MATTEO BRIGHENTI | Senza accordo non c’è inizio. Cristiana Morganti, Kenji Takagi, Emily Wittbrodt lo cercano e ricercano in ogni posizione e disposizione, nello spazio e nell’animo. La musica altera i corpi e i corpi modificano la musica. Eppure, il risultato è lo stesso: In another place si ferma e poi riparte. Più e più volte. L’inizio diventano allora tanti inizi e altrettanti gli accordi su come comunicare insieme le emozioni e la tecnica. La danza si fa arte del ricominciare nell’incontro, sempre diverso, tra chi “suona” ogni movimento e chi “muove” ogni suono. Quaranta minuti che ti rimettono al mondo per la gioia e l’incanto che sprigionano.
Più che a uno spettacolo compiuto, dunque, sembra di assistere alle sue prove. Qualcosa, l’imprevisto, accade puntualmente e interrompe l’incastro tra i gesti e le note, tra la volontà e l’azione. È Morganti, icona del Tanztheater Wuppertal Pina Bausch, che dà il primo di una serie di stop con uno scherzoso «Che bell’inizio!». In abito da sposa, come nel suo splendido solo Jessica and me, ha appena finito di restituire con Takagi, anche lui ex danzatore della stessa mitica compagnia, l’atmosfera di due sposi che ballano appartati, lontano dagli invitati alla loro festa di matrimonio.

In another place. Cristiana Morganti ed Emily Wittbrodt. Foto di Sophie Crepy @ l’Orangerie di Parigi

Non trovare, mai fino in fondo, un avvio definitivo sposta la nostra attenzione dalla bellezza compiuta alla sua costruzione, a tutta l’umanità e la fatica necessarie per raggiungerla, per darle vita. E ogni frenata, ogni blocco, ogni indugio, lasciati e presi con la complicità di Wittbrodt, violoncellista ospite fissa dei principali festival di jazz e di musica sperimentale tedeschi, è fonte di ironia, di divertimento, che stempera e sfuma in un morbido sorriso qualsiasi (simulato) contrasto.
La libertà più assoluta unita alla più giocosa essenzialità regna su In another place, in prima nazionale al Funaro di Pistoia, che lo produce. La performance, ideata per la sala delle Ninfee di Claude Monet, su commissione del Musée national de l’Orangerie di Parigi, abita e respira in uno spazio bianco, molto diverso dalla palette vertiginosa della “Cappella Sistina dell’Impressionismo”. Ma coerente: la scena pare incarnare la luce dell’idea prima della creazione, la pagina vuota che si prepara a essere scritta, cancellata e riscritta ancora. I colori sono il pastello dei costumi, il mogano del violoncello, il nero del piccolo amplificatore Vox; la punteggiatura sono tre sedie, anch’esse bianche, avvicinate a ogni nuova intesa e riallontanate a ogni ulteriore interruzione.
Lo stile, la voce, il passo di un simile quadro è danzare il corpo così com’è, non come viene, ma com’è ogni giorno, dentro l’intenzione e la concretezza, i desideri, le cadute, le risalite. È qualcosa di così naturale, e vero, e puro, che riesce soltanto a Cristiana Morganti e al suo tocco radioso in scena: dove c’è lei, tutto si illumina. Anche le privazioni che l’hanno portata a essere chi è ora, la danzatrice che è ora, qui, davanti a noi. La dieta: bresaola, carote, sedano, spinaci. L’aspetto fisico: decolorare i baffi, che diventano biondi, e cozzano con i folti ricci nero corvino, che vanno lisciati.

In another place. Cristiana Morganti e Kenji Takagi. Foto di Sophie Crepy @ l’Orangerie di Parigi

Sono lampi di autobiografia che ripete a voce alta e sincopata, un jazz con gli occhi chiusi e la memoria che corre all’indietro. È seduta e si copre con il vestito da sposa, quasi fosse il lenzuolo del letto di quando era ragazza. Kenji Takagi l’aiuta ad alzarsi e a muoversi, lei ha ancora gli occhi chiusi, è cieca, perché a quel tempo era all’oscuro del futuro straordinario che la aspettava. Allora, lui le disegna dei punti nell’aria, la cornice e la misura di immaginazione entro cui dare sé stessa alla danza.
È di infinita e commovente dolcezza questo ultimo passo a due, questo momento di compenetrazione tra due mondi che diventano uno unico. Il sogno e la realtà. Ecco, non c’è un inizio per In another place, ce ne sono tanti, perché non c’è una fine per chi ha tramutato il proprio sogno in realtà. Tutto risponde e risponderà sempre e solo alla passione di continuare.

IN ANOTHER PLACE

di e con Cristiana Morganti, Kenji Takagi e Emily Wittbrodt
coreografia e danza Cristiana Morganti e Kenji Takagi
violoncello Emily Wittbrodt
produzione il Funaro – Pistoia
performance ideata per la Sala delle Ninfee di Claude Monet
su commissione del Musée national de l’Orangerie – Paris

29 dicembre 2021
il Funaro – Pistoia