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mercoledì, 16 Giugno, 2021
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Una notte in Tunisia

ELENA SCOLARI| Una produzione Teatro Franco Parenti e Gli ipocriti, messa a fuoco di Andrée Ruth Shammah, di Vitaliano Trevisan, con Alessandro Haber, Martino Duane, Pia Lanciotti e Pietro Micci. In scena al Franco Parenti fino al 10 aprile 2011.

Lo statista Bettino Craxi va in scena, racconta se stesso sullo sfondo di una Tunisia molto italiana.

“Gli italiani non amano la libertà, salgono istintivamente sul carro dei vincitori. Amano di più l’uguaglianza. O meglio l’uniformità”.

Questo una dei concetti più interessanti nel testo pieno di intelligenza scritto da Vitaliano Trevisan, ispiratosi al libro “Route Al Fawara, Hammamet” di Bobo Craxi.

E’ suo padre Bettino a pronunciare questa frase, in scena, e Alessandro Haber a darle voce. Un Haber che rapisce l’attenzione fin dal suo ingresso sul palco e non molla più lo spettatore fino alla fine dello spettacolo.

In Una notte in Tunisia Craxi è seduto alla sua grande scrivania, una scrivania di un legno povero, povero come la sua condizione di statista risultato alla fine perdente ma non disposto a perdere anche l’uditorio. Craxi/Haber legge se stesso in un unico lungo discorso, con tanto di fogli alla mano, come in una concione politica, parla rivolto ai suoi unici ascoltatori, i parenti che l’hanno seguito ad Hammamet dopo lo scoppio di Tangentopoli nel 1992, come ad astanti di un comizio.

L’ascoltatore privilegiato è però il veneto Cecchin (un sorprendente Pietro Micci), il portiere di notte dell’Hotel Raphael di Milano che Craxi si è portato in Tunisia come confidente, servo per niente sciocco del padrone, domestico che sogna di fare lo scrittore  e che, in quanto portiere d’albergo, non ha visto e non ha sentito molte cose interessanti sulla storia italiana.

Cecchin è il personaggio d’invenzione meglio riuscito, e il suo rapporto con Craxi il più perfettamente teatrale: descrive le azioni in terza persona come una sceneggiatura vivente, è imperturbabile ma permaloso come tutti i veneti, e scambia con lo statista brevi e impagabili battute.

Il testo di Trevisan è ben scritto, profondo, cinico, Haber è un Craxi sprezzante nel descrivere “il popolo” degli italiani e il loro opportunismo. Nei giornali italiani si trovano dichiarazioni aggressive di chi aveva ricevuto denaro o vantaggi: “…di qui sono passati tutti, registi, attori, per una fiction, per la direzione di un teatro Stabile, tutti”.

Il politico è divorato dalla malattia e descrive l’Italia e il suo sistema corrotto come un corpo nel quale le cellule malate si diffondono come metastasi annientando il sistema stesso. L’uomo però possiede un tale carisma e una personalità così forte da schiacciare chi gli sta intorno anche in questa condizione ormai rovinosa, tutti continuano ad obbedirgli.

Meno convincenti del duo Craxi/Cecchin sono i personaggi della moglie (Pia Lanciotti) e del fratello (Martino Duane), privi di ironia e indecisi tra noia, rabbia, dolore e senso pratico. L’assurdo piano della moglie di far rientrare il marito in Italia sotto mentite spoglie e il ruolo simbolico del fratello non sono in tono con la lucidità rigorosa del discorso del protagonista.

“Marcire in vita è terribile”, questo dice il Bettino Craxi in declino, “morto io sarà morta anche la politica”.

In un incubo il politico racconta di assistere al proprio funerale, si vede nella bara con gli occhi sbarrati e chiede a gran voce due monete per coprirgli gli occhi, gli zecchini del contrappasso. E noi forse capiamo a quali monetine sta pensando.

Uno spettacolo acuto, ricco di disincanto e Haber è bravissimo a restituire l’energico e tracotante coraggio di quel discorso storico alla Camera, che nessun altro avrebbe potuto fare.

Consorzio Ubusettete: Daniele Timpano, Elvira Frosini, Dario Aggioli, Fabio Franceschelli

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Videointervista a cura di Andrea Ciommiento

Questo pitone non stritola

ELENA SCOLARI| 18 mila giorni – Con Giuseppe Battiston e Gianmaria Testa, testo di Andrea Bajani, regia di Alfonso Santagata, una produzione Fuorivia e Teatro Stabile di Torino, in scena al Teatro Elfo Puccini fino al 27 Marzo.

Uno spettacolo sui disoccupati di mezza età, che non rende loro giustizia. Come si fa a rendere mediocre uno spettacolo interpretato da uno dei migliori attori italiani sulla scena  – Giuseppe Battiston –  da un bravo cantautore come Gianmaria Testa e diretto da un onesto regista? Con un testo superficiale e troppo, troppo qualunquista.

18mila giorni fanno 50 anni, 50 anni è l’età del protagonista, che perde il lavoro e vede vincitore il suo collega arrivista, il pitone, appunto. Già da questa premessa è difficile sentirsi travolti da una folata di originalità, ma tutti i temi possono essere ben trattati e l’importante è il risultato. Ahinoi, lo svolgimento non ci consola: l’uomo licenziato è stato anche lasciato dalla moglie che si è portata via il figlio Tommaso, si trova quindi in casa, senza mobili, solo, in mezzo ai mucchietti di vestiti, unico elemento di vita rimasto. Il citofono suona ma è solo pubblicità.

Battiston ce la mette tutta, usa le sue numerose capacità recitative per dare sostanza a quello che dice, cambia stile per rendere la vicenda coinvolgente, ma non è sufficiente.

Le belle luci di Andrea Violato creano effetti visivi molto più sorprendenti del “corpus” dello spettacolo, che dovrebbe stare proprio nell’originalità del testo, di Andrea Bajani, vincitore di alcuni premi letterari (altra prova della vanità dei premi, soprattutto quelli letterari?).

Veniamo a Gianmaria Testa: il suo personaggio è una specie di angelo custode del protagonista, compare per lo più dietro un velo a fondo palco, inserendosi nell’azione con la sua voce roca di ex ferroviere, le sue canzoni delicate e spesso con testi attenti e non banali, imbracciando la chitarra ascolta le lamentele del disoccupato, le sue invettive (contro i supermercati e chi si riempie il carrello di merci in offerta, altro schiaffo inaspettato) e gli dà qualche pacato consiglio, affettuoso.

C’è anche il tentativo di inserire un brano storico, sul padre del protagonista, che stava in trincea durante la guerra mondiale e rimaneva immobile per salvarsi fingendosi morto in mezzo a cadaveri veri, si fa una similitudine azzardata per sostenere che anche oggi, il trucco è fingersi morti, “perché così non sentirai più niente”.

Insomma, questo spettacolo vorrebbe essere una denuncia delle condizioni umane e professionali di chi perde il lavoro a cinquant’anni, tema legittimo, che si può ritenere più o meno appassionante ma che può senz’altro essere infinita fonte emotiva. Purtroppo invece Il pitone non denuncia alcunchè, le riflessioni del protagonista sono banali e non trasmettono ne’ vera delusione ne’ vera rabbia. Non emoziona perché non c’è approfondimento del personaggio, non capiamo perché la moglie lo ha lasciato (solo perché ha perso il lavoro? ma allora vale uno spettacolo?), non capiamo bene neanche il perché del licenziamento, magari non essenziale, ma così Battiston è buttato sul palco e si deve inventare il personaggio, cerca di farlo al meglio ma è poco aiutato da una scrittura povera, troppo confusa per il tema che vuole trattare.

Ci rammarichiamo per un Battiston gioiello al quale si impedisce di scintillare e per un’opportunità preziosa sottosfruttata.

Buon compleanno Artefatti: Fabrizio Arcuri, Matteo Angius e Gabriele Benedetti

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Videointervista a cura di Andrea Ciommiento

Non abbiate lo scandalo facile

ELENA SCOLARI| Orgia, di Pierpaolo Pasolini, produzione Teatro Outoff, è in scena fino al 27 Marzo, regia Fabio Sonzogni, con Sara Bertelà, Silvia Pernarella, Fabio Sonzogni. Il testo di Pasolini colpisce ancora oggi nonostante l’assuefazione agli eccessi.Pasolini ancora ci sveglia e ri-sveglia dal torpore e indebolisce l’effetto dell’etere che quotidianamente anestetizza le nostre reazioni alle brutture del mondo. Menomale.

La sensazione di sgradevolezza che si prova nell’ascoltare parole ancora oggi (il testo è del 1966) tanto taglienti e crudeli dà la prova rasserenante di essere ancora sensibili.

La messinscena di Fabio Sonzogni per Orgia è senz’altro efficace nel rendere il fastidio, l’aria pesante di infelicità e il cupio dissolvi dei personaggi, ma non solo dei personaggi: di archetipi di uomini e donne vuoti e insoddisfatti, che si vogliono annullare fino a compiere gli atti più bestiali.

Sonzogni è in scena, e restituisce, anche se con una recitazione forse non abbastanza carnale, la disillusione, incompiuta anche quella, di un uomo borghese di mezza età che vorrebbe vivere con la moglie l’orgia preparatoria al sacrificio. Emozionante in questo ruolo è Sara Bertelà, perfetta miscela di purezza e squallore, rabbia, lucidità e sudditanza.

La scenografia è minima, fatta di pochi mobili ricoperti con nastro marrone, il tutto risulta fangoso, ci ricorda il colore delle sabbie mobili dalle quali i protagonisti non riescono a sollevarsi, nemmeno con la negativa vitalità dei loro atti.

Difficile ritrovare una trama in un testo così poco teatrale quanto a quota narrativa ma così forte sulla scena grazie ad una parola sempre “chirurgica” e incisiva.

Il teatro di parola evocato da Pasolini e da lui definito “antico e innovatore” è qui realizzato in maniera essenziale, lasciando anche la inevitabile staticità di un teatro la cui sostanza è nel senso del detto e non del fatto. Lo sconvolgimento e l’emozione stanno nella violenta ventata di quello che gli attori pronunciano, gridano, in “una lingua che non distingue più tra morte e vita”. Ed è proprio qui il nocciolo di Orgia: un punto emotivo di così alta saturazione e disgusto verso il mondo, le persone, verso l’amore e i sentimenti da non vedere più il confine con tutto ciò che invece rappresenta la morte e l’autoinfliggersi di offese e lacerazioni, nel corpo e nell’anima.

Nemmeno la gioventù è fatta salva da questa melma vischiosa: nella ragazza-prostituta impersonata da Silvia Pernarella, volutamente svampita, si mostra una certa leggerezza, incomsapevole, che sembrerebbe una via di fuga, ma è solo simbolo di una vacuità a cui ci si può abituare fin da piccoli. Il tentativo dell’uomo di soverchiarla gli servirà solo per avere conferma dell’ossessione della figura materna, del potere femminile sulla forza fisica maschile.

La speranza dei due coniugi è di eseguire un rito che li liberi, ma l’Orgia del marito che osserva la moglie presa da più uomini, lo stereotipo della banda di giovinastri, altra frequente ossessione dell’autore, non avrà alcun esito di alleggerimento.

Lo spettacolo soffre talvolta di qualche pudore nel rappresentare la nauseante cattiveria delle parole, prive di reale cinismo e piene di volontà salvifica verso l’umanità. Addirittura con qualche opinabile ingenuità verso la certezza positiva di un ritorno al mondo contadino, che, per quanto “genuino” non era certo basato sulle sottigliezze umane e le distinzioni che Pasolini rappresenta con la sua opera.

Il testo di Pasolini è un avvertimento a non addormentarsi, a non ritrovarsi sommersi dallo squallore e alle nequizie quando è troppo tardi. Un allarme a scandalizzarsi quando è il caso, e prima che ci sembri inutile.

La montagna disincantata

ELENA SCOLARI|  Il primo di quattro fratelli, Ennio (uno stralunato Stefano Tosoni), entra in scena nel buio, con un pila e illumina nel silenzio alcuni barattoli di vetro. Dalle sue prime parole, pronunciate con evidente accento veneto, capiamo che si tratta di funghi, da lui raccolti con una passione micologica tra l’autistico e il tassonomico.
Conosciamo il resto della famiglia da flash di conversazioni incorniciati da luci curate e volutamente algide. Bertilla (Marta Dalla Via) e Alberto (Diego Dalla Via) si trovano su una sciovia, vestiti di tutto punto da sciatori, e dialogano a volo d’uccello sulla stupidità dei turisti che scorrono sotto di loro, sulla inveterata abitudine veneta ad ubriacarsi, sui luoghi comuni legati alla montagna. Bertilla rivendica un desiderio di normalità con tanto di bomboniere e l’aggressivo Alberto vuole smascherare una facciata di apparente veneta felicità. Nel frattempo Elsa, la quarta sorella (Laura Graziosi), si occupa di mantenere in attività l’albergo di famiglia, col problema di una caldaia bloccata che provoca freddo anche nella testa.
Piccolo mondo alpino è lo spettacolo vincitore del premio Kantor 2010. Marta Dalla Via (autrice del testo insieme al fratello Diego) si è fatta conoscere con Veneti fair, brillante galleria di personaggi-stereotipo del Nordest produttivo, cinico e dedito al rito dello spritz, qui l’attrice mostrava una verve comica travolgente, fresca, supportata da un testo accattivante. Con Piccolo mondo alpino l’intenzione è invece di fare un passo oltre, non limitarsi alla derisione e alla parodia ma rendere la tragicità di un microcosmo chiuso in una palla di vetro con la neve che scende, che sembra perfetto ma nasconde una superficialità malata e insoddisfatta. Tutto ciò rimane però, appunto, un’intenzione. Si intuisce questa volontà  che non è però tradotta teatralmente: i personaggi non hanno la profondità necessaria a rendere credibile l’aspetto “oscuro” di una vita finta e il testo, un po’ slegato, si avvia su un sentiero di iperrealismo visionario che vorrebbe essere simbolico ma non giunge al giusto grado di surrealtà.
L’atmosfera della scena è rarefatta, costruita in modo attento, la regia è presente, si vede un’attenzione al dettaglio apprezzabile, ma la volontà di mostrare un ritratto crudele del mondo della montagna veneta è penalizzata  da un’eccessiva frammentazione drammaturgica.
Appoggiamo comunque l’aiuto alla produzione di spettacoli che, come questo, sperimentino vie erte ma stimolanti, e che riflettano sulle condizioni attuali di una realtà regionale sfaccettata come quella veneta e proprio per questo interessante.
 
Di Marta Dalla Via e Diego Dalla Via, con Marta Dalla Via, Diego Dalla Via, Laura Graziosi e Stefano Tosoni, vincitore del premio Kantor 2010
Fino al 13 marzo 2011 presso CRT Salone, via Ulisse Dini 7 Milano

Le camicie sbiadite

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ELENA SCOLARI| Al Teatro Verdi di Milano in scena uno degli spettacoli realizzati per il 150° dell’Unità d’Italia: Le camicie di Garibaldi, testo e regia di Renata Coluccini, prodotto da Teatro del Buratto. Fino al 13 Marzo.

Camicie rosso fragola, camicie rosso ciliegia, camicie rosso fuoco, rosso sangue. Le vediamo svolazzare fin dall’inizio dello spettacolo, come tanti sipari che si aprono a lasciar vedere La Storia. La storia di Garibaldi e dei Mille raccontata da quattro donne: quattro camiciaie che lavano, stendono, cuciono le divise e intanto chiaccherano, spettegolano di giovani belli e coraggiosi e rievocano avvenimenti legati alle imprese dei garibaldini.

Renata Coluccini, regista e autrice del testo, è in scena a impersonare l’unica figura realmente esistita, Antonietta di Pace, donna della borghesia impegnata politicamente per l’Unità d’Italia, il personaggio fa da raccordo tra il quartetto femminile, affiatato ma chiuso, e il subbuglio del mondo esterno, è infatti l’unica ad incontrare “il generale” durante il tempo dello spettacolo. Antonietta è pugliese di origine ma napoletana di adozione, Angiola (Clara terranova) è toscana, Caterina (una frizzante Benedetta Brambilla) è di Genova e la più anziana Michela (Jolanda Cappi) è la donna lombarda, a simboleggiare una rappresentanza delle regioni italiane.

Tutte e quattro parlano i dialetti delle loro terre, e questo è il principale problema dello spettacolo: nessuna delle attrici -tranne la Cappi- è davvero credibile nel recitare in una lingua che non è quella di appartenenza, questo crea una distanza tra la parola e il significato di ciò che viene detto.

In una scenografia (di Marco Muzzolon) semplice ma “calda”, fatta di fili per i panni, di secchi, di ceste e di decine di sgargianti camicie rosse, i racconti delle quattro donne non riescono a rendere con altrettanto calore la forza drammatica dei fatti. Fatti sempre e solamente narrati, la cui vitalità è smorzata dalle poche azioni sceniche.

Ne Le camicie di Garibaldi ci sono tante buone idee (molte più che in tanti spettacoli studiati a tavolino per un pubblico scolastico), ma non hanno il giusto respiro per essere veramente convincenti.

La scelta di creare un contesto tutto femminile è interessante, è giusto dare spazio alle donne che hanno attivamente partecipato ai moti ma non sono finite sui libri, la regista avrebbe però potuto osare di più: Renata Coluccini, la più carismatica delle quattro attrici, chiude lo spettacolo ascoltando la voce fuori campo del Generale, unico intervento maschile, che pronuncia il discorso del ritorno da Teano, peccato aver lasciato a lui l’ultima parola.

TRE CAMERE CON VISTA

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Vedere questa Trilogia significa essere tre volte assorbiti da pezzi di vita.
Lo spettacolo si compone di tre singoli capitoli, autonomi ma legati fra loro dal fuoco su persone ai margini, persone accomunate da tre diversi modi di “non vedere”, simbolici. Tre sono anche i temi centrali di ognuno dei pezzi: povertà, malattia e vecchiaia, argomenti saldamente uniti dal filo poetico che si ritrova forte in tutto il lavoro.
Il mozzo “ ‘o Spicchiato” di Acquasanta sa vedere solo il mare e non la terraferma, che non ama e non conosce. Simone, ne Il castello della Zisa, vive in un incanto immobile e non vede chi e cosa gli succede intorno. I due vecchi de I ballarini vedono solo il loro passato.
Nel primo capitolo, Acquasanta, con le nostre lenti di spettatori, vediamo un mozzo straccione sulla scena, occhialuto, sulla prua di una nave immaginaria. E’ stato lasciato a terra, nel mondo fermo, e il suo modo di vedere gli suggerisce di inscenare una tempesta, nella quale mostra il buffo coraggio di marinaio esperto, e ci stordisce con un’agitata danza tra le voci del capitano e della ciurma che dall’età di 15 anni sono state la sua unica realtà. Sopra di lui un piccolo firmamento di timer da cucina che ticchettano il tempo del ricordo.
L’attore, il bravo Carmine Maringola è legato a tre ancore sospese su una struttura metallica che rovesciano l’alto e il basso di cielo e acqua.
Come un burattino il mozzo è mosso dalla passione sfrenata per le onde e al tempo stesso tira i fili dei personaggi cui dà vita. Ci racconta le meraviglie che ha visto in mare: o’ pesce palla ca dintra d’isso teneva futuro e passato, il polpo arlecchino coi tentacoli ‘i tutti i colori e n’iceberg, ca si scioglieva in lacrime di cristallo dint’all’abisso
‘O Spicchiato canta Maruzzella a squarciagola sulla prua della nave ideale, e la dedica al suo grande amore: il mare. E per non lasciarlo mai si trasformerà in una statua, come una polena.
C’è un po’ di ripetitività nei movimenti del protagonista, un po’ Pulcinella un po’ Totò, una certa insistenza nel continuo balletto tra i personaggi.
Ma c’è tanta poesia.  Quanta ce n’è nel mare.
Anche ne Il castello della Zisa, capitolo dedicato alla malattia, c’è un problema di vista: Simone (Onofrio Zummo), nel suo pigiama azzurro pieno di buchi, è immobile. Sta seduto sopra una seggiola, indifferente a qualsiasi stimolo esterno, anche il più strano. Non vede al di fuori dei suoi sogni.
E’ curato, accudito, lavato, da due suore (Claudia Benassi e Stéphanie Taillandier) che non ci parlano ma comunicano fra loro in un continuo e concitato sussurro volutamente inintelligibile e perfettamente in sincronia. Le due attrici si muovono all’unisono con la perfezione di una partitura fatta per i corpi.
Mentre una luce di taglio illumina quattro croci bianche che pendono dall’alto, ognuna appesa ad un nastro ritorto, che si srotolano rapidissime, girando vorticose come ali di colibrì, Simone improvvisamente si sveglia e assistiamo al suo ritorno alla vita. Dalle poche parole di questo racconto capiamo che si è “incantato” quando l’hanno spodestato dal suo quartiere, la Zisa. Lì difendeva il castello e proteggeva le principesse con maschere di drago.
Il risveglio di Simone è gioioso, vitale, incontenibile, confuso, ironico e anche doloroso, sentiamo il suo urlo eccitato fino a quando la melodia di due bambole rosse che girano piano su loro stesse lo riporta dentro al suo sonno.
La lentezza del sonno è la stessa della vecchiaia, tema dell’ultimo pezzo teatrale, I ballarini, forse il più compiuto dei tre.
Una coppia di vecchi, lui alto e magro, lei bassa e curva, festeggiano un capodanno con la ridicola tristezza di un unico piccolo petardo e di una trombetta colorata. Si ride molto in questa scena, i tempi comici di Elena Borgogni e Sabino Civilleri sono ben misurati.
Come per le prime due parti, anche qui i ritmi sono alternati: si parte piano, tra i gesti quotidiani di una vita comune, colpi di tosse, pillole da prendere e poi lei si avvicina ad un baule, unico oggetto in scena, in cerca di vecchi oggetti, e trova un carillon, che suona una musica ricordo di gioventù.  Da qui, i due ripercorrono, senza parlare, la loro vita a ritroso, ballando a perdifiato sulle mille musiche del loro passato (Il ballo del mattone, Fatti mandare dalla mamma, I vatussi…), si spogliano un po’ per volta dei loro abiti da anziani per rivestire i leggeri prendisole di ragazza e le sgargianti camicie da giovinotto, fino al velo da sposa. La donna, poi, finita la musica, lo ripone nel baule, riprende la lentezza e la maschera della vecchiaia e mentre il marito scompare lei rimane sola. Seduta su quel baule.
C’è malinconia nel finale, ma la vita dei due “ballarini” è stata la più musicale, la più ricca, la più divertente.
Emma Dante stavolta ha abbandonato i temi foschi delle violenze familiari, la cupezza cruda della vita sopraffatta dal bisogno. Si sente prepotente la forza dei corpi, in questo spettacolo, che diventano strumento vivo e spontaneo di narrazione.
La poesia del corpo si è vista anche nell’emozione un po’ tremebonda della Dante, uscita sul palco a ringraziare pubblicamente Sisto Dalla Palma, figura tanto importante per la sua carriera.
Nella Trilogia la regista siciliana ha messo vita, allegria, forza. Poche parole. E molti sogni.

Sabina Guzzanti (Draquila/L'Italia che trema)

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Videointervista a cura di Andrea Ciommiento

"La paura siCura", regia di Gabriele Vacis

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Videointervista a cura di Andrea Ciommiento

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