LAURA BEVIONE | «Rappresentare con un’immagine forte ciò che abbiamo vissuto in questi mesi». Da questa urgenza si è sviluppata l’idea di Velia Papa, direttrice di Marche Teatro, di ri-aprire le attività della propria realtà artistica non soltanto con qualcosa di originale e non con un ri-masticato monologo, bensì con una proposta che riuscisse a riflettere il tempo che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo.

Foto di Marco Parollo

L’ispirazione viene da un romanzo ucronico di Philip Dick, pubblicato nel 1962 con il titolo La svastica sul sole e successivamente ribattezzato L’uomo nell’alto castello, titolo scelto anche per la serie televisiva del 2016 che a quell’universo distopico faceva esplicito riferimento. Se Dick immaginava un mondo plasmato dalle forze dell’asse vincitrici della seconda guerra mondiale e, dunque, inesorabilmente amorale e asentimentale, Papa concepisce un futuro distopico – ma poi forse neanche tanto – in cui il teatro è stato abolito e tutte le energie sono concentrate sull’accumulo delle ricchezze, volontariamente tralasciando ogni umanesimo.

Un’idea concretata in due teche trasparenti, da collocare di fronte al teatro delle Muse, nel centro di Ancona,  di fronte alle quali porre delle sedie sulle quali si potranno sedere pochi spettatori per volta e che avranno la possibilità di ascoltate con una cuffia e con una trasmittente radio quanto gli attori, nascosti all’interno, recitano.

L’obiettivo di Velia Papa è quello di suscitare negli spettatori – ma anche in coloro che si troveranno a passare per la piazza antistante il teatro – quel medesimo spaesamento che il lockdown e la persistente necessità del distanziamento sociale ci obbligano quotidianamente a sperimentare. Non solo, la direttrice intende mettere in discussione la stessa ritualità insista nell’atto dell’andare a teatro: entrare in una sala e accomodarsi su una poltrona, guardare ciò che accade su un palco e seguirlo dall’inizio alla fine, certo passivamente ma pure regalandosi una rassicurante abitudine. Nel progetto concepito da Papa, invece, lo spettatore, all’aperto, potrà assistere solo a mezz’ora di una drammaturgia che, in realtà, dura un’ora intera…

Eleonora Greco  – Foto di Sabrina Cirillo
Giacomo Lilliu – Foto di Masar Pasquali

L’ispirazione di partenza di Velia Papa si è così tradotta in uno spettacolo – L’attore nella casa di cristallo – scritto e diretto da Marco Baliani, interpretato a turno – una sera l’una, quella successiva l’altra – da due coppie di performer – Petra Valentini e Michele Maccheroni, Eleonora Greco e Giacomo Liliù –, e fruibile da uno spettatore per volta a partire dal 15 al 28 giugno.

I due interpreti non agiranno, però, all’interno di una sala teatrale bensì rinchiuso ciascuno dentro una delle due teche di vetro collocate appunto di fronte al teatro delle Muse e nascoste da un telo – un dichiarato omaggio all’artista Christo, recentemente scomparso. E proprio lo scoprire e il ricoprire la teca – il telo quale surrogato del sipario – saranno le azioni che segnaleranno l’inizio e la fine dello spettacolo. Questo consiste in due soliloqui pronunciati autonomamente ma contemporaneamente dalla coppia di interpreti: ogni spettatore potrà scegliere se ascoltarne soltanto uno oppure passare dall’uno all’altro, consapevole che la sua fruizione non potrà che essere parziale eppure esclusivamente soggettiva.

Petra Valentini
Michele Maccaroni –  Foto di Viviana Strambelli

Una fruizione che, inoltre, non prevede alcuna interazione, neppure visiva, con gli attori che, ognuno “prigioniero” nella propria teca, non potrà vedere gli spettatori né udire i suoni provenienti dall’esterno.

Nella dimensione surreale immaginata da Velia Papa, infatti, agli attori è stato proibito esercitare la propria professione, la propria arte e a essi, dunque, non resta che cercare di non dimenticare il teatro. Gli attori, spiega Marco Baliani, «sono ingabbiati, come in uno zoo, sono una specie in via d’estinzione». Essi «macinano un eterno loop» della durata di mezz’ora e, dopo una breve pausa necessaria per l’arrivo di un nuovo spettatore, ricominciano.

Il testo – diverso per ciascuno dei due attori – è stato costruito insieme agli stessi interpreti, cui Baliani ha chiesto di inserire frammenti tratti da opere da loro precedentemente interpretate ovvero studiate. L’autore lo definisce un «arazzo», perché variegato e policromo, e pure «duro», perché le parole ‘ricordo’ e ‘nostalgia’ sono state bandite…

Marco Baliani è partito nella costruzione del copione dalla condizione attuale di «lockdown dell’attore», che è stato «tacitato, gli è stato vietato di esprimersi» e, allora, l’obiettivo dell’artista è diventato necessariamente quello di «mettere il dito nella piaga viva di quanto ci è successo».

L’autore e regista cita, al proposito, una battuta particolarmente significativa, pronunciata dall’interprete femminile: «l’empatia è andata a farsi fottere». Di fronte a questa verità, è evidente come non vi potrà più essere quella “normalità” cui eravamo abituati, nella vita quotidiana come in teatro, ma sarà invece indispensabile coniare «dei linguaggi che prima non c’erano». Per ora c’è questo primo tentativo, in cui allo spettatore è offerto un «vedere appannato e un ascoltare confuso».

I corpi degli attori sono deformati dalle pareti delle teche – create da Lucio Diana – e le loro voci possono temporaneamente sovrapporsi, svanire l’una nell’altra nelle orecchie dello spettatore, cui è proposto un lavoro certo fondato sulla parola eppure anche molto fisico, poiché gli attori – ognuno prigioniero nella propria teca – «si agitano molto».

Questa dimensione quasi carceraria sottesa allo spettacolo è suggerita anche dai costumi – disegnati da Stefania Cempini –  indossati tanto dagli attori quanto dai “servi di scena” – i dipendenti di Marche Teatro incaricati di accompagnare gli spettatori e assicurare il rispetto delle rigide norme di sicurezza previste dal decreto che ha autorizzato la ripresa delle attività dei teatri. L’immaginario visivo cui si è ispirata la costumista è certamente quello della serie televisiva Il racconto dell’ancella, con abiti grigi che rendono i performer e i servi di scena «elegantemente prigionieri».

Foto di Alessandro Cecchi, grafica di Lucio Diana

Una condizione di prigionia che, paradossalmente, si accompagna a una dichiarata volontà di riallacciare un rapporto empatico con il pubblico. Uno spettacolo che nasce dalla volontà, dichiara Marco Baliani, di «aprire i teatri, farli diventare luoghi di trasparenza». Perché se, come spiega sorridendo una delle interpreti, Petra Valentini, pur nel disagio claustrofobico generato da uno spazio scenico quale una teca, «sarebbe più difficile recitare nella cucina di casa mia»; allora è evidente quanto la necessità di abitare, anche solo per mezz’ora, un luogo “altro” rispetto a quello quotidiano, è qualcosa di imprescindibile nell’esperienza umana.

Viene allora in mente il Thomas Bernhard di Antichi Maestri, «[…] malgrado tutto non c’è nient’altro che salvi la gente della nostra fatta se non proprio quest’arte maledetta e dannata […]». Ma perché il teatro possa tornare a vivere e, dunque, a “salvarci”, è indispensabile che esso sappia ripensarsi e, magari, ricostruirsi a partire da – suggerisce Marco Baliani – «un’idea di parsimonia, non pensando a grandi produzioni ma dando voce ai territori, alle persone, come fece la scrittrice Svetlana Aleksievič nel suo Preghiera per Černobyl».

Questo nuovo spettacolo, questo piccolo ma ambizioso «esperimento drammaturgico» diventa allora la prima tappa di un cammino di ripensamento e rifondazione del teatro, che non dimentica il proprio passato e mira a tornare a essere quello che, fin dalla sua nascita, è sempre stato, ovvero specchio non neutrale della realtà in cui la comunità è invitata a osservarsi e ri-costruirsi.

 

L’ATTORE NELLA CASA DI CRISTALLO 

testo e regia Marco Baliani
da un’idea di Velia Papa
scenografia e luci Lucio Diana
costumi Stefania Cempini
interpreti Eleonora Greco, Giacomo Lilliù, Michele Maccaroni, Petra Valentini
produzione Marche Teatro