Un canto soave allieta l’anima che fluttua tra attesa e ricordo
di Mascia Cavalleri

Uno spaccato di giardino in fiore si apre davanti agli occhi dello spettatore come uno spazio accogliente e silenzioso, evocato da una scenografia minimale con cromatismi chiari e luminosi. Appaiono, infatti, un tavolino e una sedia bianchi in ferro battuto, un vaso di fiori di ciliegio e un foulard verdognolo a fantasia fiorata poggiati sul tavolo mentre, a terra, si notano un paio di scarpe nere da uomo e petali di fiori. Più a destra, invece, uno sgabello di legno scuro su cui è posato un vassoio con due tazzine e una teiera argentate. In questo spazio, appare la bravissima Agnieszka Kazimierska nei panni di Katie, con indosso un semplice abito bianco che la integra all’interno dell’immaginario giardino, come se fosse uno dei fiori che lo popola. La grazia trasognata di Katie si alterna ai caratteri più impetuosi dei personaggi che la vanno a trovare e che la stessa Agnieszka interpreta.

La vicenda prende vita da un antefatto: la partenza del fidanzato per un luogo e un motivo sconosciuti, ma che la narrazione porta a ritenere causa urgente e inderogabile. Katie vive con due suoi domestici stranieri, che evoca tramite il nome – Mary e il figlio G. – e coi quali interloquisce, mentre trascorre tutto il suo tempo in giardino, nell’attesa che l’amato ritorni. Sotto le fronde dei ciliegi, la raggiungono parenti e conoscenti, sia sottoforma di presenze concrete che di ricordi passati. La Kazimierska oltre ad interpretare Katie, assume i panni della madre, del padre, del fidanzato, del vicino di casa, dello zio e di un soldato coi quali intesse conversazioni o le rivive nel ricordo di un passato talvolta angoscioso. Katie inscena anche il sospirato matrimonio che attende di realizzare, immaginandosi con la corona di fiori sul capo in una giornata di festa, circondata da parenti e amici nel giorno più bello della vita.

La Kazimierska recita per gran parte dell’assolo in inglese avvalendosi di inserti in polacco qualora si presenti la necessità di esprimere le più intime emozioni della protagonista, con la quale è evidente l’identificazione. Inoltre, la recitazione è inframmezzata da canti popolari folkloristici della tradizione natia, cantati da Agnieszka nella propria lingua madre con voce angelica e melodiosa, capace di introdurre lo spettatore in un altrove che riconosce: il luogo delle origini che risiede all’interno di ciascuno. I movimenti che accompagnano la recitazione costituiscono una vera e propria partitura gestuale che non solo connota i personaggi di volta in volta interpretati, ma rende anche visibili le emozioni interiori e le sensazioni fisiche provate dal personaggio, grazie alle movenze plastiche del corpo e alla mimica facciale fortemente espressiva. L’attrice si avvale di pochi oggetti di scena multifunzionali come, ad esempio, lo scialle che usa sia come indumento che come tovaglietta per servire il tè al vicino.

L’autrice del monologo è la stessa Kazimierska. Lo spettacolo è stato messo in scena per la prima volta sul palco del Teatro Era di Pontedera nell’autunno 2018 per la regia di Mario Biagini. La produzione è a cura del Teatro della Toscana. Questo spettacolo rientra nel progetto di ricerca dell’Open Program nato nel 2007 e coordinato dallo stesso Biagini nell’ambito della sperimentazione teatrale in seno al Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards, fondato nel 1986.

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