STOCC DDO’ – IO STO QUA

regia Sara Bevilacqua
con Sara Bevilacqua
drammaturgia Osvaldo Capraro
disegno luci Paolo Mongelli, Marco Oliani

HUBU RE
tratto da Ubu Roi di Alfred Jarry

regia di Tonio De Nitto
assistente alla regia Fabio Tinella
con Marcella Buttazzo, Alessandra Cappello, Elena D’Angelo, Nicola De Meo, Ioanna Delipalta, Antonio Guadalupi, Georgia Kalogeratou, Alessandro Rollo, Stefano Solombrino, Francesco Stefanizzi, Fabrizio Tana, Fabio Tinella
scene Iole Cilento e Porziana Catalano
con la collaborazione dei partecipanti al workshop di scenografia di Bitonto Diletta Marrone, Ilaria Meo, Marika Mele, Emanuele Pasculli, Gaia Valentino
costumi Lilian Indraccolo
luci Paolo Mongelli
cura della produzione Daniele Guarini
, Carmen Ines Tarantino
produzione Factory Compagnia Transadriatica
in collaborazione con Comune di Bitonto, Comune di Lecce, Regione della Grecia Occidentale, Comune di Thermo, finanziata dal Progetto Cross The Gap, nell’ambito del Programma di Cooperazione Interreg Grecia-Italia 2014-2020

LA GUERRA DI ROCCO

di Giovanni Delle Donne e Massimo Giordano
diretto e interpretato da Massimo Giordano

I TEATRI DELLA CUPA
Festival del teatro e delle arti nella Valle della Cupa
VII edizione – 23/31 luglio 2021

Foto Eliana Manca

 

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