RENZO FRANCABANDERA | Pur condizionato qui e lì dal maltempo, è stato grande il successo di FUORI!, il progetto sperimentale dedicato agli adolescenti della città di Bologna, promosso dal Comune di Bologna e realizzato da Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale, che ne ha affidato la curatela a Silvia Bottiroli, e conclusosi con un Festival internazionale, nella prima metà di giugno.
Il Festival ha avuto un ricco calendario di performance, azioni collettive, installazioni, proiezioni e talk in diversi spazi della città, uniformemente distribuite fra centro e periferie, cui hanno preso parte spettatori di ogni età per assistere/partecipare/interagire con le creazioni di Carolina Bianchi Y Cara de Cavalo, Bluemotion/Giorgina Pi, F. De Isabella, Samara Hersch, Mammalian Diving Reflex, Rory Pilgrim, Anna Rispoli, oltre a una serie di interventi pubblici curati dal collettivo CHEAP street poster art e incontri con il regista Marco Martinelli, le curatrici artistiche Marta Keil e Alexander Roberts e il sociologo Stefano Laffi insieme ai giovani partecipanti ai progetti.
Raccontiamo qui della creazione di Samara Hersch, intitolata Body of Knowledge,  una performance della durata di circa 90’ ospitata nella ex chiesa di San Mattia.


Nel recente passato e anche adesso sempre più l’arte dal vivo sta perdendo i connotati della rappresentazione tal quale per assumere con sempre maggior frequenza le caratteristiche del dispositivo di incontro.
In questo genere di eventi non c’è quindi più bisogno di una figura attorale vera e propria perché il dispositivo performativo si trasforma sostanzialmente in una sorta di gioco di ruolo, in cui viene chiesto agli spettatori di assumere una certa postura, financo attorale in alcuni casi, fino a lasciare in modo provocatorio agli spettatori – come successo in alcuni casi –  un copione da recitare lì per lì.
Altre creazioni hanno avuto, ad esempio, come oggetto l’attraversamento di problematiche sociali con la simulazione di piccoli parlamenti, consessi in cui gli spettatori assumono il ruolo di parti che discutono. A ben pensarci questa caratteristica sociale del fenomeno rappresentativo non è estranea alla grande tradizione millenaria del teatro, perché in fondo il coro greco nasceva proprio con a caratteristica specifica di rappresentare la voce della società, formalizzata poi in un corpo recitante nella tragedia classica. Non sono mancati  dispositivi performativi con le caratteristiche del Monopoli, del gioco di ruolo, le escape room e anche piccoli luoghi di ascolto.
L’immagine più simile all’intervento performativo proposto da Samara Hersch all’interno della rassegna bolognese è quello della condivisione di esperienze, del dialogo: la parte giovane della società, spesso distante e che non comunica con la generazione dei boomers, si trova a parlare con gli adulti, con quelli che hanno in media dai 35 anni in su.
La ricerca di Hersch si muove, infatti, proprio nell’intersezione tra performance e incontro con le comunità ed esplora l’intimità come atto pubblico, immaginando modalità artistiche praticabili da performer, non professionisti e spettatori, insieme. I suoi lavori più recenti si concentrano sul dialogo intergenerazionale utilizzando la conversazione come forma performativa.
Tra questi va annoverato anche Body of Knowledge, performance che invita persone adolescenti a costruire conversazioni con spettatori e spettatrici adulte su temi legati a intimità, emotività, affettività e in generale alle politiche del corpo; e per la versione bolognese la Hersch è stata affiancata dalle attrici Donatella Allegro e Giulia Quadrelli, oltre che dal performer Nico Guerzoni, che a partire dal 4 e 5 aprile hanno condotto un laboratorio gratuito con ragazze e ragazzi di Bologna tra i 13 e i 19 anni.
Addirittura nel caso della replica di cui rendiamo testimonianza, c’era da un lato una adolescente coinvolta nel progetto e dall’altro i suoi genitori venuti a partecipare, ai quali ovviamente non è stata abbinata la figlia nella combinazione delle voci e degli incontri ai quali ciascun partecipante veniva sottoposto e in cui veniva coinvolto.


La meccanica della costruzione artistica: all’inizio gli adulti si siedono in cerchio in un’area dello spazio, a ciascuno viene dato un cellulare che sostituisce all’ingresso il proprio, che viene invece lasciato in custodia. A un certo punto squilla il telefono di uno dei partecipanti, riceve una chiamata.
Si intuisce subito che dall’altro lato c’è un adolescente. Tutti gli altri attorno per un po’ ascoltano.
All’adulto in questione vengono fatte alcune domande anche un po’ imbarazzanti sulla “prima volta”, ma sicuramente anche questo è un effetto spettacolare voluto, quasi a voler seminare un panico adolescenziale, perché in realtà quello che succederà dopo è  invero più blando.
Pian piano tutti iniziano a ricevere telefonate: dall’altro lato una o un adolescente inizia a fare domande di svariato genere e a porre problemi che riguardano il vissuto personale: la difficoltà di prendere decisioni, il rapporto con gli amici, quanto bisogna credere agli altri, l’importanza di individuare un proprio percorso, di fare quello che piace. Sono questioni che hanno riguardato ciascuno e quindi pian piano si attiva una sorta di meccanismo di conversazione intima, dove tutti si alzano dalle sedie e iniziano a camminare nello spazio come quando si parla liberamente a casa andando da una stanza all’altra, solo che in questo caso l’interlocutore è un ragazzino e quindi tutta una serie di cautele, fratture, ritorni alla dimensione intima e adolescenziale rimandano a una modalità della interlocuzione particolare, sottile, ora nostalgica ora di aiuto.
Compaiono a distendere ulteriormente il clima, coppe di pop-corn, birre fredde o altre bevande, si favorisce da parte della regista una convivialità che stimola al racconto, alla parola, all’estroversione. Vengono tirati fuori materassini gonfiabili a forma di tranci di pizza  e si inizia a sdraiarcisi sopra, a chiacchierare, nel nostro caso fissando le volte della bellissima chiesa di San Mattia, zona Sant’Isaia, che ospita la performance.

Anche i genitori, anche gli adulti hanno avuto traumi e così in realtà quello che in origine sembra un flusso unidirezionale non di rado si trasforma in una sorta di piccola confessione di fragilità da parte dell’adulto: “anche io ho vissuto questo, anche io ho vissuto quest’altro”.
Il dispositivo si conclude con un round quasi didattico in cui i partecipanti presenti fisicamente, ovvero gli adulti, vengono portati sotto una tenda grande da campeggio costruita lì per lì e all’interno della quale magicamente entrano i tranci di pizza su cui gli adulti erano sdraiati a chiacchierare.
Così ci si ritrova sotto la tenda, con una lucina caleidoscopica che la illumina a fare le stelle, e da uno dei cellulari, messo in vivavoce, parte una chiamata in conference call a cui partecipano dall’altro lato tutti gli adolescenti. È una sorta di feedback, di ritorno sulle cose dette, di condivisione, qualcosa che fra generazioni di solito non succede. E infatti a uno di loro lo chiedo: come mai loro di solito non cercano il confronto con la generazione degli adulti frequentemente, visto che poi quando invece capita paiono trarne beneficio?
Ma d’altronde anche gli adulti sono chiusi nel loro mondo incomunicabile: sono saltati tutti i luoghi di aggregazione sociale ibridi che nei millenni vedevano compresenti le generazioni.
Verrebbe da dire che in assoluto sono saltati i luoghi di aggregazione sociale tout court. Non esistono più le sezioni di partito, le grandi associazioni di massa. Esistono i cellulari, le manifestazioni di  emotività mediate attraverso i canali social, forme di abbruttimento del consesso civile che stanno riducendo la comunicazione a brandelli, sospinta da un analfabetismo che coinvolge oltre metà della popolazione delle società occidentali, che si vantano di averlo azzerato nel secolo scorso: si scrive e si legge pochissimo, si raccontano le proprie emozioni con le emoticon. La povertà delle parole, il loro diradarsi.
Forse prima ancora che nell’incontro, questo spettacolo fa ragionare sulla necessità di riprendere il sano uso della parola per confrontarsi: forse più difficile farlo a casa con i propri figli o i propri genitori, ma quando si tratta di altri forse ci si può provare.

 

THE BODY OF KNOWLEDGE

Regia Samara Hersch
drammaturgia Maria Rößler
tecnologie creative Fred Rodrigues
produzione tecnica Tilman Robinson
direzione di scena Anastassia Antonenko
scene Belle Santos
luci Jen Hector
collaborazione artistica per FUORI!Donatella Allegro, Nico Guerzoni, Giulia Quadrelli, Muna Mussie
con lз ragazzз della città metropolitana di Bologna
collaborazione artistica (Australia) Cassandra Fumi
realizzato nell’ambito di Be SpectACTive! – CapoTrave/Kilowatt (IT), Artemrede (PT), Bakelit Multi Art Center (HU), Brut (AT), BUDA Kortrijk (BE), Cafè de las Artes Teatro (ES), Domino (HR), Divadelná Nitra (SK), Dublin Theatre Festival (IE), Göteborgs stadss kulturförvaltning/ Stora teatern (SE), Institution Student Cultural Centre (RS), Occitanie en scène languedoc-roussillon (FR), Plesni teater (SI), Tanec praha (CZ), Teatrul national Radu Stanca (RO)
co-commissionato da SICK! Festival of Manchester, Liveworks Festival of Experimental Art, Carriageworks in Sydney. Una prima versione del lavoro è stata realizzata a DAS Theatre ad Amsterdam. Ringraziamenti speciali per la consulenza artistica a Mette Ingvartsen, Edit Kaldor e Malu Peeters, Eva Alonso, Emma Rekkers, Tony Markus Sacharias, Richard Gregory and Quarantine, lз colleghз dello staff di DAS Graduate School