ELENA SCOLARI | Per ognuno di noi ci sono oggetti trattengono che la memoria di ciò che abbiamo vissuto mentre li acquistavamo, mentre li tenevamo in mano, mentre ci giocavamo, mentre ci stavamo seduti sopra. L’oggetto, infatti, può essere anche un mobile, perché no, e in questo caso un divano, del quale la protagonista – da giovane – fa dimora. Mentre sta su quel sofà, immobile, abulica, scontenta, intorno a lei si muove il resto della famiglia: la madre, la sorella, lo zio.
La ragazza sul divano (2002) di Jon Fosse (premio Nobel per la Letteratura 2023) per la regia di Valerio Binasco ha debuttato il mese scorso al Carignano di Torino ed è stato da poco in replica al Teatro Strehler di Milano. Il regista porta in scena in Italia i testi del drammaturgo norvegese fin dal 2007, ha quindi ormai trovato una sua cifra per dare corpo alla speciale malinconia scandinava.
Questo spettacolo vede la stessa donna compresente sul palco nella sua versione giovanile, divanata, e in quella matura, più attiva ma certo non tanto più risolta: Giordana Faggiano è la fanciulla imbronciata, Pamela Villoresi la donna che oscilla tra rassegnazione e isteria a tratti. La signora in questione fa la pittrice ma dice di sè di non saper dipingere, compare in scena compiendo ampi gesti un po’ a casaccio davanti a un grande schermo sul quale, a mo’ di action painting (magari!), appaiono pennellate corrispondenti allo sbracciarsi dell’artista. Villoresi mette quel po’ di sua naturale tendenza al sorriso anche in questa figura tutt’altro che gioiosa ma nella quale si avverte, solo nell’età adulta e solo in potenza, il guizzare del colore come la tempera che esce fuori dal tubetto. In realtà quello che qui esce è lo squilibrio, il nervosismo e la rabbia per una vita che non si è saputa disegnare come la si voleva, le cui campiture sono uscite dai margini.

ph. Virginia Mongolia

In filosofia Leibniz ha introdotto il concetto di “appercezione”, che significa percepire di percepire. È una sorta di coscienza del sè che dà la sensazione precisa di accorgersi di quello che si sta vivendo. I personaggi di Fosse, forse perché creati sotto la crudele luce del nord, sembrano tutti conoscere questa condizione, sembrano conoscere la loro – immutabile – posizione nel mondo, l’autore lascia perfino pensare che la percentuale di stereotipia delle sue creature sia proprio collegata alla lettura impietosa che ognuno dei caratteri ha e dà di sè: la figlia apatica, il padre assente (Fabrizio Contri, è un marinaio, figuriamoci quanto ci si può fidare delle sue promesse), l’altra figlia (Giulia Chiaromonte) un po’ zoccola per via dello stesso padre assente, la moglie che tradisce il marito con suo fratello (lo zio delle ragazze) per solitudine e per comodità. Insomma, niente di nuovo.
La postura dei personaggi descritta poco sopra è visibile per lo stile recitativo degli interpreti, tutti con quell’aria che dice tanto lo so che fine farò. In questo la recitazione di Isabella Ferrari è particolarmente riuscita per naturalezza e per misurata distrazione; Michele Di Mauro è un amante ordinario, irrimediabilmente mediocre; Binasco recita il marito della pittrice adulta, anche lui senza particolari guizzi, prende le cose come vengono, pare non stupirsene mai, i suoi sono tentativi blandi di mostrare opinioni o preferenze.
Fosse non lascia spazio a speranze, la situazione è triste, tristissima, i costumi (di Alessio Rosati) sono sapientemente sciatti, le luci (di Nicolas Bovey) mai morbide e da questo pantano esistenziale non si uscirà. Certamente non vestiti così.

ph. Virginia Mongolia

I vestiti sono un punto su cui ci si sofferma nella scena volutamente grottesca e maldestramente equivoca in cui la ragazza incollata al divano si fa prestare gli indumenti in lattex della sorella – che li indossa per esercitare al porto – per un tuca-tuca osé con un dildo rosa shocking.
Bevono poco, però, in questo nord, quindi non c’è nemmeno quel tipo di avvilimento alcolico molto americano e che passa dallo scotch liscio, prima di far accasciare i personaggi, ebbri di insoddisfazione e disincanto. “Meglio di così non posso stare”, dice la donna/Villoresi, lei che prende un modesto prosecco, già aperto, dal frigo e tenta di fumare; ma manco le sigarette si accendono. La donna, la gonna plissettata macchiata di vernice, grossi calzettoni e niente scarpe, seduta a un tavolino sulla metà destra del palco, osserva se stessa ragazza, in mutande e maglione, sotto una coperta su quel divano che pare appiccicoso come carta moschicida: forse se si fosse alzata prima da lì sarebbe andata diversamente.
C’è un secondo piano visivo, rialzato e sul fondo, separato dall’ormai immancabile telo garza a dividere gli ambienti: la camera da letto della madre/Ferrari è un posto un po’ diverso, forse perché l’unico luogo dove qualcosa di meno scontato avrebbe potuto succedere, lì si fanno le valigie, lì si tenta di prendere decisioni che imprimano una svolta.
Quella contemporaneità fittizia tra passato e presente è l’aspetto più angosciante del lavoro, sia nella scrittura sia nella resa scenica; come in Anatomia di un suicidio in cui Lisa Ferlazzo Natoli rendeva parallele tre età e tre generazioni con continue e perfette interazioni tra un quadro e l’altro che spiegavano ciò che si vedeva accadere nei tempi futuri, qui pure c’è una grande didascalia psicanalitica messa in scena, in cui è come se vedessimo tutti i personaggi stesi su un lettino – invece che su un divano – guardare in faccia il motivo per cui le cose hanno preso quella piega.

LA RAGAZZA SUL DIVANO

di Jon Fosse
traduzione Graziella Perin
regia Valerio Binasco
con Pamela Villoresi, Valerio Binasco, Michele Di Mauro, Giordana Faggiano, Fabrizio Contri, Giulia Chiaramonte e con Isabella Ferrari
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Alessio Rosati
suono Filippo Conti
video Simone Rosset
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Biondo Palermo
in accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di Colombine Teaterförlag

Piccolo Teatro Strehler, Milano | 13 aprile 2024