ANDREA ZANGARI | «Se questo fosse un testo di teatro…». Chissà se il folgorante incipit è bastato ad Antonio Tagliarini e Daria Deflorian per raccogliere le sfida. Chissà se lo stesso Èdouard Louis non avesse già in mente di adattare il suo ultimo testo per il teatro (non ci stupirebbe: da poche settimane Thomas Ostermeier ha portato in scena Storia della violenza, il penultimo lavoro dello scrittore francese). Chi ha ucciso mio padre, d’altro canto, non è proprio un romanzo. La sua forma breve e l’invettiva politica ne fanno una sorta di pamphlet; la composizione per paragrafi, lunghi poco più che una manciata di respiri, avvicina la scrittura al parlato. Ogni paragrafo una scena, un ricordo: il montaggio è così semplice e lineare che si intravede facilmente un copione.

Édouard Louis

Dopo Farla finita con Eddy Bellegueule (2014) e Storia della violenza (2016), Chi ha ucciso mio padre è un altro affondo autobiografico. Il giovane scrittore torna al cospetto del padre che non vede da quando, quindicenne, abbandonò il piccolo paese nel nord della Francia alla volta di Parigi. Via da un’adolescenza di discriminazione e violenza da piccola provincia omofoba e xenofoba quanto lo stesso padre. Ora i due sono lì, «a qualche metro di distanza uno dall’altro in un grande spazio, vasto e vuoto». È lo spazio indefinito e unilaterale della pagina, che può riprodursi nelle infinite stanze emotive di chi legge, ovunque risuoni un passato di estraneità così profonda rispetto al proprio nucleo famigliare (un’audience presumibilmente vasta). Spazio indefinito, perché la scrittura-memoria è libera di abbracciare in varia misura meccanismi fictionari, dei quali, anzi, non può fare a meno (la vita scritta è sempre una vita non nostra, per parafrasare Emmanuel Carrère). Spazio unilaterale, perché quell’incontro è mentale, è incontro con un’assenza, che pure si fa presenza nel lettore. Louis lo sa: «Il fatto che sia solo il figlio a parlare è una cosa violenta per entrambi: il padre non può raccontare la sua vita e il figlio vorrebbe una risposta che non otterrà mai». Non che questo incontro non sia avvenuto davvero. Dopo il primo successo letterario, Bellegueule si mette in contatto con il figlio, che intanto ha cambiato nome. Nel genitore, abbandonato anche dalla moglie, nel suo corpo di operaio invecchiato e offeso da un grave infortunio in fabbrica, si fanno largo stima e interesse per il figlio. Qualcosa è cambiato, perché? Un punto di vista impensato, un’inattesa vicinanza che per Louis è l’ennesima occasione per osservare, quasi simboleggiata nel corpo ingiuriato del padre, l’identità politica di un Paese sempre più a destra. Una Francia rassegnata, ben oltre il tramonto delle ideologie, a rifugiarsi nelle retoriche identitarie. Chi ha ucciso mio padre ha dunque questa qualità spaziale: è un dramma della distanza che cambia, sul trovare un punto di osservazione diverso.

Foto Luca Del Pia

È principalmente questa dinamica nello (e dello) spazio che lo spettacolo di Deflorian e Tagliarini indaga. E mentre a Modena va in scena la prima al Teatro delle Passioni, a Bologna, nelle stesse ore, assistevamo ad Architecture di Pascal Rambert: altre parole scoccate verso una paternità che vorrebbe manifestarsi come ordine del mondo, principio di castrazione, cruda distanza psichica e fisica dalla propria prole. Padri che non sanno ascoltare, non sanno accarezzare (sembrano peraltro i due volti sociali di una stessa medaglia, da un lato l’haute société, dall’altro la classe operaia). Ma gli esiti, così come i linguaggi, sono quanto mai diversi e, proprio per questo, l’edizione interrotta di VIE Festival ci ha regalato una validissima panoramica su come vanno le cose Oltralpe, fra teatro e politica. Neanche a dirlo: così vicini, così lontani. Riusciremmo ad immaginare nel nostro Paese uno scrittore ventottenne affermato a livello internazionale, riconosciuto in ambito accademico, autore di tre bestseller celebrati per qualità della scrittura e acutezza sociologica? No, e forse se Chi ha ucciso mio padre fosse stato scritto in Italia, sarebbe stato tacciato di populismo, snobbato in quanto j’accuse rivolto alla politica in blocco, definita come «la distinzione tra le popolazioni a cui è riservata una vita fatta di sostegno, incoraggiamento, protezione e quelle che invece sono esposte alla morte, alla persecuzione, all’omicidio». Tanto più se la recriminazione verso il padre si trasfigura in perdono, attraverso il racconto ma anche attraverso una finale presa di coscienza da parte del genitore. Il reazionario elettore del Front National è d’accordo con l’attivista LGBT di estrema sinistra. Lettori superficiali vedono agitarsi le livree fosforescenti dei gilet gialli, il qualunquismo alle porte. Perché Louis cerca di indicare, insieme a intellettuali della sua generazione come l’amico sociologo Geoffroy De Lagasnerie, come il mondo sia diviso in dominanti e dominati, e che fra questi, oltre alle note minoranze, vi siano pure le classi medio-basse che guardano in massa ai populismi.

Foto Luca Del Pia

Certo è che questa visione trenchant pare lontana dal linguaggio cui Deflorian e Tagliarini ci hanno abituati, dalla loro scrittura fatta di velature, dalle loro scene pulviscolari che non puntano mai lo sguardo verso la cosa in sé, ma la fanno pulsare nella scatola oscura della scena testandone i vari livelli di luminosità. Louis invece afferma di sapere chi sono i colpevoli della morte del padre, e punta il dito con un elenco di nomi: «Hollande, Valls, El Khomri, Hirsh, Sarkozy, Macron, Bertrand, Chirac. La storia della tua sofferenza ha nomi e cognomi. La storia della tua vita è la storia di queste persone che si sono succedute per abbatterti. La storia del tuo corpo è la storia di questi nomi che si sono succeduti per distruggerlo. La storia del tuo corpo accusa la storia politica».
La volontà di misurarsi con tale ruvidezza ideologica stupisce ancor più se ricordiamo che è la prima drammaturgia allogena che Deflorian-Tagliarini portano in scena. La riduzione, peraltro, non mostra stravolgimenti rispetto alla traduzione di Annalisa Romani edita da Bompiani. Tuttavia, è proprio l’alta fedeltà al testo che permette di misurare la qualità della drammaturgia scenica, della regia fatta di raccordi sottili fra le immagini implicite della scrittura, dell’interpretazione a sottrarre di Francesco Alberici. È l’attore stesso il perno di quei raccordi fra immagini, quadri rammemorati di claustrofobia famigliare, in cui il racconto si articola. Con la sua consueta gestualità misurata, appena impacciata, e l’impronta colloquiale, Alberici traccia un piano della memoria che è raffinato scandaglio psichico, come un’impalpabile nebbia in cui si aggira, alternando il dialogo diretto con il pubblico ad un’apostrofe nel vuoto, sagoma del padre assente. Come se l’emozione si assestasse a distanza di sicurezza dalla ferita adolescenziale, ma abbastanza in prossimità per una soffusa nostalgia che non scade mai in patetismo. Lì dove ci si discosta da questo piano medio, sorta di tono su tono recitativo, è proprio nelle parti aggiunte, agite come moti di rabbia in assenza di testo.

Chi ha ucciso mio padre inizia coi colpi sordi che Alberici sferra ai sacchi neri ammucchiati sulla tre quarti della profonda scena del Teatro delle Passioni. Calciati, lanciati e sventrati, i sacchi vomitano i ninnoli evocati del racconto, ricordi colorati in contrasto con la tavolozza scura della scena. Fra questi il VHS di Titanic, regalo di compleanno chiesto da Eddy al padre: «Mi hai risposto che era un film da femmine e che non erano questi i regali da desiderare […] Se le cose stavano così, allora non avrei avuto un bel niente, nessun regalo. Non mi ricordo se ho pianto. È passato qualche giorno. La mattina del mio compleanno ho trovato ai piedi del letto un bel cofanetto bianco, con su scritto “Titanic” in lettere dorate».

Batte fra queste righe il verso che Alberici recita fra due corposi silenzi, e che Bompiani pone in quarta di copertina: è normale vergognarsi di amare? Ciò che il paradigma psicanalitico vorrebbe, ovvero che l’agire del figlio presuppone l’uccisione del padre, qui non si compie. Certo, se non è Edipo, Louis non è nemmeno Telemaco. Porta sulla scena (o sulla pagina) un figlio con il nome cambiato, che ha trovato la distanza (tanta) per mettere a fuoco la figura paterna come vittima dell’ordine dei “dominanti”. Ma lui, Èdouard, non è più Eddy; a quella condizione di dominato non appartiene più, e come tale può tornare al padre. In tal senso si comprende il bisogno di autobiografismo dei suoi primi lavori: la scrittura dell’io è, per citare un noto sociologo americano, «teatro dell’espressione del sé, della conoscenza del sé, della reintegrazione del sé». Attraverso quel tanto di finzione e di performatività che l’autobiografia sempre mette in opera, l’estetico crea e ricrea l’identità. E l’esistenza che nasce vuole mettersi in scena.

Lo sguardo di Deflorian-Tagliarini-Alberici accompagna questo processo, ma opera nel testo, nella sua direzione chiara ed univoca, una discreta quanto incisiva apertura di senso.  Una riscrittura che non cambia la scrittura. Se, ad esempio, sul finale del libro padre e figlio convengono intorno alla parola rivoluzione – «ci vorrebbe proprio una bella rivoluzione» afferma il padre plaudendo all’impegno politico del figlio –, giungendo ad una conclusione perentoria e programmatica, la scena sfuma più dolcemente. Una radio spenta continua a trasmettere il suo segnale, Alberici l’afferra, spaesato. Alza lo sguardo verso il pubblico. È una musica dolce, ma non ci tranquillizza. Come sempre nelle pause, nell’indecisione, nella giusta distanza fra un corpo e la platea, Deflorian\Tagliarini immettono una voragine. Misurano, e ci fanno misurare come vertigine, il nostro dolore.

 

CHI HA UCCISO MIO PADRE

di Édouard Louis
regia Daria Deflorian, Antonio Tagliarini
nella traduzione di Annalisa Romani edita da Bompiani / Giunti Editore S.p.A.
adattamento Francesco Alberici, Daria Deflorian, Antonio Tagliarini
collaborazione all’adattamento Attilio Scarpellini
con Francesco Alberici
produzione A.D., Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Emilia Romagna Teatro Fondazione, TPE-Teatro Piemonte Europa / Festival delle Colline Torinesi e FOG Triennale Milano Performing Arts 
Prima assoluta

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