FILIPPA ILARDI | «La cultura è un servizio. Lo è anche il teatro. In questa occasione sentivo il bisogno di trovare una forma di vicinanza alla gente, per non lasciarla nella propria solitudine». Pamela Villoresi, direttrice del Teatro Biondo di Palermo è stata fra le prime a creare forme di connessioni digitali con il pubblico, dopo la chiusura per Coronavirus. Una chiusura che circola lo stesso pomeriggio di un debutto.

4 Marzo 2020. Lo spettacolo Viva la vida, in cui direttrice Pamela Villoresi, nel teatro che dirige, il Biondo di Palermo, interpreta la figura di Frida Khalo, con la regia di Gigi Di Luca, dall’indomani andrà in diretta streaming, senza spettatori, tranne uno, il sindaco della città, che rappresenterà tutti noi. Penso che non dimenticherò mai, il momento della chiusura di quelle porte del foyer del teatro alla fine dello spettacolo.

La consapevolezza che nessuno sa quando si riapriranno, rende tutto surreale. Dall’indomani il teatro sarebbe rimasto chiuso. Lo annuncia lei stessa alla fine di una prima che non avrà replica, di un debutto che si trasforma in addio ancora prima di cominciare. Il rito del dono di un corpo antico quanto la nostra civiltà, quel reciproco guardarsi, quel condividere uno spazio e un tempo, si smaterializzerà, avverrà in luogo virtuale. Chiuse le sale, vietate le aggregazioni di persone. Da domani il teatro sarà “bandito”.
Abbiamo la sensazione di vivere un momento storico, in quella sala gremita, in quel buio che ci accomuna, accomuna lo sguardo, il fiato e i virus, purtroppo.
Va in scena Frida, va in scena il teatro, si compie quel miracolo del dono di un corpo, dell’offrirsi di una presenza, quel reciproco denudarsi e reciproco scoprirsi che è il teatro, dalla sua nascita ad oggi.

“Io non andrei in scena senza il pubblico che sta lì a guardarmi, il mio lavoro ha senso se ci sono gli spettatori, io sono lì per loro, io li sento, li vivo e loro mi vivono” mi sento dire da un altro attore, uno fra i tanti fra quelli presenti, quella sera. Giusto, penso. Eppure, questa volta ha un senso, nuovo e inesplorato, questo donarsi da remoto, questo sintonizzarsi alla stessa ora, ognuno dal divano di casa propria.

L’attrice è lì che offre il suo corpo, bruciando di intensità, lo dà in pasto a te che, con un occhio comodo e protetto – troppo protetto – te ne stai a bere la tua calda tisana, mentre sbirci il cellulare. A teatro no, ti saresti sentito più nudo di lei. A teatro.
Da quel momento in poi è tutto un fiorire di pubblicazioni, di archivi che spalancano al mondo un teatro che non c’è più, un teatro sul web che permette la visione di spettacoli importanti. Importanti si, ma non dal vivo. È questo il teatro ormai?
E allora sentiamo la necessità di rivolgere qualche domanda alla direttrice, Pamela Villoresi.

Recitare senza pubblico: quale motivazione ti ha spinto a fare questa scelta?

Volevo lanciare il messaggio: non vi lasciamo da soli, non ce ne andiamo. Siamo qui per voi. Stiamo mandando una valanga di materiali, costituendo una piccola biblioteca virtuale. È evidente che il teatro è dal vivo, niente lo può sostituire. Ma si tratta di un’emergenza. Come la respirazione artificiale, è solo un supporto, che mai è paragonabile alla respirazione naturale. Eppure tentiamo di ristabilire una forma di comunicazione per vincere la solitudine. Abbiamo donato Frida, che porta in sé un bellissimo messaggio. Invita la gente a dire che ogni occasione, anche dolorosa, anche grave, è pur sempre un’occasione. Voleva essere un invito a trasformare giorni difficili in giorni importanti.

Offrire la tua materialità ad un pubblico virtuale: come hai vissuto, da attrice, questa esperienza?

La consapevolezza che in casa ci stavano vedendo in tanti, anche se non erano seduti lì, sentire questa vicinanza dell’anima, perché ci trovavamo tutti in una condizione nuova, in un’emergenza nuova, ci ha fatto sentire insieme, vicini nel teatro dell’anima. Ci ha accomunato la condizione di reclusione forzata. Si è davvero creata un’unita di tempo, un’unità di sentimenti, nonostante i corpi fossero lontani. Forse sono state le repliche più importanti, più significative che abbiamo fatto.

Lo spettacolo (non) dal vivo: il Biondo è stato fra i primissimi a mettere a disposizione, con il progetto #Biondostreaming, un catalogo di opere realizzate appositamente e video di spettacoli di repertorio.

In realtà ancora prima della chiusura definitiva, eravamo già pronti ad andare in streaming, volevamo fare fronte ad un’emergenza unica nella storia del mondo. La risposta dei teatranti a questa grande maratona è stata importante, significativa. Non siamo stati spinti dal protagonismo, ma dalla necessità di offrire un servizio. È stata la nostra risposta all’emergenza: il teatro, come servizio pubblico, resta vicino ai propri spettatori liberando dei materiali che possano fornire delle suggestioni, ristabilire una forma di comunicazione.

Tutto questo ci fa riflettere sulla funzione vera del teatro: apprezzeremo di più il teatro quando avremo di nuovo la possibilità di stare insieme? O questa esperienza ci avrà cambiato per sempre?

Il teatro ha sempre avuto la funzione di essere un momento di riflessione sui problemi della polis, ci si trovava per ragionare, attraverso gli spettacoli, sui problemi esistenziali dell’essere umano. Che il teatro debba avere una funzione non solo ricreativa ma anche formativa, e fornire qualche elemento di valutazione in più rispetto alle cose che viviamo, è evidente. Per questo, ora più che mai, deve restare sul fronte, sul ponte di una nave che sta attraversando la tempesta, condividendo con il proprio pubblico un momento difficile, tragico.

Quale funzione ha il teatro in questo momento storico?

Il teatro deve continuare a fornire un senso di comunità: ci siamo tutti insieme. Il teatro ci dice che è lì per noi, ci aspetta, quando sarà passata la bufera ci sarà, pronto per ricominciare.

http://www.teatrobiondo.it

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