LAURA BEVIONE | Nato nel 2012 dall’entusiasmo di un gruppo di teatranti torinesi, nel corso degli anni il Fringe festival ha saputo trarre fruttuosi insegnamenti da difficoltà, ingenuità, problematiche varie, riuscendo a costruirsi una matura identità, testimoniata certo dall’articolato cartellone ma anche dalla significativa presenza di operatori, non soltanto torinesi.

Teatro di prosa ma anche circo, teatro di figura, monologhi e danza, e poi musica e arti visive, spettacoli rivolti ai più piccoli ed eventi speciali. Certo la qualità non può essere uniforme e, in alcuni casi, gli spettacoli appaiono non del tutto finiti ma uno degli scopi del Fringe è proprio quello di offrire agli artisti la possibilità di saggiare la tenuta del proprio lavoro nel vivo e vivificante confronto con gli spettatori, che qui ha un carattere più informale rispetto a quanto accade nelle sale tradizionali.

Laboratorio di sperimentazione e di ripensamento della relazione con gli spettatori, l’edizione 2018 del Fringe tenta una (r)evolution – questo il filo rosso del cartellone – ossia una rivoluzione che sia anche evoluzione; il che significa che non si butta via quanto realizzato negli anni precedenti bensì di quell’esperienza si fa fondamenta per costruire una rassegna maggiormente organica e consapevole di sé.

L’evoluzione è testimoniata altresì dalla scelta di nuovi spazi – Le Musichall e il Café Müller – che coincidono con sale che hanno debuttato sulla scena cittadina proprio nel corso della stagione teatrale in corso, a segnalare una fertile volontà di diversificare le proprie proposte culturali da parte dei direttori artistici – rispettivamente Arturo Brachetti e la coppia Paolo Stratta/Caterina Mochi Sismondi.

note sul silenzio

Proprio al Café Müller – ex cinema a luci rosse a due passi dalla centralissima stazione di Porta Nuova – abbiamo visto due interessanti spettacoli, l’uno di circo contemporaneo, l’altro di teatro di figura. Note sul silenzio è il lavoro realizzato da Paolo Stratta con alcuni allievi della sua scuola Cirko Vertigo a partire da una riflessione sull’assenza di suono. Non ci sono parole né  musica ad  accompagnare le evoluzioni dei giovani e concentrati artisti, cui è implicitamente richiesto di ascoltare soltanto la propria armonia interiore e di interagire con i propri compagni ricorrendo agli altri sensi – la vista primo fra tutti ma anche il tatto, mani che toccano e “sentono” gli attrezzi. Una concentrazione muta e nondimeno “parlante”, che racconta della difficile ma infine quanto mai arricchente necessità di essere comunità.

E non ha bisogno di parole neppure Valeria Sacco, straordinaria interprete di Talita Kum, fiaba poetica e perturbante dei fiorentini Riserva Canini. Due creature solitarie e variamente “diverse”, una valigia da cui vengono estratti fantasiosi oggetti, un paio di scarpe rosse e nere, un bianco telone da teatro d’ombre… La poetica lirica e inquieta della compagnia trasporta il pubblico in una dimensione onirica e quasi espressionista, in cui Hoffmanstahl dialoga con le malinconiche creature con caschetto nero frutto della matita di Rebecca Dautremer.

talita kum 2

E la malinconia – questa volta stralunata e autoironica – attraversa anche il monologo per voce e chitarra proposto dal pisano Alberto Ierardi allo Spazio De Amicis. Il suo I comizi del fogna è un dialogo tenero e disincantato con gli spettatori – salutati e abbracciati uno per uno – cui viene implicitamente richiesto empatico ascolto ai soliloqui –  a tratti surrealisticamente sconclusionati, in altri evocativi di vicende adolescenziali personali – e alle canzoni che l’attore/cantautore esegue con la sua chitarra. In scena una sedia, una bottiglia di Peroni e un palloncino annodato a una scatola che si rivela infantile carillon con una ballerina che è irrealizzabile sogno d’amore. Correlativi oggettivi della vita sognata e di quella realmente vissuta, con la costante speranza in un futuro – cos’è? Il nome di un nuovo cocktail? – che ricompensi della fatica sofferta. Ma Ierardi è un tenero disincantato e rifugge la disperazione depressa tanto quanto il cinismo e affronta l’esistenza agganciandosi con forza a tutte quelle piccole cose – una chitarra, una birra, una carezza – che ancora riescono a ricordarci la nostra irrinunciabile umanità.

Un’umanità fragile e immedicabilmente ferita è, invece, quella incarnata dalla maestra Bianca, donna (?) infelice e insoddisfatta, sull’incerto bilico di una crisi nervosa. Il monologo Bianca come i finocchi in insalata è il caustico, disperato, grottesco grido di dolore di una creatura incapace di affermare con pienezza la propria reale identità, frutto peraltro di una scelta esistenziale non trascurabile. Un’ambiguità di genere sottilmente suggerita e soltanto al termine dello spettacolo svelata e che, nondimeno,   aggiunge appena un grado ulteriore di complessità in un ritratto mai compiacente bensì espressamente sincero di una creatura cui l’esistenza – dura e capricciosa – impedisce di essere ciò che davvero è.

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NOTE SUL SILENZIO

Di Paolo Stratta

Interpreti Quindici giovani artisti di Cirko Vertigo

Produzione Associazione Qanat Arte e Spettacolo, Torino

 

TALITA KUM

Di Marco Ferro e Valeria Sacco

Regia Marco Ferro

Disegno luci Andrea Narese

Disegno del suono Stefano De Ponti

Musiche originali Luca Mauceri, Stefano De Ponti, Eleonora Pellegrini

Interprete Valeria Sacco

Produzione CompagniaRiserva Canini, Campsirago Residenza, Festival Immagini dell’Interno, Rete Teatrale Aretina, teatro Gioco Vita, Théâtre Gérard Philippe de Frouard, Firenze

 

I COMIZI DEL FOGNA

Ideazione, musiche e interpretazione Alberto Ierardi

Regia Giorgio Vierda e Alberto Ierardi

Costumi Marta Paganelli

Luci Nicola Corsini

Produzione La Ribalta Teatro, Pisa

 

BIANCA COME I FINOCCHI IN INSALATA

Testo e regia Silvia Marchetti

Interprete Andrea Ramosi

Produzione La Compagnia del Calzino, Bologna

www.tofringe.it

Visti al Café Müller (9 maggio) e allo Spazio De Amicis (10 maggio).