RENZO FRANCABANDERA | Siamo nella zona dell’Oltrarno a Firenze. È qui che da diversi anni si concentrano gli sforzi artistici e di presenza sul territorio di Cantiere Obraz: è il quartiere in cui, dal 2010, dopo due anni dalla sua fondazione, ha preso la propria residenza artistica al Teatro di Cestello.
Prima di tutto un po’ di storia. L’attività di Cantiere Obraz si muove sotto una duplice spinta: il legame con una tradizione teatrale internazionale di matrice pedagogica russa e un’intensa attività di formazione e produzione teatrale principalmente rivolta alle giovani generazioni.

Maskarad – Foto Corrado Frullani

Nasce infatti nel 2008 dalla volontà artistica di Nikolaij Karpov e Maria Shmaevich del GiTIS di Mosca. Fin dalla sua costituzione si occupa sia di formazione che di produzione teatrale.
Nel 2014, nell’ambito del proprio progetto di alta formazione Summer School, Cantiere Obraz ha poi incontrato il Maestro Anatolij Vasiliev; ne è nato un percorso denominato Lezioni sull’arte drammatica che nel 2020 era giunto alla sua settima edizione, influenzando profondamente il linguaggio artistico della compagnia.
Parliamo, quindi, di un sistema di produzione teatrale di formazione permanente rivolto a tutti, che ha come obiettivo quello di diffondere la cultura, creare un pubblico consapevole, amante del teatro e della cultura in genere, e educare e insegnare la cooperazione fra esseri umani.

Abbiamo intervistato Paolo Ciotti e Alessandra Comanducci.

Cantiere Obraz riprende la sua attività in questi mesi con uno spettacolo e un festival. Una ripresa a piena marcia. Come è nata la combinazione delle due strade?

Nel corso della prima emergenza sanitaria, abbiamo elaborato un progetto dal titolo IL RESPIRO DEL PUBBLICO: un contenitore concettuale di iniziative legate alla figura dello spettatore che è stato il centro del nostro ultimo anno di ricerca. Nel corso del 2020 e nella prima parte del 2021 abbiamo realizzato una serie di eventi proprio legati a questa indagine. Tutte queste attività hanno rappresentato la fase preparatoria de Il respiro del pubblico festival. Il Cappotto da Gogol, la nostra nuova produzione con la regia di Alessio Bergamo, si inserisce perfettamente all’interno di questa indagine poiché metodologicamente costruito per far sì che la scena sia in continua apertura con la platea, dando allo spettatore un ruolo attivo.

Come avete costruito il festival? Che tipo di linguaggi avete voluto mettere insieme e perché?

Il Respiro del Pubblico Festival è composto da 7 titoli, tra spettacoli e performance, legati da un denominatore comune. In ogni spettacolo scelto lo spettatore, infatti, non è mai in una posizione di visione passiva, ma assume un ruolo determinante nell’atto teatrale fino, in certi casi, a diventarne protagonista. Lo spettatore è il centro del nostro ultimo anno di ricerca. Durante l’emergenza sanitaria ci è sembrato necessario operare una riflessione e rifondare il patto fra attore e spettatore, un patto non subordinato che muta al mutare del mondo. Indagando il rapporto che da sempre esiste nell’atto teatrale fra chi agisce sulla scena e chi guarda volevamo distillare il comune tasso di ritualità che sta alla base del teatro. Da qui la scelta del titolo del progetto: il respiro del pubblico è quello che rende vivo il momento teatrale . La programmazione si articola su 3 settimane e si va dagli spettacoli in sale teatrali come Il Cappotto (Cantiere Obraz / Teatro dell’Elce), Scherzo ma non troppo (GogMagog), fino alla performance di interazione col pubblico come Every Brilliant Thing (Tri-boo / Sotterraneo) Il Salone di Z*** (Teatro dell’Elce), Azione Artistica per Spettatore Solo (Cantiere Obraz), passando per spettacoli in spazi non convenzionali come Medea per strada e Filottete dimenticato (Teatro dei Borgia).

Il cappotto – Foto di Andrea Scopelliti

Che tipo di pubblico si avvicina a questa fruizione? Avete messo in piedi anche un giovane cantiere critico. Che reazione avete riscontrato?

Il tipo di pubblico che stiamo vedendo interessarsi agli spettacoli in programma è piuttosto eterogeneo. Questo ci gratifica enormemente poiché da sempre ci adoperiamo per lavorare in maniera trasversale tra le generazioni. Per il lavoro sulla formazione alla critica siamo partiti dai giovani. Abbiamo selezionato un gruppo di ragazzi dai 15 ai 25 anni creando per la prima volta una scuola di critica teatrale per le giovani generazioni. I ragazzi seguono un percorso di studio e analisi del linguaggio teatrale in modo da acquisire strumenti e competenze legate al vedere teatro. Il gruppo, composto da 15 ragazzi, ha partecipato ad una serie d’incontri formativi con giornalisti e critici del panorama nazionale. Questo percorso li porterà a recensire gli spettacoli che avranno visionato durante il Festival. Una fucina di giovani spettatori consapevoli, dunque, che sta iniziando un percorso di formazione teorica e pratica nell’ambito dei linguaggi della scena e che prevediamo di accompagnare in ulteriori fasi di approfondimento durante la stagione in corso e in quelle future. I riscontri di pubblico e i consensi nell’ambito teatrale ci portano a immaginare di poter proseguire, con ulteriori collaborazioni e attività, questo cammino di conoscenza e indagine.

Che tipo di economia mantiene in piedi un’iniziativa come la vostra in questo tempo?

Sia il primo progetto de Il respiro del Pubblico che il Festival sono stati realizzati grazie al contributo della Fondazione CR Firenze. Inoltre beneficiamo, tramite alcuni bandi comunali e regionali, di finanziamenti fondamentali per la nostra azione e ci sosteniamo per mezzo delle nostre attività istituzionali. L’economia in ambito teatrale è sempre materia piuttosto complessa. In questo periodo particolarmente difficile il sostegno degli enti pubblici e privati diventa di vitale importanza. Ma alla base resta sempre un grande impegno degli operatori unito alla flessibilità e all’elasticità tipiche di questo mondo lavorativo: la nostra economia, fino al 2020, si fondava principalmente sull’attività di formazione con la Scuola Triennale di recitazione, La Scuoletta dedicata ai più giovani (dai bambini agli adolescenti) e sulle attività di formazione professionale della Summer School.

AZIONE ARTISTICA – Foto Riccardo Pinna

In che modo e con chi si riesce a fare rete? Funziona? Permette di far circuitare? È un sintomo di libertà o di debolezza del nostro sistema?

La questione del “far rete” è sempre stata argomento complesso e delicato. E’ facile riscontrare dei vantaggi quando in un contesto assistiamo alla formazione naturale di una rete tra soggetti per prossimità geografica, per affinità artistica, per obiettivi o esigenze in comune. Più complicato può diventare la costituzione e lo sviluppo di una rete che avvenga con forzature di tipo economico o derivanti da una gestione “superiore”. In generale Cantiere Obraz è sempre teso verso lo scambio e la collaborazione con altri soggetti, di natura teatrale e non. Questa politica produce una moltiplicazione delle occasioni di crescita, di lavoro e di circuitazione delle produzioni. In particolare in questi ultimi anni raccogliamo i frutti di un’intensa opera di collaborazione con compagnie operanti sul territorio toscano e con compagnie su scala nazionale che condividono con noi un linguaggio di scena che si fonda sugli insegnamenti del maestro russo Anatolij Vasiliev. Altra rete preziosa è quella costituita dalle collaborazioni con il tessuto territoriale soprattutto cittadino, come gli istituti scolastici, i consigli di quartiere e associazioni di varia natura presenti e operanti in città.
L’ultima produzione de Il Cappotto ha beneficiato della collaborazione con RAT (Residenze Artistiche Toscane) in un virtuoso percorso di studio e costruzione dello spettacolo attraverso le residenze temporanee in centri teatrali come Armunia (Castiglioncello), Catalyst (Barberino M.llo), Kilowatt (Sansepolcro).

Se aveste una disponibilità economica grande, a cosa si rivolgerebbero le vostre attenzioni artistiche? O forse avreste di meglio da fare che fare gli artisti?

Difficile immaginare di avere una grande disponibilità economica. E ancor più difficile dire come vorremmo impiegarla. Certo cercheremmo di non tradire la nostra natura e il nostro percorso. Sicuramente non ci faremmo sfuggire l’occasione di allargare il nostro ambito di azione, approfondire le questioni del linguaggio teatrale, incrementare i rapporti e gli scambi senza negarci il piacere della sperimentazione. Tenendo sempre al centro la figura del nostro primo referente: il Pubblico.

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