IDA BARBALINARDO* | «Pupi siamo, caro signor Fifì! […] Pupo io, pupo lei, pupi tutti». Così recita l’ingegner Ciampa ne Il berretto a sonagli, commedia in due atti scritta in siciliano da Luigi Pirandello nel 1916 per l’attore Angelo Musco, poi tradotta in italiano nel 1918. 
Le stesse parole risuonano in una sera di dicembre negli spazi del Teatro Fusco di Taranto, in quell’eterno ritorno che è il teatro, l’arte che costantemente le vivifica a dimostrazione della loro indiscutibile attualità. A pronunciarle, nei panni dello scrivano di casa Fiorica, c’è Gabriele Lavia, al contempo regista della trasposizione scenica e, come noto, non nuovo agli incontri con i testi del drammaturgo siciliano. 

Dal punto di vista drammaturgico appare interessante la scelta di creare un impasto tra siciliano e italiano con l’intenzione di restituire al pubblico il suono del testo del 1916 e, contemporaneamente, la potenza evocativa della versione in italiano del 1918. Ne risultano due direttrici intorno alle quali la recitazione si sviluppa, capaci di toccare in maniera efficace differenti corde dell’animo dello spettatore. 

A partire da tale presupposto si concretizza sul palco lo scontro tra chi si ribella alla grande messinscena sociale che ci vuole tutti fissi nella nostra apparenza di «pupi» e chi ad essa aderisce con convinzione. Il berretto a sonagli è la storia di Beatrice Fiorica, (interpretata da Federica Di Martino), tradita dal marito e sostenuta nel suo progetto di vendetta unicamente dalla Saracena (Matilde Piana), figura sui generis e femminista ante litteram, mal tollerata dalla borghesia benpensante.  
Da una parte, dunque, due outsider, due «marionette spezzate», per dirla con Lavia, due strumenti scordati nei quali l’equilibrio che regola la vita pubblica (derivante dalla corretta amministrazione della corda seria, deputata al chiarimento delle proprie ragioni, quando esso appare necessario, della corda civile, che disciplina la vita in società e reprime gli istinti più bassi e della corda pazza, la quale emerge quando ormai il lume della ragione è perso) è completamente saltato. Dall’altra, i parenti di Beatrice e il comparto sociale che la circonda: il fratello Fifì (Francesco Bonomo), la madre (Giovanna Guida), l’anziana domestica (Maribella Piana), il delegato Spanò (Mario Pietramala), lo stesso Ciampa, sua moglie Nina (Beatrice Ceccherini) e il cavalier Fiorica, che nella pièce non compare mai fisicamente ma non per questo risulta meno presente. Tutti membri della compagine avversa al proponimento della donna e fedeli depositari dello spirito del tempo, intrisi di una mentalità conservatrice, sessista, perbenista e convinti che sia preferibile tollerare un tradimento pur di non perdere la propria rispettabilità. L’imperativo categorico è mantenersi integri dinanzi allo sguardo altrui, ché è quello e soltanto quello a definirci.  

Emblematica, in tal senso, l’organizzazione dell’apparato scenico che risulta circondato da diciannove fantocci in abiti borghesi rivolti verso il centro, porzione del palco in cui prende vita il salotto di casa Fiorica che, seppur caratterizzato da arredi sontuosi ed eleganti, comunica decadenza e precarietà attraverso la presenza di mobili storti, danneggiati e disposti in maniera incoerente. Sullo sfondo, teli chiari sui quali vengono proiettati giochi di luci e ombre che preannunciano l’arrivo dei personaggi e contribuiscono a creare un’atmosfera calda, domestica. Una scenografia fortemente connotata a livello semantico, che rende evidente al pubblico la pervasività dell’occhio esterno perfino su un ambiente così intimo come quello della propria casa. 

La narrazione si dipana intorno ai motivi della labilità del confine tra dimensione esterna e interna, del proprio «pupo» da difendere a spada tratta ed emerge sempre più chiaramente il velo di finzione che avvolge tutto, al di sotto del quale si agita il reale sentire. A nulla serviranno i tentativi di denuncia dell’adulterio da parte di Beatrice: nel teatro del mondo non c’è posto per la verità, anzi, chi la dice, la verità, diventa pazzo. Sarà infatti quella della finta follia l’unica soluzione offerta alla signora Fiorica, il male minore per evitare che Ciampa –
ormai perso il controllo delle proprie corde e per questo sanguinante dalla fronte, dove esse sono situate – sia obbligato a ristabilire il proprio onore attraverso l’omicidio dei due amanti. «Oh che bellezza! […] Si può aggiustar tutto pacificamente. […] Le mie mani… le mie mani possono restar pulite… pulite, e me le bacio! Me le bacio!»: affermerà, entusiasta lo scrivano poco prima del finale delirante durante il quale la moglie tradita vestirà, per la felicità di tutti, i panni della pazza.


Dal punto di vista tecnico-recitativo, nonostante la buona riuscita generale dello spettacolo, occorre evidenziare alcune criticità che interessano le performance attoriali di Federica Di Martino, Francesco Bonomo e Giovanna Guida, i quali, chi più chi meno, tendono a cadere in un tipo di recitazione eccessivamente manierata, barocca, che allontana lo spettatore dal livello di sospensione dell’incredulità necessario a un reale coinvolgimento emotivo.

Diverso è il caso delle altre figure (la Saracena, il delegato Spanò, la balia Fana, Nina) che, seppur aventi uno spazio limitato all’interno della narrazione, risultano scenicamente convincenti. Gabriele Lavia, nelle vesti dell’ingegner Ciampa, riesce perfettamente nella caratterizzazione di un personaggio complesso, sfaccettato: dapprima ingenuo, quasi indifeso, lo scrivano di casa Fiorica svela a poco a poco la propria astuzia e scaltrezza nell’aggirare gli ostacoli, per poi manifestare una certa ottusità quando pensa di ripulire la sua immagina con lo spargimento di sangue. Decisamente a fuoco nella resa di tutte queste sfumature, il regista milanese sa bene come conciliare la componente tragica con quella ironica e comica del testo, riuscendo così in una prova attoriale di livello.  

In definitiva, quindi, seppur connotata da qualche sbavatura, la ritessitura scenica di Lavia e dei suoi dimostra di avere diversi punti di forza – tra gli altri, un interessante lavoro sul piano drammaturgico e linguistico, una scenografia adeguatamente elaborata e semantizzata – che la rendono indubbiamente degna di interesse.  

  

IL BERRETTO A SONAGLI 

una produzione Effimera/Diana OR.I.S.
regia di Gabriele Lavia
con Gabriele Lavia, Federica Di Martino, Francesco Bonomo, Matilde Piana, Maribella Piana, Mario Pietramala, Giovanna Guida, Beatrice Ceccherini
scene Alessandro Camera
costumi ideati dagli allievi del Terzo anno dell’Accademia Costume & Moda Matilde Annis, Carlotta Bufalini, Flavia Garbini, Ludovica Ottaviani, Valentina Poli, Stefano Ritrovato, Nora Sala – Coordinatore Andrea Viotti
musiche Antonio Di Pofi

Teatro Fusco, Taranto | 18 dicembre 2022  

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