LAURA NOVELLI | Il soggiorno di un appartamento come tanti. Una madre e una figlia ormai adulta parlano dell’imminente partenza per il mare, dei bambini che già si divertono in spiaggia con il nonno. Le solite incomprensioni generazionali. Il nervosismo dell’estate. Il caldo di agosto. Un ospite di cui, non senza trepidazione, si attende la visita. Biscotti vegani e tazzine di caffè già pronti per addolcire la conversazione. E proprio una conversazione a tre voci costituisce l’ossatura portante de Le Volpi, spettacolo di Lucia Franchi Luca Ricci (anche regista) che, dopo alcune anteprime estive, debutterà il 2 settembre al Todi Festival con Antonella Attili, Giorgio Colangeli e Luisa Merloni per interpreti. Una conversazione abilmente sospesa tra sfera pubblica e questioni private, pasticci politici e legami interpersonali, nel corso della quale i tre personaggi in gioco (designati con una semplice lettera: M, S e F) attraversano gli stati d’animo più controversi, passando con malcelata disinvoltura da vittime a carnefici, da ricattati a ricattatori e intrecciando le loro discutibili scelte etiche con la nostra Storia nazionale. M è la dirigente di una Asl locale la cui integrità professionale vacilla di fronte all’esplicito favore dovuto a S, sindaco di un non meglio specificato centro di provincia, il quale finirà a sua volta incastrato nella trappola opportunistica di F, figlia trentacinquenne della donna.

Il bel testo, sostenuto da una lingua ritmica e musicale che non rinnega i toscanismi e che a tratti si apre a declinazioni oniriche ed intime, nasconde dunque nelle sue maglie la malattia più strisciante nel DNA del nostro Bel Paese: corruzione, clientelismo, raccomandazioni vengono qui snocciolati e allusi sullo sfondo di una provincia asfittica e bigotta dove queste piccolezze, pur se gravi, attecchiscono quasi in penombra e troppo spesso finiscono sminuite a pura prassi. Nulla di cui scandalizzarsi, cioè. La vita va così; le cose stanno così e, alla fine dei conti, non c’è nulla di male.

Come nei precedenti Piccola Patria (2019) e La Lotta al terrore (2017), i due autori – cofondatori della compagnia CapoTrave e ben noti per il loro impegno come direttori artistici del Kilowatt Festival – affondano ancora una volta la penna nei biechi affarucoli di amministratori periferici che proliferano come funghi lungo la Penisola e sul palcoscenico diventano metafora di quella sete di potere e di denaro che, a tutti i livelli della nostra società, ieri come oggi, infesta come un virus letale la vita civile. D’altronde, ce lo insegna con estrema amarezza il capolavoro di Ben Jonson, Il Volpone (1606), cui si ispira il titolo stesso della pièce: “Un omaggio colmo di affetto personale – ci spiega Lucia Franchi – visto che proprio su Jonson ho scritto la mia tesi di laurea”. Raggiunti al telefono in piena vacanza, i due autori raccontano a PAC questa loro ultima avventura artistica.

La prima domanda non può che essere la classica domanda di rito: da dove nasce l’idea di questo lavoro?

LF: Possiamo dire che con Le Volpi proseguiamo il percorso di racconto, ambientazioni e dinamiche relazionali già sperimentato nei nostri due precedenti spettacoli, Piccola Patria e La Lotta al terrore. La provincia italiana fa da paesaggio all’intero trittico semplicemente perché è un mondo che conosciamo bene e che, insieme con il tema della famiglia, rappresenta un microcosmo capace di riflettere un macrocosmo più ampio. Qui abbiamo focalizzato la nostra attenzione sulla corruzione anche se noi, pur lavorando da anni a stretto contatto con le amministrazioni locali, non l’abbiamo mai sperimentata personalmente. Ci sembrava però interessante affrontare questa malattia italiana e siamo partiti da letture emblematiche in tal senso: Todo modo di Leonardo Sciascia, ad esempio, e appunto Il Volpone.

LR: Aggiungo solo che la provincia è fondamentale nella nostra scrittura perché noi viviamo a Roma ma lavoriamo in piccoli centri della Toscana, regione da cui proveniamo, e quindi abbiamo la possibilità di osservare da fuori, da un punto di vista privilegiato, le dinamiche che raccontiamo. In fondo, a pensarci bene, ogni forma di corruzione viene avvertita come ‘piccola’ anche perché in Italia siamo maestri nell’auto-assoluzione. Credo sia un tratto caratteristico del nostro Paese, dovuto probabilmente alla radice cattolica della nostra cultura: tutto può essere perdonato. Ecco, diciamo che volevamo scrivere una storia emblematica parlando di un orizzonte ristretto in cui un certo malcostume sembra un’eccezione (un’eccezione che poi diventa valanga). In realtà la nostra storia ‘piccola’ vuole essere metafora della nostra italianità, del nostro modo di sentirci cittadini italiani, della nostra mentalità.

Il testo ha apparentemente un impianto classico. Un tragicomico andamento dialogico che rifugge dal mero naturalismo restando, tuttavia, nel perimetro di un’impalcatura tradizionale. Eppure connotate i vostri personaggi solo con le lettere iniziali del loro ruolo. A cosa è dovuta questa scelta? 

LF: Semplicemente qui non c’è necessità che i personaggi si chiamino per nome. In fondo essi sono delle funzioni. In Piccola Patria avevamo ragionato diversamente perché vi agivano un fratello e una sorella e c’era la necessità che essi si chiamassero a vicenda. Posso poi dire che, ad un livello più profondo di analisi, il fatto che i personaggi non abbiano un nome proprio incuriosisce molto il pubblico, crea dei depistaggi, porta tutto al livello di un gioco e di un mistero che solo poco a poco viene svelato. Abbiamo voluto, cioè, mettere i tre personaggi in relazione tra loro e con il pubblico partendo da un grado zero. Tutti sono sullo stesso piano. Tutti devono essere decifrati. Ciò serve proprio a far scaturire delle domande negli spettatori, a costringerli ad un lavorio mentale costruttivo.

Fa molto pensare, leggendo il testo, il fatto che alla fine dei conti il personaggio che sembra vivere con maggiore leggerezza il clientelismo di cui è protagonista sia proprio F, la figlia, la figura più giovane delle tre. La sua disillusione e, soprattutto, la sua mancanza di ribellione al sistema sono dati sconfortanti. Cosa potete dirci a riguardo? 

LR: Quando scriviamo proviamo sempre a prendere le parti dei vari personaggi che immaginiamo e ci poniamo tanti quesiti. Soprattutto, cerchiamo di capire cosa li muova a fare ciò che fanno e a dire ciò che dicono. Nello stesso tempo, però, la nostra drammaturgia è costruita in modo da spostare continuamente la prospettiva su quanto succede in scena. Motivo per cui, come diceva Lucia prima, il pubblico è costretto a chiedersi delle cose, a inseguire i personaggi stessi nel tentativo di comprenderli. La figlia, a ben vedere, non è peggiore degli altri due. Perché qui non ci sono buoni o cattivi. Nessuno dei tre ha completamente torto né completamente ragione. Non ci piacciono le divisioni dicotomiche; semmai le sfumature, le contraddizioni.

LF: Concordo con quanto dice Luca. Vorrei chiarire che la figlia è una donna giovane che fa l’operatrice culturale, dunque un lavoro simile al nostro. Abbiamo voluto che lei ne uscisse così proprio per far capire che nessuno può e deve scampare ad un’autoriflessione. Nessuno è immune dai compromessi. Ne Le Volpi si parla però di compromessi che vanno ben oltre quelli che facciamo tutti nel quotidiano, nelle relazioni, nel lavoro. E quando l’asticella dei compromessi sale è bene che ognuno di noi, al di là dell’età anagrafica, senta il dovere di ragionarci e interrogarsi.

Come vi organizzate in questa scrittura a quattro mani che ormai conta diversi titoli nel repertorio di CapoTrave?

LR: Non c’è una regola. Sono quindici anni che lavoriamo insieme e ormai abbiamo trovato un assestamento, per così dire, interno. Di solito, dopo aver maturato l’idea da elaborare, pensiamo molto prima di scrivere, leggiamo, studiamo. Poi Lucia trasforma tutto questo materiale in battute. Invece la revisione finale spetta a me. Nello specifico de Le Volpi, tutte le scene che abbiamo intitolato Incursioni dal futuro (scene in cui M si allontana dalla situazione realistica della conversazione e fa un monologo personale) le ho scritte io. O meglio, le ho estrapolate dal corpo della drammaturgia dove erano state messe in un primo momento. Credo che con questo stratagemma strutturale il testo acquisti un aspetto post-drammatico di rottura della finzione che contribuisce in misura sostanziale all’engagement del pubblico.

LF: Sì, alla base c’è un lungo lavoro di scambio: parliamo molto, mettiamo dentro alla drammaturgia situazioni che abbiamo vissuto o visto, conversazioni che abbiamo sentito. Spesso i nostri amici si ritrovano in ciò che scriviamo ed è molto bello, oltre che simpatico. Diciamo, quindi, che l’ideazione procede all’unisono, poi ognuno ha il proprio ruolo. Il momento più collaborativo, più condiviso, è quello iniziale: facciamo vere e proprie riunioni di lavoro in cui ragioniamo e cerchiamo di scavare quanto più possibile nei materiali che abbiamo per le mani.

Una domanda per Luca. Lo spettacolo ha già fatto diverse anteprime (con un battesimo, il 23 giugno,  nel cartellone di Asti Teatro) e debutterà ufficialmente a Todi. Come hai lavorato a livello registico?

LR: La regia è molto semplice perché essenzialmente fa leva su tre attori molto bravi e sull’idea di uno spazio attraversato da toni caldi e freddi di luce. Mi spiego: lo spazio deputato alla conversazione è una sorta di area circolare dove predominano i toni freddi, proprio per indicare il gioco di equilibrio, di mediazione, in cui i personaggi si trovano invischiati. Intorno a loro, però, è estate, siamo in agosto. E dunque il mondo esterno si traduce in toni caldi di contorno che restano però sempre sullo sfondo, fuori dal perimetro dell’azione. Verticalmente, ad esempio, ho immaginato una lunga veneziana da cui filtra la luce e una tenda che ogni tanto ha un moto ondulatorio, come se fosse mossa dal vento. Tutti elementi che ci parlano di un fuori, di una dinamica. Lo spazio quindi non è pensato in termini realistici bensì assolutamente evocativi, fluidi.

Non deve essere facile conciliare il lavoro di drammaturghi e registi con l’organizzazione e la direzione di Kilowatt. Come riuscite a tenere insieme le vostre due anime teatrali?

LR: Questo doppio ruolo è proprio la croce e la delizia della nostra vita professionale. Kilowatt sarebbe impensabile senza la squadra di persone che da anni ci affiancano lavorando con grandi passione e impegno. Ciò ci aiuta molto, perchè tutti gli aspetti meramente organizzativi li deleghiamo ad altri. Certamente noi nasciamo come artisti che il teatro lo fanno (CapoTrave è nata nel 2003, ndr). Da quando dirigiamo il festival corriamo il rischio di essere incasellati come ‘quelli di Kilowatt’ e spesso sentiamo di non riuscire ad avere pari visibilità come autori. Ovviamente siamo felicissimi che la rassegna sia cresciuta e sia apprezzata. E’ un figlio al quale teniamo molto ma che rimane ben separato dall’attività drammaturgica: non abbiamo mai presentato i lavori di CapoTrave nel programma di Kilowatt né mai lo faremo perché non ci sembrerebbe né opportuno né elegante. D’altro canto, però, rivendichiamo la giusta attenzione anche per il nostro lavoro di scrittura e di regia.

È un pensiero condivisibile. Ma un breve resoconto sull’ultima edizione del festival (sottotitolo: Paradiso Adesso) viene naturale chiedervelo. 

LF: Siamo molto contenti di come sia andata. Anche quest’anno ci siamo mossi tra San Sepolcro e Cortona. Il padrino della rassegna è stato Antonio Latella e i progetti che ci ha proposto sono stati davvero interessanti. Abbiamo avuto delle giornate intense, fitte di cose belle e di emozioni forti. Basti pensare ad Amletichevolissimevolmente, ad Hotel Goldoni e alla testimonianza di undici attrici che hanno lavorato con lui nel corso degli ultimi anni. Debbo poi riconoscere che la dimensione internazionale del festival diventa ogni anno più corposa e ricca di sorprese e parlo anche di generi non propriamente teatrali come il nouveau cirque. Particolare rilievo ha avuto poi il convegno Chi ha paura del digitale, che ha aperto scenari di riflessione molto fertili. Insomma, l’intero festival è andato molto bene. E le cifre delle presenze di spettatori parlano da sole.

Da un lato, siete direttori di uno dei festival italiani più importanti e dall’altro autori e produttori di testi contemporanei. Sicuramente ciò vi garantisce un punto di osservazione privilegiato rispetto proprio al panorama della nuova drammaturgia. Che idea avete riguardo i giovani autori italiani? 

LF: Ovviamente come organizzatori di Kilowatt leggiamo molti testi, molti progetti. Il festival aderisce anche al Network drammaturgia Nuova (NdN) coordinato da Idra Teatro di Brescia e posso dire che – parlo a titolo soggettivo, per me e Luca – la drammaturgia contemporanea in Italia ci sembra molto viva. Inoltre, si registra un ritorno al teatro di parola. Dopo anni in cui predominava una ricerca anti-dialogica e anti-plot, oggi notiamo che ci sono brave autrici e bravi autori che producono testi per lo più di impianto classico o comunque molto attenti al linguaggio verbale. Molti di loro escono dalle scuole ufficiali e scrivono spesso per una loro compagnia. Forse quello che manca è la possibilità, per questi talenti, di fare esperienze formative sempre nuove e arricchenti, magari anche all’estero. Ciò vale anche per la danza o il circo. Servono canali formativi altri e diversificati. Serve, in parole povere, una formazione continua. Perché a volte, alla grande vivacità di idee, si accompagnano delle carenze di tipo meramente tecnico. Comunque sia, guardando al quadro europeo, noi italiani non siamo assolutamente indietro rispetto ad altri Paesi e anzi, in fatto di inventiva e immaginazione, abbiamo sempre tanto da dire.

 

LE VOLPI

uno spettacolo di Lucia Franchi, Luca Ricci
con Antonella Attili, Giorgio Colangeli, Luisa Merloni
scena e regia Luca Ricci
costumi Marina Schindler
suono Michele Boreggi, Lorenzo Danesin
luci Stefan Schweitzer
tecnico Piero Ercolani
foto Elisa Nocentini e Luca Del Pia
produzione Infinito Srl

Todi Festival, sabato 2 settembre, Teatro Comunale
Lo spettacolo replicherà poi a Rimini (9 settembre), Firenze (22 settembre) e Padova (30 settembre).