GIANNA VALENTI | Solaris, per la regia di Andrea De Rosa e la scrittura teatrale di David Greig, in questi giorni al Teatro Astra di Torino, porta sulla scena l’inquietudine umana di fronte al cosmo, apre lo sguardo sulla nostra possibile cecità verso i comportamenti della materia, si confronta con i limiti della ricerca scientifica e riporta al centro il cuore, seguendo una logica di senso che si articola nello spazio-tempo di relazioni d’amore. Greig, drammaturgo e regista scozzese, riduce e ricrea per il teatro Solaris del polacco Stanislaw Lem, opera cult di fantascienza filosofica del 1961 da cui Andrej Tarkovsky trarrà l’omonimo film, capolavoro della cinematografia e non solo fantascientifica, premiato a Cannes dieci anni dopo, nel 1971, in piena conquista dell’uomo verso lo spazio.

Ph .Andrea Macchia

La scena, aperta, invade il proscenio: un uomo e una donna stanno, separati e assorti in solitudini che sembrano relazionarsi con presenze invisibili. Al centro, nel buio, una struttura complessa in acciaio ricoperta di antenne, così come ci si aspetta che sia un frammento di tecnologia spaziale (le scene e i costumi sono di Simone Mannino), mentre una partitura sonora diffusa ci rimanda a uno spazio e tempo non terrestre (il progetto per il suono è di G.U.P. Alcaro). Siamo fuori dalla nostra galassia, su una stazione spaziale sospesa sopra Solaris, pianeta nato dalla fantasia scientifica di Lem, ricoperto da un oceano plasmatico e governato dal doppio campo vibrazionale di due Soli, uno azzurro e uno rosso.
Quando la struttura in acciaio si solleva, a simulare l’atterraggio di una navicella, entra Kelvin, il personaggio principale che dà il via all’azione. Da questo momento in poi, il testo di Greig incalza e le azioni avanzano costruendosi sui dialoghi e sulle relazioni tra i personaggi. Non c’è spazio per il non detto e per le dilatazioni temporali dell’introspezione del racconto di Lem, mentre i lunghi capitoli sulla storia di Solaris e sui comportamenti del suo oceano diventano materiale informativo nel dialogo tra i personaggi, con la responsabilità di far avanzare l’azione.
Lo spazio scenico rimane pulito e aperto, al centro un letto a piattaforma plastificata (un omaggio al film di Tarkovsky) e in alto, sospeso, il portellone che, rovesciandosi, si trasforma in oblò panoramico con proiezioni di cieli e distese di nebbie dai colori mutevoli che ci ritornano le meravigliose descrizioni dei paesaggi di Solaris nel testo di Lem (video D-Wok).

Ph. Andrea Macchia

Sulla scena di De Rosa/Greig, dei tre scienziati che nel libro sono presenze maschili, due diventano presenze femminili con Federica Rosellini come Kelvin e Sara Bertelà come Sartorious, mentre Snaut rimane presenza maschile con Werneer Waas. Gibarian, scienziato che Kelvin è venuto a incontrare, ma che scoprirà presto dagli altri essersi suicidato, apparirà in punti diversi del lavoro come proiezione nella voce e nel corpo di Umberto Orsini che dona al dialogo serrato dei vivi una profondità metafisica e un tempo che è possibilità introspettiva.
La stranezza della stazione spaziale e dello studio del comportamento imprevedibile e inarrestabile dell’oceano di Solaris occupa buona parte dei dialoghi e introduce Kelvin alla possibilità di presenze non umane, visitatori (così li chiamano gli ospiti della stazione spaziale), che si manifestano dopo un periodo di sonno, quando l’attività razionale e le difese dell’intelletto si indeboliscono. Per Kelvin sarà Harey, Giulia Mazzarino, una traccia d’amore dal suo passato, una presenza terrestre non più in vita e che qui ha la compattezza e la solidità di un corpo che umano non è più: Harey c’è fisicamente, ma ha i palmi delle mani lisci, non ha traccia di temporalità lineare sul suo corpo ed è come se in lei la macchina plasmatica oceanica avesse manifestato un frammento di esistenza, estraendolo dallo continuità dello spazio-tempo.

È qui il senso delle solitudini degli scienziati che dialogano sulla scena. Ogni logica di prevedibilità e ripetibilità scientifica cade, la materia oggetto di studio interagisce, dà segni di intelligenza e di indipendenza, sa ascoltare e leggere non tanto i pensieri, ma le tracce lasciate dalle emozioni nel campo quantizzato dei loro corpi, manifestando visitatori capaci di riattivare una linea temporale interrotta di un’esperienza d’amore: Harey e Kelvin si erano amate, ma poi qualcosa non ha funzionato, Kelvin non ha più chiamato e Harey si è suicidata; per Snaut è la madre da vegliare; per Sartorius è la figlia persa troppo presto, a soli sei anni, da cullare.
Ed è su questo meccanismo della materia, che da oggetto di studio diventa materia che ascolta le profondità del cuore, che nei dialoghi si costruisce una vulnerabilità scientifica costretta a fare i conti con il dolore, la compassione e la propria coscienza. Ma oltre a creatività e sensibilità, l’oceano di Solaris dimostra di saper interagire e interrogare l’umano: in una scena importante del lavoro, gli scienziati interrogano Harey nel desiderio di dimostrare un sua non umanità, ma la materia si ribella, ribalta l’interrogatorio, legge i loro corpi, rivela una coscienza, prende il bambino dalla culla di Sartorius e ritorna nella materia plasmatica a cui appartiene, rinunciando alla relazione umana.

Ph. Andrea Macchia

Per tenere insieme l’intero impianto dei personaggi, la linea narrativa e i contenuti, Greig ha la grande intuizione di fare dell’acqua il principio di semplificazione di uno sguardo sulla materia e lo fa introducendo variazioni sui personaggi e sugli eventi del testo di Lem: se Solaris è oceano con un moto ondoso imprevedibile, la Harey terrestre è stata una studiosa australiana di onde e di correnti oceaniche e si è suicidata estenuandosi in acqua; Sartorius perde la sua bambina in acqua per un grave incidente in una piscina; Harey offre la sua lettura del principio di non separazione perché il suo corpo, come quello umano, è principalmente acqua e si rivela, infine, materia cosciente, quando lascia la stazione spaziale volontariamente ritornando a dissolversi nell’acqua.
Per Lem si trattava di un cammino nel futuro del materiale subatomico, dei visitatori come possibili strutture neutriniche fissate da un campo magnetico, della ricerca scientifica come relazione da cercare con un mare pensante capace di «una presenza immane… nel suo silenzio potente e assoluto», del senso dell’esistenza come ricerca di un contatto con una materia fragile che pensa, si commuove e ricorda.
Forse la nostra cecità riuscirebbe a indebolirsi se accogliessimo da Solaris, per il nostro futuro, il principio di non separazione e accettassimo che il Pianeta vive, il Cosmo interagisce e la Materia sente, desidera, reagisce e sembra rispondere non tanto a una mente razionale, ma al sentire e alle logiche del cuore che si affidano al nostro intero campo fisico vibrazionale.

 

SOLARIS

adattamento per il teatro David Greig
dall’omonimo romanzo di Stanisław Lem
traduzione Monica Capuani
regia Andrea De Rosa
con (in o.a.) Sara Bertelà, Giulia Mazzarino, Federica Rosellini, Werner Waas e la partecipazione (in video) di Umberto Orsini
scena e costumi Simone Mannino
luci e fotografia Pasquale Mari
progetto sonoro G.U.P. Alcaro
video D-Wok
assistente alla regia Thea Dellavalle
assistente alle scene Giuliana Di Gregorio
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro Nazionale di Genova, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale 

filmati gentilmente concessi da ESA/NASA
si ringrazia l’European Space Agency per il materiale d’archivio 

19 dicembre 2023 | TPE Teatro Astra, Torino