Originalità nella tradizione. Aspettando Godot: un “caso” al femminile
di Ilaria Nenna

Testo emblematico della drammaturgia del Novecento, che ha reso celebre il proprio autore, Aspettando Godot di Samuel Beckett, tanto affascinante quanto complesso, rappresenta una pietra miliare del teatro dell’assurdo. Filo conduttore – difficile, infatti, parlare di trama organica per un’opera del genere – è l’attesa, condizione esistenziale che mai come in questo momento il mondo sta imparando a conoscere e a sperimentare. L’attesa di un qualche avvenimento, di una qualche notizia, di un domani foriero di luce (appare d’obbligo citare, a tal proposito, il monologo Attesa di Stefano Benni). 

Lo spettacolo, prodotto dalla Fondazione Pontedera Teatro, è stato presentato in prima assoluta al teatro di via Manzoni di Pontedera, dal 21 ottobre al 27 novembre 2005, per la regia di Roberto Bacci. La messa in scena, accolta dal plauso della critica, ha dovuto superare non poche difficoltà, a causa dell’opposizione dell’Agenzia Teatrale d’Arborio, che detiene i diritti delle opere di Beckett per l’Italia, e la Sacd, la società degli autori francesi, dietro pressioni degli eredi di Beckett. Tramite la SIAE, dopo tre settimane di repliche, è stato chiesto alla Compagnia di sospendere la messa in scena, poiché i personaggi di Vladimiro ed Estragone erano interpretati da due donne, fatto, questo, che si scontrava con il pensiero di Beckett (l’autore infatti non voleva che personaggi maschili fossero rappresentati da donne e viceversa). Vicenda che, alla fine, si è conclusa con la vittoria del Teatro di Pontedera, dal momento che le due magistrali interpreti di Vladimiro ed Estragone, le gemelle Luisa e Silvia Pasello, interpretavano il ruolo, sia pur maschile, in modo assolutamente fedele al testo, senza alcun attributo femminile, né nel trucco né tantomeno nel costume. Tanto più che la scelta di due attrici-donne appare, paradossalmente, ancor più vicina al volere ultimo dell’autore, il quale da parte sua intendeva rappresentare attraverso i due personaggi principali non tanto delle figure definite bensì l’intera umanità. 

Dalla scenografia al testo, la messa in scena risulta fedele ai dettami beckettiani e non lede il diritto morale d’autore. La scena presenta un albero spoglio, a testa in giù, come appeso al cielo, che si coprirà di piccole foglie all’inizio del secondo atto. La scenografia rappresenta un paesaggio lungo e stretto fra due catene montuose dipinte sulle pareti laterali e convergenti verso il fondo della sala; le luci producono sul palco delle linee ondulate. I costumi dei due protagonisti, opera (insieme alla scenografia) di Marcio Medina, sono speculari e, intrecciando gli stessi tessuti, sottolineano la gemellarità che lega la coppia di attrici; gli abiti ricordano molto quelli dei personaggi di Chaplin, con la bombetta, larghi pantaloni e una giacca (celeste e a righe per un personaggio, grigia per l’altro). 

La traduzione di Fruttero cerca di essere il più fedele possibile al testo inglese (per quanto ogni traduzione implica un seppur minimo “tradimento” di ciò che il testo vuole dire). Esemplari i ruoli di Pozzo e Lucky, il padrone schiavista e il facchino (che è anche intellettuale a comando), interpretati rispettivamente da Savino Paparella e Tazio Torrini. Le protagoniste, con fare clownesco e ripetitivo, quasi da attori di un film comico, danno vita al tempo dell’attesa, un tempo da condividere più che da mostrare.

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