bresson mostraMARIA CRISTINA SERRA | La pesantezza e l’opacità dell’esistenza si ammantano di leggerezza nelle fotografie di Cartier-Bresson: la luce disegna con armonia, semplicità, senso delle proporzioni, la durezza della realtà con tratti di lieve lirismo. Ogni sua immagine si presta ad infinite riletture e divagazioni; ogni misurato contrasto di chiaroscuro definisce e ritaglia con rigore pittorico le sue composizioni. Ogni disordine e imperfezione della realtà ritrova equilibrio e ricomposizione nella sua arte, costruita sull’essenzialità e l’immediatezza, in una visione di perfetto equilibrio geometrico tra forma e sostanza. Un allineamento meraviglioso di occhio, cuore, cervello, che al centro pone sempre “il soggetto” nel suo significato più profondo, interiore ed esteriore. ”La fotografia”, scriveva, “è per me l’impulso spontaneo di un’attenzione visiva, perpetua, che capta l’istante e la sua eternità”, registrando in una frazione di secondo “l’emozione procurata dal soggetto e la sua bellezza formale, cioè una geometria svelata da quello che ci si offre”. Il maestro, cattura l’attimo splendente e fuggente per l’eternità, dando senso e concretezza alle sue visioni, grazie alla sua Leica sempre a tracolla, “occhio che l’occhio ignora, poesia dello sguardo”, intuisce Roberto Matta.

La significativa mostra “Henri Cartier-Bresson. Immagini e parole”, ospitata (fino al 6 maggio) a Palazzo Incontro, luogo ideale di sosta al riparo dagli affanni cittadini, spaziando fra le accoglienti sale della libreria-caffetteria, si presta ad essere sfogliata come uno speciale album del Novecento, con i fermo-immagini illuminati dalle parole dei tanti “compagni di strada”, artisti, scrittori, registi, fotografi, che hanno intrecciato con il maestro affinità elettive, occasionali o durature, sollecitandoci riflessioni a catena. La fotografia è “un corpo a corpo con la vita”, diceva HCB, una frase che ci accompagna lungo il percorso, un piacere dei sensi e una condivisione dell’anima, che richiede tempi lenti, distanze giuste fra noi stessi e il mondo, per essere assaporata in pienezza, come attimi di felicità inaspettati. Ogni ritratto umano è un racconto pieno di enigmi in cui ritrovare somiglianze, atmosfere, continuità di sentimenti. Per Emile Cioran, filosofo che procedeva per dubbi e amava “i pensatori che evocano dei vulcani raffreddati”, HCB è una “meravigliosa anomalia”, un uomo che ha consacrato la propria vita a “penetrare il segreto degli esseri e delle cose, adorando la loro apparenza inquietante”.

Il volto anonimo del venditore di mele, colto nell’improvviso momento di stanchezza, il capo reclinato in una coincidenza di linee, con il braccio piegato a raccoglierlo, sullo sfondo scuro un profilo disegnato col gessetto. La casualità della vita rivela qui la sua specularità e “la meravigliosa anomalia”, secondo Cioran. L’Oriente, più vissuto che attraversato, la Spagna, dilaniata dalla Guerra civile, la liberazione di Parigi, i campi profughi nella Germania del dopoguerra, il passaggio dalla Cina feudale a quella comunista, la realtà dell’Unione sovietica, i vicoli scalcinati all’ombra dei grattacieli in una New York a luci spente, ci indicano il sentiero da seguire per comprendere la Storia recente con gli occhi del nostro presente. Le donne indiane di spalle, avvolte nei loro drappeggi, mentre scrutano l’orizzonte denso di nubi gonfie, che scorre parallelo alla desolata pianura sottostante “hanno la stessa attitudine, volumetria e nobiltà delle donne dipinte da Giotto nell’Incontro della porta d’oro”, secondo Jean Clair. Le loro braccia alzate in preghiera sono un antico rituale intriso di sacralità e umile bellezza, a legittimare “la leggerezza del mondo e a svelare un tesoro di ricordi”.

I bambini ripresi fra i detriti nella cornice sventrata di un muro a Siviglia, nel 1933, “che giocano ad una guerra che ancora non conoscono”, ma che con tre anni di anticipo appare verosimile, è “una vera premonizione” osserva Leonardo Sciascia, “la capacità di cogliere in una sola fotografia la sintesi di una particolare condizione umana”.

La celebre foto dell’interrogatorio della Kapò a Dessau, nel ’45, scava nell’orrore del Male e ispira la difficile riflessione alla scrittrice Danielle Sallenave: “anche se la natura del crimine esclude il colpevole dall’umanità è attraverso il perdono che i suoi giudici riescono a tenercelo”. Il poeta Alain Jouffroy nota il vecchio eunuco, raggrinzito come un “fantasma della Storia”, che si staglia contro l’illuminata muraglia della città proibita di Pechino: una foto toccante di valore documentario, in cui tutto è espresso con autentica delicatezza e perfetta sinfonia di opposti, dentro uno spazio vuoto che si riempie con la geometrica presenza delle ombre umane. Il fascino decadente di New York è stretto fra geometrie di scuro cemento e prospettive rigorosamente stabilite. Uno spicchio di cielo investe di luce un uomo seduto per terra in compagnia di un gatto. “Il nostro occhio deve costantemente misurare, valutare, perché un soggetto appaia in tutta la sua intensità, i rapporti di forma devono essere rigorosi”, spiegava HCB: adattarsi alla composizione e saper riconoscere nella realtà “il ritmo delle superfici, le linee, i valori, l’equilibrio espressivo nel movimento”. Lo storico Eric Hobsbawn intravede in un gorgo di acqua lucente ogni forma possibile della nostra immaginazione. C’è l’attitudine “unica di Henri a cogliere in modo intuitivo l’istante esatto”.

Alberto Giacometti possiede “un intelletto al servizio della sensibilità, è un amico e basta”, ricordava il grande fotografo. E il ritratto che ne fa, ricurvo, l’impermeabile sollevato sul capo, mentre attraversa a Parigi Rue d’Alésia sotto la pioggia, che rende cangiante il tracciato pedonale, è un capolavoro di istantanea: “non serve riflettere, ma avere lume di naso, compasso nell’occhio, e la grande foto si offre spontaneamente”. Come un “obiettivo ben temperato”, mai sconfinante nel pittoresco o nel sentimentale, scrive Ferdinando Scianna. La madre messicana che regge il suo bimbo al collo, proteggendolo con un velo, “non rinuncia alla propria fiera individualità di donna: quel velo protegge anche noi dal ricatto della retorica”.

Il paesaggio di una “città ideale” è la foto dell’Aquila del ’52, “magnifica realtà artistica”, sintetizza Gae Aulenti. “Rigore e infallibilità dell’inquadratura”, ma anche umorismo, pur se a volte lui “ostenta un atteggiamento da Principe senza sorriso”, ironizza il grande maestro della fotografia umanista Robert Doisneau. “La nostra amicizia si perde nella notte dei tempi”, gli fa eco HCB: “la sua grande bontà resterà per sempre impressa nella sua opera”. Intrisa di tenerezza è una delle sue ultime foto, scattata nel 1988 a Isle-Sur Sorgue, composta come una tela impressionista.

Nell’acqua leggermente increspata si riflettono i platani in fila regolare, mentre un’anatra all’angolo di un rettangolo di luce attira la sua attenzione: “Bisogna sempre fare il punto del proprio lavoro ogni giorno, per sapere dove si è arrivati. Bene io sono qui…”.

Un veloce percorso nella mostra con lo sguardo di Massimo de Pascale

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