ELENA SCOLARI | Emmanuel Carrère nel suo romanzo L’avversario (ed. Adelphi) racconta la storia (vera) di un uomo che per 18 anni ha finto di avere un lavoro come medico in un importante centro di ricerca scientifica: Jean-Claude Romand usciva tutte le mattine e salutava moglie e figli per andare in studio ma passava le giornate in un parcheggio dell’autostrada o nei boschi dello Giura. Quando l’impostura è stata scoperta l’uomo ha sterminato la propria famiglia, genitori compresi, e ha tentato di suicidarsi appiccando il fuoco alla casa, non prima di aver cercato di uccidere anche l’amante, con la quale aveva contratto un debito economico ormai insopportabile. L’assassino, ahilui, è sopravvissuto e lo scrittore francese è andato a conoscerlo in carcere, per provare a capire. Perché Romand l’ha fatto? Ha cominciato a non concludere il corso universitario, tutti lo aspettavano laureato e lui non se l’è sentita di deluderli, cominciando a mentire sul titolo di studio mancato. Da lì è stata una discesa agli inferi della menzogna, sempre meno riparabile ogni giorno che passava.

Sondare questi abissi costa fatica, dolore, e non credo si possa capire fino in fondo cosa spinga ad azioni tanto estreme. Certo l’umiliazione, l’incapacità di sopportare la vergogna, il terrore di essere compatito e poi odiato, l’impossibilità di reggere il crollo del castello di carte (false) costruito con annosa, folle perizia. Ma la vergogna può essere così forte da portare a gesti irreparabili anche in assenza di bugie; è il caso di Eracle, l’invisibile, interpretato da Christian Di Domenico nella produzione di Teatro dei Borgia, che costituisce uno dei tre pezzi della trilogia La città dei miti costituita da Medea per strada (di e con Elena Cotugno, raccontata da PAC al suo debutto, nelle primissime repliche milanesi del 2017), Eracle e Filottete dimenticato. L’intera trilogia è stata programmata dal CTB Centro Teatrale Bresciano nell’ambito del progetto Oltre la strada.

Eracle l’invisibile | ph. Luca Del Pia

L’Eracle di Euripide è indotto a uccidere i suoi figli dalla vendicativa Era tramite i consueti trucchi divini, inganni a volte grossolani dall’esito miticamente tragico. L’Eracle di Gianpiero Borgia, scritto da Fabrizio Sinisi, è un insegnante, un bravo insegnante di liceo, appassionato e soddisfatto, ma finirà in un gorgo altrettanto tetro.
Siamo al Bistrò Popolare di Brescia e Di Domenico ci racconta la sua storia mentre prepara pacchi cibo per una mensa di persone bisognose. Aveva un lavoro che gli piaceva, una moglie amata, una figlia piccola. Tutto bene. Finché un’alunna non lo accusa di averle toccato il sedere.
Apriti cielo. Non si apre il cielo ma si apre la gogna. Nessuno crede al professore, che nega. Bisogna dare conseguenza al sospetto e l’insegnante viene sospeso. Da qui tutto degenera. Eracle resiste con i soldi delle ripetizioni, con qualcosa che aveva messo da parte, con lo stipendio – ridotto – che per un po’ continua ad arrivare; ma poi la voce si sparge, i genitori non mandano più i propri figli a lezione dall’uomo nero, la situazione peggiora anche in casa – come da copione non inusuale –  e la coppia si separa.
I soldi sono sempre meno e non c’è modo di guadagnarne perché nessuno assume qualcuno che “potrebbe” essersi macchiato di un momentaneo gesto così inopportuno. Arrivano i pasti alla Caritas, le rinunce a tutto per riuscire ad avere almeno il denaro per portare la figlia al karaoke.

Eracle l’invisibile | ph. Luca Del Pia

Questo disastro è narrato da Christian Di Domenico con grande spirito di normalità, senza mai calcare sul dramma. Riesce a esserci subito amico, dà realtà a tutti gli uomini finiti nelle pesti per guai simili. È merito non solo dell’interpretazione ma della bella e fluente scrittura di Sinisi. Lo fa sopportare meglio anche a noi, inizialmente, ma poi questo tono quotidiano e colloquiale fa invece spuntare gli aghi più appuntiti: quanto è facile annichilire qualcuno? Quanto poco ci vuole per mettere una persona ai margini in una società che non ammette l’errore ma soprattutto che nemmeno si preoccupa di verificarlo?

Gianpiero Borgia ha lavorato con la sua compagnia e per costruire una trilogia di classici greci composta da figure contemporanee che si attaglino a una personificazione di tre personaggi mitologici: Eracle, il padre/marito/insegnante finito in disgrazia; Medea, una prostituta rumena; Filottete, un uomo malato che vive in una casa di riposo (quelle che dopo il Covid si chiamano RSA).
Il lavoro di ricerca di Teatro dei Borgia è basato su lunghe e approfondite esperienze “sul campo”: dalle mense Caritas ai centri di sostegno per le donne straniere, alle RSA, appunto. Questa presenza e questa coscienza sono indispensabili per regia, scrittura e interpretazioni consapevoli, pregi che emergono anche in Filottete dimenticato, messo in scena nella Corte dei Lavatoi, sempre a Brescia, nel cortile quadrato di un edificio dal quale vanno e vengono persone, come se uscissero dopo una visita a un degente.

Filottete dimenticato | ph. Luca Del Pia

Gli spettatori sono sotto una tettoia, osservano Daniele Nuccetelli che aspetta si siedano e ci si ritrova subito in quei bei soggiorni da ospizio: mobili moderni dozzinali, piante da interno che forse arredano ma certo non ravvivano, e, regina, la televisione, genio a cristalli liquidi che incanta e occupa gli ospiti per tante ore, tutti i giorni.
Filottete ha una malattia, pazzesca: una sindrome che dà sintomi dolorosissimi ma senza causa biologica, impossibile trovarne l’origine. Se il tuo medico non è sveglio puoi passare anni a fare analisi senza trovare un valore fuori posto, mentre chi ti è accanto comincia magari a non crederti più. Tu stai male ma il tuo fisico non vuole rivelare perché. Terribile, una malattia che oltre a farti soffrire acutamente durante gli attacchi rischia anche di farti passar per pazzo.
Filottete condivide la propria solitudine con Bill, un pesce rosso molto sensibile, che vive nella sua boccia di vetro sul comodino. Ama la musica, Bill, il rock, e da un lettore mp3 il suo padrone gli fa spesso sentire i suoi brani preferiti.

Nel mito di Sofocle, Filottete viene emarginato per via di una ferita procuratasi mentre era in viaggio per Troia, la ferita si infetta e comincia a puzzare. Puzza così tanto da da rendere insopportabile la vicinanza del ferito (ovviamente anche questa è una feroce vendetta, tra miti usava così), e così il glorioso arciere rimane solo. Anche il Filottete disegnato da Borgia e Sinisi viene allontanato dalla società, forse non con lo stesso sdegno ma con un risultato simile. Nuccetelli rimane in perfetto equilibrio su sottili linee di confine che oscillano tra la solitudine, l’illusione di averci posto rimedio, con Bill, qualche assenza di lucidità, la sopportazione del dolore, a tratti sminuito perché dura poco e poi passa, una profonda e misuratissima compassione verso sé stesso e in fondo anche verso gli altri. Lo sguardo dell’attore contiene una tenera commiserazione per l’umanità tutta.
È anche questo che fa un attore grande: andare oltre il senso di sé e del personaggio che interpreta per diventare tutti i personaggi e tutti gli uomini.
Il testo di Filottete dimenticato è difficile da personificare, perché non c’è racconto, non c’è sviluppo graduale, c’è invece il subitaneo abisso, anche con le bretelle indosso e con un pesce rosso per amico.
Alla televisione, il cui audio verso la fine viene brevemente alzato, stanno trasmettendo la notizia del processo all’infermiera killer che “finiva” i pazienti anziani. Astuzia della sorte, l’irrompere così opportuno e così spietato della realtà in una finzione vivida e rovente, che per tanti finzione non è.

 

LA CITTÀ DEI MITI – Teatro dei Borgia

ERACLE, L’INVISIBILE
da Euripide
di Fabrizio Sinisi
consulenza sociologica Domenico Bizzarro
con Christian Di Domenico
progetto e regia Gianpiero Alighiero Borgia

FILOTTETE DIMENTICATO
da Sofocle
di Fabrizio Sinisi
con Daniele Nuccetelli
consulenza clinica Laura Bonanni
progetto e regia Gianpiero Alighiero Borgia

Brescia, Bistrò popolare e Corte dei Lavatoi, 30 giugno 2021